21 aprile 2016 ore: 12:18
Giustizia

Ministro per un giorno: le proposte di un detenuto per cambiare il carcere

I primi tre provvedimenti: via il 4 bis, attenzione all’affettività e liberalizzazione dei contatti con i proprio cari. Famiglia in evidenza nel “progetto-carceri” di Marco Costantini, il primo detenuto salito sul palco degli Stati generali. “Quando vedo in tv gli anziani maltrattati, penso che noi li tratteremmo molto meglio”
Carcere: detenuto di spalle

ROMA - Ministro per un giorno. Quali sono le prime tre cose che farebbe un detenuto di lungo corso nei panni del Guardasigilli?
Marco Costantini è il primo detenuto a salire sul palco degli Stati generali sull’esecuzione penale. Parla alla platea di 600 persone che lo ascoltano dal vivo e alle altre migliaia di compagni di detenzione che seguono la diretta streaming dalle carceri d’Italia.
Quando esce dall’auditorium di Rebibbia è visibilmente emozionato. E soddisfatto.

Il suo messaggio è arrivato ai ministri seduti in prima fila e a tutti gli altri parlamentari, magistrati, avvocati, dirigenti, operatori e poliziotti penitenziari seduti in sala. Ha parlato del carcere con gli occhi di chi la galera la vive sulla propria pelle da 12 anni. E’ la persona giusta a cui girare la domanda.

- Ministro per un giorno, quali sono i primi tre provvedimenti che adotterebbe?
Per prima cosa eliminerei il 4 bis (articolo dell’ordinamento penitenziario che non consente l’accesso ai benefici per i condannati per i reati più gravi a meno che non si collabori con l’autorità giudiziaria): perché non serve a nulla.
Poi farei qualcosa per far crescere l’affettività in carcere, perché in carcere non c’è possibilità di coltivare gli affetti familiari: il 70 per cento dei detenuti quando viene rinchiuso non riesce a mantenere il rapporto con la moglie o con la compagna.
La terza: darei la libertà di chiamare, di telefonare, di comunicare che noi non abbiamo. Chi ha fatto il carcere anche in altri Paesi europei, come me, sa che si può chiamare a casa tutti i giorni. Io potevo farlo in ogni momento, fino a quando, la sera, chiudevano la stanza. Dovevi solo avere i soldi per la scheda.
Sembra incredibile, ma ho avuto più contatti all’estero con i miei familiari che in Italia dove vivono a cento metri dal carcere.

Scontare la pena in un luogo vicino alla propria famiglia è uno dei punti che gli Stati generali hanno messo in evidenza. Come vivono detenuti e familiari il problema della distanza?
La territorialità della pena è un altro grosso problema che andrebbe affrontato subito.
Qui abbiamo gente della Sardegna, della Sicilia che per arrivare a Roma affronta viaggi impossibili: traghetti, pullman, treni. Non è giusto che un familiare parta la notte prima per fare un’ora di colloquio. Si spendono tanti soldi che invece potrebbero servire alla famiglia per continuare a resistere fuori, perché fuori hanno tutti difficoltà economiche, per il lavoro che manca. Come accade anche qui, dentro. Diventa massacrante affrontare un viaggio per un’ora di colloquio e poi tornare a casa. E quando ci sono i bambini è ancora più difficile: è una condanna in più che non serve. Perché i familiari non sono colpevoli di niente.

Cosa pensa delle proposte arrivate dagli Stati generali?
Sono stato molto colpito dal ministro Orlando perché per la prima volta l’ho sentito parlare di un “non carcere”. E questo secondo me è il punto fondamentale. “Non carcere” significa cominciare a pensare che non c’è soltanto questa soluzione.

Cosa proporrebbe in alternativa?
Quando vedo in Tv gli anziani maltrattati e picchiati nelle case di riposo, penso che sarebbe più opportuno mandare noi a prenderci cura di loro perché li tratteremmo molto meglio.
Io per esempio faccio un lavoro socialmente molto utile e di questo sono felice. Sono impiegato presso il call center di un grosso ospedale pediatrico di Roma, prendo prenotazioni e ogni giorno aver dato una mano a una mamma è un po’ come fare il genitore. Quello che non ho fatto da padre con i miei figli perché sono stato chiuso, ora lo sto facendo con altre mamme e altri papà che non conosco. E’ la cosa migliore che si possa fare.

L’ergastolo è al centro di un forte dibattito. Lei come interverrebbe?
L’ergastolo come pena ultima di uno Stato così civile non è più sopportabile. Già nel 1700 si è scritto che il carcere non serve a nulla se inteso solo come punizione. Quello che ha detto il professor Giostra sull’utopia (“l’utopia serve per continuare a camminare”) non è tanto distante. Basti pensare che il governo svedese ha chiuso tre prigioni e le ha vendute proprio perché ha trovato nelle misure alternative la maniera più giusta per scontare una pena.
Sono in carcere da molti anni e ho avuto la forza di dedicare il tempo a costruire: mi sono iscritto all’università, faccio giurisprudenza, a settembre uscirà il mio terzo libro e di questo sono molto orgoglioso perché nessuno credeva che alla fine riuscissi a scrivere.
Questo dimostra che se una persona viene messa nelle condizioni di avere conoscenza delle sue possibilità, le cose possono cambiare. Questa riflessione la fai soltanto quando sei chiuso dentro la tua stanza, dentro questi tre metri quadri di chiusura fisica. Perché la mia mente è sempre fuori.

La sofferenza che infligge il carcere, una volta fuori si dimentica? Perché si torna a commettere altri reati? Perché si rischia nuovamente di finire rinchiusi?
Posso portare la mia esperienza: quando dopo tanti anni sono uscito la prima volta e sono tornato a casa io mi sentivo in un altro mondo. Dopo tanti anni in carcere, trovi un mondo che è andato avanti molto rapidamente, la tecnologia è dappertutto mentre noi qui dentro siamo ancora coi quaderni e con la penna. Questa non è più una cosa pensabile nel futuro.
Se anche siamo persone detenute non bisogna chiudere gli spazi mentali attraverso cui si cresce. Quando un detenuto esce dal carcere non si deve trovare in difficoltà con la società: dev’essere al passo. Ma in questo il carcere non è pronto.

Quando è uscito la prima volta, come ha trovato la sua famiglia?
Per fortuna, perché non tutti sono fortunati, ho avuto una famiglia che mi è stata vicino sin dal primo giorno. E ancora oggi dopo 12 anni ancora mi è vicina. Ma ci sono persone le cui famiglie vengono completamente distrutte, annientate. E quando esci e fuori non hai una famiglia, tutto si moltiplica.

Che succede quando arriva una brutta notizia e non si può comunicare con casa?
Mio padre è morto mentre ero in carcere. Ricevere una notizia del genera da una persona estranea alla famiglia, una persona comunque a cui tengo molto, non è stato piacevole. Perché un conto è un familiare che ti dice qual è la situazione, un conto è che ti dicano: è morto tuo padre. Fine della storia. E’ una cosa secca, brutta, diretta, non puoi far niente, è un male che non puoi combattere. Diventa tutto più duro.

Come si gestiscono in carcere notizie come queste?
Ti chiudi in stanza. E stai solo con te stesso. Quando ci riesci. Perché se stai in stanza con altre sei persone diventa difficile anche il dolore. (Teresa Valiani)

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