13 luglio 2015 ore: 15:14
Immigrazione

Moez e gli altri, ecco i mediatori per le ferite fisiche e mentali dei migranti

Traducono ai medici i sintomi dei pazienti stranieri e poi spiegano ai malati cosa fare per curarsi. I primi 21 stati formati dell’Inmp di Roma. Ora si attende che la figura venga normata, per permettergli di operare all’interno di ospedali e Asl
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ROMA – Da un paio di mesi Moez, tunisino, ha iniziato a lavorare nel centro di accoglienza di Lampedusa: assiste i medici e gli operatori che visitano i migranti presenti nella struttura. Il suo ruolo è quello di aiutarli a tradurre i sintomi del loro malessere. Chi arriva qui, infatti, porta sulla pelle le ferite del lungo viaggio in mare, ustioni, dermatiti, malattie cutanee, ma anche patologie post traumatiche da stress. Moez ha il compito di parlarci e fare da tramite con i medici, per spiegare che tipo di dolore accusano i pazienti, dall’altra cosa devono fare per curarsi. Moez è uno dei primi mediatori culturali in ambito sanitario, formati attraverso il progetto ForMe, l’iniziativa destinata ai cittadini dei paesi terzi, realizzata dall’Inmp (Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della povertà), in collaborazione con il ministero della Salute, su proposta del ministero dell’Interno.

Sono stati ventuno in tutto i beneficiari dei corsi, che si sono svolti nei mesi scorsi. Tutti stranieri e in 200 ore di formazione hanno imparato i principi del diritto alla salute e fatto esperienza sul campo affiancando il personale dell’Inmp presso l’ospedale San Gallicano di Roma. “Questo progetto nasce all’interno dell’esperienza dell’Istituto, che ha al suo interno diverse figure professionali, dai medici agli antropologi fino ai mediatori culturali, che parlano oltre 30 lingue – sottolinea Concetta Mirisola, medico e direttore generale dell'Inmp -. Il nostro è un approccio che guarda alla presa in carico del paziente a 360 gradi: a chi arriva da noi viene fatto un colloquio in lingua, da persone che in alcuni casi sono esse stesse straniere e conoscono dunque gli usi e costumi della nazione di provenienza dei pazienti. Abbiamo pensato dunque a questo corso di formazione perché la figura del mediatore culturale in ambito sanitario manca, è invece fondamentale e ci auguriamo che a breve venga riconosciuta e normata”.

Il gap di comprensione che esiste all’interno degli ospedali tra stranieri e personale medico è, in alcuni casi, molto elevato: non tutti i migranti parlano infatti inglese, ancor meno l’italiano, alcuni conoscono solo la lingua d’origine, quindi la necessità di avere un mediatore è fondamentale. “La figura professionale che esce dai nostri corsi è una figura di snodo per l’assistenza all’interno del Servizio sanitario nazionale – continua Mirisola -. Le malattie legate alle migrazioni sono tante e diverse. Le persone che si mettono in viaggio di solito sono sane ma poi lungo il percorso possono contrarre delle malattie, come la scabbia, che è una patologia legata alle situazioni di promiscuità e mancanza di igiene. E’, però, una malattia che si cura facilmente e su cui c’è un infondato allarmismo, l’importante è seguire la giusta profilassi. Per questo è fondamentale che ci sia qualcuno in grado di istruire per bene i pazienti. Oltre alle malattie cutanee, ci sono poi ferite più profonde: molti migranti nel viaggio hanno subito violenza, alcuni sono stati detenuti nelle carceri libiche, le donne violentate. Quando arrivano hanno diversi disturbi post traumatici da stress, e anche qui la figura del mediatore sanitario si rivela centrale, anche per avere un racconto fedele della diverse storie personali”.

Fin quando la figura professionale non verrà riconosciuta ufficialmente, i mediatori culturali in ambito sanitario, non potranno operare all’interno delle Asl. “Ma è un obiettivo a cui tendiamo e su cui stiamo lavorando”, aggiunge Mirisola. Per ora alcuni dei ragazzi già formati, tra cui molti richiedenti asilo, lavoreranno all’interno dell’Istituto per la promozione della salute della popolazione migrante, sia a Roma, che a Lampedusa. Come Moez, che ogni giorno affianca il personale Inmp nel centro: “è una sorta di trait d’union tra il personale e i pazienti – conclude Mirisola – nel centro di Lampedusa si fa soprattutto un’assistenza di secondo livello. Abbiamo un team multidisciplinare: un antropologo, uno psicologo e due mediatori culturali. Ora speriamo che al più presto il lavoro che stiamo facendo con i ministeri di Salute e Interno, dia i suoi frutti e la figura venga normata e possa finalmente operare anche in ambito ospedaliero”. (ec)

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