15 marzo 2016 ore: 12:16
Giustizia

Misure alternative, buone pratiche in Ue: "Lavoriamo per svuotare le carceri"

Se ne parla a Bologna nel seminario che presenta i risultati del progetto europeo "Reducing prison population” finanziato dall’Ue che ha coinvolto 7 paesi e mappato circa 70 esperienze. Obiettivo? La stesura di buone pratiche europee e un testo unico per la formazione degli operatori
Carcere. Corridoio buio

BOLOGNA – “Le misure di comunità dovrebbero essere la prima risposta alla devianza. Oggi le chiamiamo pene alternative perché la soluzione generale è quella del carcere, ma questo è un rapporto che proponiamo di rovesciare”. Sono parole di Gherardo Colombo, ex magistrato, che oggi, 15 marzo, è a Bologna a parlare nel seminario di presentazione dei risultati del progetto “Reducing prison population: advanced tools of justice in Europe”. Finanziato dal programma dell’Unione europea “Criminal justice” e coordinato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, il progetto ha coinvolto in attività di studio e ricerca sulle misure alternative al carcere organizzazioni di 7 Paesi: oltre all’Italia, la Germania, la Francia, il Regno Unito, la Scozia, la Romania e la Lettonia. Colombo è stato il coordinatore del Tavolo 12 sulle “Misure e sanzioni di comunità” istituito dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, il 19 maggio scorso all’interno degli Stati generali del carcere in cui 18 commissioni erano state formate per indagare i problemi del sistema penitenziario italiano. “I lavori del tavolo – ha detto Colombo – si sono occupati anche di come diffondere una cultura attraverso la quale tutto questo (le pene alternative) possa essere accolto dalla cittadinanza”.

Attraverso il progetto sono state mappate circa 70 esperienze di misure alternative al carcere attive nei Paesi coinvolti. Obiettivo? La stesura di buone pratiche europee e un testo unico per la formazione degli operatori. “Il progetto ha visto una fase di ricerca sulla letteratura europea sulle alternative al carcere, ricerche a livello nazionale nei Paesi e interviste a testimoni chiave scelti tra giudici, politici, operatori del settore, i cui suggerimenti sono stati utilizzati per mappare 10 pratiche alternative al carcere – racconta Giorgia Stefani della Papa Giovanni XXIII – Poi sulla base di criteri condivisi sono state scelte quelle che potevano essere definite buone pratiche”. I criteri vanno dalla pena adeguata all’entità del reato all’effetto riabilitativo reale, da un approccio flessibile, monitorabile e che può essere modificato in corso d’opera al coordinamento di tutti gli attori coinvolti, fino a una valutazione multiprofessionale. Tra le buone pratiche italiane ci sono le Cec (Comunità educanti con i carcerati) promosse dalla Papa Giovanni XXIII in sperimentazione da oltre 10 anni in diverse regioni con 250 detenuti inseriti in percorsi alternativi, il progetto Acero sostenuto dalla Regione Emilia-Romagna che prevede l’accoglienza in strutture e percorsi di inclusione lavorativa per i detenuti, e i progetti di giustizia riparativa.

I lavori del seminario saranno aperti da Giovanni Ramonda, responsabile della Comunità Papa Giovanni XXIII che lancia un appello: “Nei prossimi 10 anni lavoriamo per svuotare le carceri, puntando al recupero delle capacità di chi ha sbagliato piuttosto che all’inasprimento delle pene. La certezza del recupero si ha nell’educazione e responsabilizzazione di chi ha commesso il reato”. Il seminario si terrà nella Sala dei Poeti di Palazzo Hercolani a Bologna (strada Maggiore, 45) dall 9 alle 13. (lp)

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