20 giugno 2014 ore: 12:12
Famiglia

Nidi, le famiglie spendono più di 300 euro al mese: 1 bimbo su 3 resta fuori

Indagine di Cittadinanzattiva sui servizi educativi in Italia: una famiglia spende in media 3 mila euro all'anno I nidi più cari in Valle d’Aosta dove si pagano 432 euro al mese, quelli più economici a Vibo Valentia (120 euro). Solo il 19% dei comuni prevede agevolazioni tariffarie
Alberto Cristofari/Contrasto Asilo nido: bambini fotografati dall'alto

Foto di Alberto Cristofari

BOLOGNA - Più di 300 euro. Ecco quanto spendono in media gli italiani per mandare un figlio all’asilo, comunale. Il costo rappresenta il 12% delle uscite mensili di una famiglia tipo. Se si considera che il nido è utilizzato per 10 mesi all’anno circa, significa che ogni anno si spendono 3.100 per usufruire di questo servizio. Un dato sostanzialmente invariato a livello nazionale, in media si spendevano 302 euro nel 2011. I dati sono contenuti nell’indagine dell’Osservatorio nazionale prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva su costi, disponibilità di posti e lista di attesa, agevolazioni tarriffarie in tema di asili nido comunali.

Dallo studio emerge anche che le differenze a livello territoriale sono notevoli. Gli asili più cari si trovano, infatti, al Nord dove si pagano in media 380 euro al mese, seguono quelli del Centro (322) e Sud (219). La regione più economica è la Calabria con una tariffa media mensile di 139 euro, quella più costosa è la Valle d’Aosta dove si spendono in media 432. Tra le province quella più cara è Lecco (515 euro al mese), mentre Vibo Valentia è quella più economica: una famiglia spende 120 euro al mese per mandare il figlio al nido. Ma non tutti ci riescono. È ancora elevato, infatti, il numero di bambini in attesa di un posto nel nido comunale: uno su 3 resta fuori, con punte del 71 per cento in Basilicata e del 65 per cento in Lazio. “Il nostro Paese è ben lontano dall’avere un sistema di servizi per l’infanzia diffuso, accessibili e capillare su tutto il territorio – dice Tina Napoli, responsabile politiche dei consumatori di Cittadinanzattiva – E risulta quanto meno anacronistico che solo il 19% dei Comuni preveda agevolazioni tariffarie per modifiche alla situazione economica familiare, determinate da disoccupazione, mobilità, cassa integrazione”. Ecco perché Cittadinanzattiva chiede al governo, “di investire in politiche di sistema per l’infanzia, che puntino a creare un sistema di servizi sostenibili e di qualità, da poter così incrementare l’occupazione femminile diretta e indiretta, e avvicinarci alla copertura del 33% nell’offerta nei servizi educativi”.

Nonostante la crescita dell’offerta di servizi educativi, i servizi coprono solo l’11,8% dell’utenza potenziale con grandi differenze tra le principali aree del Paese: si va dal 24,4 per cento dell’Emilia-Romagna all’1,9 per cento della Calabria. Per sapere quanti bambini restano in attesa di un posto al nido, Cittadinanzattiva ha verificato il numero di domande soddisfatte rispetto a quelle presentate: ne risulta che il Lazio, a livello di capoluoghi di provincia, ha il maggior numero di asili comunali (453) e di posti disponibili (21.756) ma è anche la regione in cui il 65 per cento dei bambini resta in lista di attesa, preceduta solo dalla Basilicata con il 71 per cento. In Lombardia e Piemonte invece resta in attesa solo il 7% dei richiedenti. La maggior copertura di asili pubblici in tutti i comuni si registra invece in Emilia-Romagna: 28.321 posti in 624 strutture pubbliche).

L’indagine ha considerato una famiglia tipo di 3 persone (genitori e figlio 0-3 anni) con reddito lordo annuo di 44 mila euro e Isee di 19 mila euro. I dati sulle rette sono elaborati a partire da fonti ufficiali (anni scolastici 2012/2013 e 2013/2014) delle amministrazioni interessate all’indagine (tutti i capoluoghi di provincia). Oggetto della ricerca sono state le rette applicate al servizio di asilo nido comunale per la frequenza a tempo pieno (in media, 9 ore al giorn) e, dove non presente, a tempo ridotto (in media 6 ore al giorno), per 5 giorni alla settimana. Nella top ten delle città più care con servizio a tempo pieno ci sono Lecco, Sondrio Belluno, Cuneo, Lucca, Alessandria e Bolzano (confermate dall’anno 2012/2013) e Imperia, Cremona e Trento (subentrate al posto di Mantova, Aosta e Udine). Quelle meno care sono le stesse del 2012/2013: Vibo Valentia, Catanzaro, Roma, Trapani, Chieti, Campobasso, Foggia, Venezia, Napoli e Salerno. Rispetto al 2012 /2013 sono 27 i capoluoghi di provincia in cui le rette sono aumentate da un minimo dell’1 per cento (Ascoli Piceno) a un massimo del 33 per cento (Siena).

Solo il 56 per cento dei capoluoghi di provincia mette a disposizioni delle famiglie agevolazioni tariffarie: nel 62% dei casi si tratta della riduzione della retta a partire dal secondo figlio iscritto al nido, il 45% riguarda le assenze per malattia, il 19% riduce la retta per modifiche alla situazione economica familiarie (disoccupazione, mobilità, cassa integrazione), il 15% per bimbi con disabilità e il 3% in presenza di mutuo per acquisto della prima casa. (lp)

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