1 ottobre 2015 ore: 15:23
Economia

Morire di agricoltura: i tanti incidenti sommersi per andare al lavoro

Difficile ricostruire il fenomeno: solo un caso cenito ufficialmente nel 2015, ma sono numerose le vittime sulle strade. Spesso coinvolti i braccianti che per dare qualche euro in meno ai caporali usano la bicicletta. E spesso gli automobilisti responsabili non si fermano a prestare soccorso
Sfruttamento in agricoltura. Lavoratore

Il pericolo non è solo il caldo, la fatica, la mancanza di protezioni adatte. I lavoratori muoiono anche per le strade. È vero per tutti i settori, ma quando si parla di agricoltura il rischio dei cosiddetti infortuni “in itinere” è aggravato dalle distanze, dalle strade dissestate, dai luoghi spesso isolatissimi dove vivono i braccianti, siano ghetti o centri di accoglienza. Per chi lavora sotto un “caporale”, andare al lavoro in bicicletta significa tenere per sé una parte in più del guadagno della giornata, senza essere costretti a pagare il trasporto, ma anche rischiare di essere investiti.

Ricostruire una dimensione del fenomeno è difficile: non sempre le notizie che parlano di cittadini stranieri investiti nelle cronache locali fanno capire se le persone stessero andando o tornando dal lavoro. A volte la stampa chiama “bracciante” una persona di pelle nera, che magari non lo è davvero, o non lavorava quel giorno. Se si aggiunge che molti degli investiti, siano morti oppure feriti, non lavorano in regola, si capisce come i dati ufficiali non riescano a dare conto esattamente del fenomeno.

Tra i casi emersi nel 2015, da una ricerca sulle testate locali online, solo uno è certamente censito anche dalle statistiche dell'ente per la sicurezza sul lavoro: Mifthi Moussa, 40 anni, tunisino, morto il 15 gennaio investito da un'auto pirata in provincia di Ragusa, dove lascia la moglie e 4 figli. Singh Baljit, bracciante indiano, investito a gennaio in provincia di Latina, muore alla fine di settembre dopo otto mesi di coma. Era un bracciante anche Ismail Fadel, 36enne tunisino, investito a inizio agosto, sempre nel ragusano, da due donne che prima sono fuggite e poi hanno confessato l'accaduto alle forze dell'ordine. Sono braccianti Salif, burkinabé, morto il 27 luglio, investito da un'auto a Capua, provincia di Caserta, e i due ragazzi che erano con lui, rimasti feriti. Nel foggiano, il 3 settembre, muore in bicicletta, investito da un'auto, un 46enne senegalese.

Non è una morte sul lavoro, ma nemmeno del tutto estranea al mondo di illegalità che circonda il lavoro agricolo stagionale, quella della bambina foggiana di 11 anni che il 2 agosto è rimasta vittima di un incidente tra l'auto del padre e una Escort con targa bulgara, guidata da un bracciante della Guinea Bissau che viveva al Gran Ghetto di Foggia.

Il 6 agosto, sulla strada tra Taranto e Massafra, un autobus di braccianti con 33 passeggeri è finito fuori strada, con un bilancio di 4 feriti. Ci sono altri feriti non gravi, di nazionalità italiana, in incidenti degli stessi giorni nelle province di Bari e di Lecce, che vedono coinvolte auto di agricoltori e braccianti al rientro dal lavoro. Di braccianti stranieri rimasti feriti, spesso da auto pirata, parlano anche le cronache di Marsala e Catania, in Sicilia o di Terracina in Lazio, sempre restando soltanto al 2015.

In Calabria, nel 2014, in un solo incidente morirono due donne rumene e un'italiana, e altre tre rimasero ferite. Sei lavoratori rumeni, tre uomini e tre donne, morirono nell'incidente della loro Fiat Multipla contro un treno, sempre in Calabria, nel 2012.

Anche per il bracciante fucilato a Foggia pochi giorni fa da un uomo al quale aveva sottratto dei meloni c'è un precedente: nel 2010, l'agricoltore foggiano Domenico Corbo uccise a colpi di arma da fuoco il cittadino rumeno Ionel Marin, in fuga dal suo podere dove sembra avesse tentato di rubare degli attrezzi agricoli. Per l'omicidio, Corbo fu condannato nel 2012 a sette anni di reclusione. (Giulia Bondi)

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