16 giugno 2022 ore: 17:25
Famiglia

Napoli, 17enne uccide la madre. Aibi: “Via il termine ‘adottivo’, problema di ordine legale e culturale”

La stampa ha riportato la vicenda di cronaca citando il fatto che il ragazzo era “adottivo”. Aibi: “Serve una collettiva presa di coscienza da parte della società civile sulla necessità di garantire pari diritti e dignità ai ‘figli’, a prescindere dal fatto che siano biologici o meno”

ROMA – “In un periodo storico in cui si discute se utilizzare la Schwa al posto delle desinenze maschili e femminili per non discriminare nessuno e sensibilizzare la collettività nei confronti di automatismi, anche linguistici, figli di cultura, tradizioni, abitudini, etc., quasi nessuno si stupisce o si ferma a riflettere, invece, davanti a un titolo del genere: ‘Napoli, 17enne uccide la madre adottiva a coltellate’ o, se il titolo va via liscio, davanti alla successiva precisazione nel testo: “Il giovane, figlio adottivo, ha colpito…’. A sollevare la questione è Aibi, che prendendo spunto dai fatti di cronaca a Napoli, precisa: A questo punto, anche per chi avesse già letto la notizia passando oltre, il problema diventa chiaro e sta tutto nella parola ‘adottivo’ (o adottato, in altri casi non citati sopra). Ed è un problema da almeno due punti di vista: legale e culturale.
Il più facile da spiegare è il primo, perché basta rifarsi alle leggi vigenti e, in particolare, all'articolo 73 della legge sulle adozioni (n.184/1983 successivamente aggiornata): ‘Chiunque essendone a conoscenza in ragione del proprio ufficio fornisce qualsiasi notizia atta a rintracciare un minore nei cui confronti sia stata pronunciata adozione o rivela in qualsiasi modo notizie circa lo stato di figlio legittimo per adozione è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a lire 900.000’. E poco importa, nel caso in questione – continua Aibi -, che eventuali diretti interessati possano avere fatto accenno alla condizione di figlio adottivo del ragazzo, anche perché trattasi di minorenne. Senza considerare il fatto che la precisazione ‘adottato’ non risponde ad alcun dovere di cronaca, se non laddove si volesse mettere in risalto una distinzione tra figli naturali e figli adottati e dare una connotazione negativa alla filiazione adottiva accostandola al grave reato riportato. Cosa che (oltre a non tenere nuovamente conto della legge che ha esplicitamente eliminato qualsiasi distinzione, anche nell’utilizzo dei termini) ci porta al secondo e più radicato problema: quello culturale”!

Cambiare la cultura nei confronti dell’adozione. “La precisazione ‘adottato’ accanto al termine ‘figlio’, infatti, lungi dall’essere innocua, non fa che rinforzare e veicolare categorie preconcette – continua l’associazione -. Basta leggere alcuni commenti tra quelli postati dagli utenti sui siti in cui compare la notizia (‘Figlio adottivo. Un estraneo in casa. E questo è l’epilogo’, giusto per fare un esempio) per capirne le immediate conseguenze: ovvero il fatto che l’utilizzo superficiale (ammettendo la buona fede) del termine adottivo arreca un danno all’intera ‘categoria’ delle persone adottate, associate immediatamente a un episodio di cronaca già di per sé terribile, e veicola implicitamente il messaggio che proprio in quella parola, che per l’esposizione fattuale dell’episodio è assolutamente inutile, stia una possibile spiegazione”.

Al di là, dunque, della richiesta formale di eliminare il termine “adottivo” dopo la parola “figlio”, che Ai.Bi. sta portando avanti nei confronti di tutti gli organi di stampa che l’hanno utilizzato nel riportare questo episodio di cronaca, l’invito è quello di una “collettiva presa di coscienza da parte della società civile sulla necessità di garantire pari diritti e dignità ai ‘figli’ a prescindere dal fatto che siano biologici o meno”.
“Parallelamente anche la genitorialità adottiva merita la dignità che le spetta – conclude Aibi -, al pari con la genitorialità biologica: non è infatti per nulla pertinente che nella medesima notizia di cronaca, alcuni giornali abbiano specificato che la povera donna fosse una madre adottiva. Non solo il padre, pur essendoci, non è stato interpellato, ma il nucleo familiare viene in questo modo stigmatizzato in un'occasione personalissima e terribile senza alcuna considerazione del fatto che l'adozione sia il più alto gesto di accoglienza e solidarietà che un uomo e una donna possano compiere. Una scelta di vita che va supportata e non scoraggiata in occasione di eventi che, purtroppo, come sappiamo, capitano in moltissime famiglie anche non adottive”.

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