19 febbraio 2021 ore: 17:09
Giustizia

Myanmar, Aung San Suu Kyi resta ai domiciliari. Allarme dell'Onu

Centinaia di feriti e oltre 500 arresti: sono questi i primi numeri che escono dal Myanmar come conseguenza delle manifestazioni di piazza, che proseguono nel Paese. I cittadini chiedono che sia rispettato l’esito delle urne 
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Centinaia di feriti e oltre 500 arresti: sono questi i primi numeri che escono dal Myanmar come conseguenza delle manifestazioni di piazza che proseguono nel Paese. Centinaia di migliaia di cittadini chiedono che Aung San Suu Kyi sia liberata e che sia rispettato l’esito delle urne, che ha decretato il primato incontrastato del National League for Democracy (Nld). Ma l’esercito ha deciso di reprimere il dissenso con violenza.

Il grido dell’Onu. Per il relatore speciale delle Nazioni Unite, Tom Andrews, “potremmo essere sull'orlo del precipizio, dove i militari potrebbero commettere crimini ancora più gravi contro il popolo del Myanmar. La continua repressione della popolazione e la violazione delle libertà fondamentali e dei
diritti umani devono cessare immediatamente”. La situazione è tanto grave che Andrews ha tenuto a ricordare che chi si trova nella catena di comando è tenuto a “disobbedire agli ordini d’attacco”, perché potrà essere ritenuto responsabile.

La San Suu Kyi, nel frattempo, resta ai domiciliari, secondo quanto dichiarato dai militari. E rischia una condanna a sei anni di prigione, oltre al divieto di ricandidarsi. Inizialmente la leader dell’Ndl era accusata di “importazione e utilizzo illegale di apparecchiature di trasmissione e ricezione radio” e di avere “importato illegalmente dei walkie-talkie”. In seguito è stata aggiunta la violazione della “legge sulla gestione delle catastrofi naturali” perché avrebbe avuto a che fare con un gruppo di persone durante l'epidemia.

Dietro al golpe ci sarebbe anche il potente generale Min Aung Hlaing, che a luglio sarebbe dovuto andare in pensione. Un’eventualità che avrebbe significato per lui la perdita di tutte le prerogative di cui gode in quanto capo dell’esercito. Il generale e la sua famiglia, dice a
Osservatorio Diritti l’organizzazione Justice for Myanmar (Jfm), “sono coinvolti in molti affari, grazie al fatto che lui è al vertice di un impero economico corrotto sostenuto dal potere militare”. In particolare, avrebbe “abusato del suo potere per la sua ricchezza personale e quella della sua famiglia, approfittando dell'accesso dei militari alle risorse statali, alle licenze e agli appalti pubblici e anche grazie al conglomerato militare Myanma Economic Holdings Limited (Mehl)”. Inoltre, continua Jfm, il figlio Aung Pyae Sone “gode di accordi vantaggiosi su licenze e permessi per le sue imprese di ospitalità, la figlia Khin Thiri Thet Mon gestisce una società di produzione di media che ha contratti con Mytel”, la compagnia di telefonia mobile in parte di proprietà dei militari.

L’articolo integrale di Fabio Polese (da Hua Hin, Thailandia), Myanmar, ecco chi c’è dietro al colpo di stato dei militari, può essere letto su Osservatorio Diritti.

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