21 settembre 2020 ore: 15:09
Salute

Omicidio e disturbo psichiatrico: un altro caso? “Comprendere, non giudicare”

di Chiara Ludovisi
Intervista a Gisella Trincas, presidente di Unasam: “Nel sistema salute mentale non va bene nulla: da almeno 20 anni i servizi sono in povertà estrema e non riescono a tutelare le fragilità del territorio. Chi sta male, neanche sa di poter chiedere aiuto. E con la pandemia, troppi sono stati lasciati soli. O sono morti, senza neanche incontrare il proprio medico”
Claudio Baima Poma e il figlio

Claudio Baima Poma e il figlio

ROMA – “Soffriva di depressione”, l'uomo che, nel torinese, ha ucciso il figlio di 11 anni e poi si è tolto la vita. Emerge quasi subito, insieme e alla notizia, il dettaglio della condizione mentale dell'uomo: “depresso”, “in cura” da psicologo e psichiatra. Non un'attenuante, non un'aggravante, eppure ha un peso specifico proprio il fatto che quest'uomo avesse una sofferenza mentale: così come Viviana Parisi, la mamma dj morta insieme al figlio alcune settimane fa, o come l'uomo che ha ucciso don Roberto Malgesini. Storie diverse, drammi distanti, che però in comune hanno una sofferenza mentale, un “disturbo psichiatrico”. E mentre si piangono le vittime, il rischio è che questo “disturbo” sia criminalizzato e che l'associazione tra crimine e malattia mentale s'imponga, generando stigma e paura sociale. Non è così? Lo abbiamo chiesto a Gisella Trincas, presidente di Unasam, la federazione a cui aderiscono oltre 150 associazioni di utenti e familiari, impegnate su tutto il territorio nazionale per sollecitare la realizzazione dei servizi territoriali di salute mentale.

“Ogni volta che leggiamo di casi così drammatici, credo che dovremmo evitare di mettere nero su bianco le diagnosi psichiatriche. Questo è, oltre che pericoloso per eventuali e possibili stigmatizzazioni, anche profondamente sbagliato, perché non si conoscono le persone né le loro storie. Piuttosto, dovremmo parlare di cosa accada oggi alle persone che vivano una condizione di difficoltà, sia essa associata a una questione psichiatrica, o sociale, o economica, o di altra natura. Dovremmo parlare di cosa stiamo diventando come società, se ci rendiamo conto che le persone sono sempre più sole, ad affrontare le complessità e le difficoltà della vita. E' questo che tali drammi ci raccontano. Va detto però che chi ha una fragilità mentale è particolarmente in difficoltà.

Perché? Cosa c'è che non funziona nella presa in carico del disagio mentale?
Nel sistema salute mentale non va bene nulla, perché questa ha smesso di essere punto centrale e importante nell'azione politica e nelle scelte organizzative, economiche, ma anche nelle prospettive culturali. Da almeno 20 anni i servizi si sono trovati in una condizione di crescente povertà di risorse umane ed economiche. Le piante organiche sono sempre più impoverite, non sono mai state completamente adeguate rispetto ai compiti che spettano a questi servizi, tanto che alcuni di questi non hanno la possibilità di occuparsi della tutela di salute mentale in un territorio, così come sarebbero chiamati a fare. C'è poi il problema delle pratiche: noi abbiamo lottato per la chiusura del manicomio, ma anche per il superamento di quell'idea di psichiatria basata su metodi cronicizzanti e istituzionalizzanti. Si doveva andare verso una salute mentale di comunità, in cui il sistema dei servizi dovrebbe farsi carico del benessere di un determinato territorio, avendo gli strumenti professionali, culturali ed economici. Sono questi servizi che dovrebbero incontrare e sostenere le persone che rischiano di perdere la propria salute mentale e aiutarle a intraprendere percorsi di uscita da questa condizione che, se trascurata o sottostimata, porta alla cronicizzazione. Tuttora invece manca un piano organico per la salute mentale, che parta dal governo centrale e obblighi le regioni e le aziende sanitarie ad andare in questa direzione: quella di sostenere le persone con il loro pieno consenso e la loro piena consapevolezza, quindi eliminando l'istituzionalizzazione forzata, così come l'adesione forzata alle terapie. Ancora oggi, di fatto, una delle cose di cui maggiormente si lamentano le persone con sofferenza mentale è che non partecipano attivamente al loro percorso di cura e riabilitativo. Le cure, per lo più farmacologiche, sono sopratutto imposte, con la minaccia dell'istituzionalizzazione o dell'abbandono. C'è la necessità di un cambio culturale radicale, bisogna ridefinire i compiti e le funzioni del servizio territoriale di salute mentale e di comunità. E occorre dotare i servizi di tutte le risorse per andare nella direzione di un percorso di ripresa, di cura orientata alla guarigione e che restituisca fiducia nei servizi nelle persone e nella possibilità di farcela.

Sembra però che a “curare” la malattia mentale siano soprattutto le strutture private. I servizi territoriali sono poco o pochissimo conosciuti, non è così?
Sì, molti neanche ne conoscono l'esistenza. D'altra parte, non esistono campagne di informazione su come e dove si possano affrontare i problemi e le difficoltà di questo tipo. Abbiamo mai visto pubblicità progresso che raccontino dell'esistenza del servizio di salute mentale di prossimità? Manca completamente la parte della prevenzione, che invece la legge di riforma sanitaria indicava come priorità. Chi ha a che fare con problema di queste dimensioni, come prima cosa si chiude, perché ha paura di parlarne. E' il territorio che deve andargli incontro, offrendogli supporto. Penso ai servizi sociali e sanitari, ma penso anche a quei rapporti di vicinato, a quell'occhio attento all'altro che un tempo c'era e che sempre più si sta perdendo. In poche parole: è il modello di società che deve essere profondamente riformato. E il primo passo devono farlo le istituzioni. Le persone devono sapere che, quando esiste un problema, esiste anche un servizio e un luogo in cui può affrontarlo. Questa consapevolezza oggi manca completamente.

E' facile immaginare che la pandemia, con l'isolamento da un lato e l'interruzione dei servizi dall'altro, abbia aggravato la situazione...
Questo è certo: in tutti questi mesi ho parlato con familiari e persone che vivono una condizione di fragilità mentale. Mi hanno riferito che durante il lockdown, ma ancora oggi, la limitazione nell'accesso ai servizi ha determinato difficoltà e sofferenza. Il fatto stesso che le persone non si incontrino ha procurato un aggravamento in chi già viveva una condizione di disagio. Pensiamo anche alle famiglie con una grande conflittualità che già procurava una fragilità mentale: l'isolamento e l'impossibilità di frequentare persone e luoghi esterni hanno chiaramente aggravato la sofferenza. E poi, è mancato e continua in parte a mancare il libero accesso alla medicina territoriale, agli uffici della pubblica amministrazione, agli ospedali. E' mancata, da parte del governo centrale, un' attenzione su questo aspetto della vita delle persone. Abbiamo un'emergenza sanitaria e va affrontata potenziando gli interventi sanitari e garantendoli sul territorio. Ancora oggi, invece, si comunica con il medico di base attraverso WhatsApp e email. È una situazione che deve normalizzarsi, ma non se ne vede la strada. Intanto, le persone sono sempre più sole e più fragili.

C'è stato, da quanto le risulta, un aggravamento delle patologie mentali?
Inevitabilmente sì, legato sia all'isolamento sia all'interruzione dei percorsi di cura e alla chiusura soprattutto dei centri diurni. Io credo che forse non abbiamo ben compreso la portata sociale di questa emergenza sanitaria e cosa questa abbia comportato in termini di peggioramento delle patologie e delle condizioni di salute in generale: quanti sono morti d'infarto mentre aspettavano che si verificasse che non avessero il Covid? E i malati oncologici? Da quanto tempo aspettano un intervento? Come loro, chi ha una patologia mentale è stato lasciato indietro, ad aspettare. Ma le conseguenze sono pesanti.

Sono aumentati i ricoveri, per l'aggravamento delle patologie psichiatriche?
Non so se siano aumentati, ma sono gli unici interventi che non si sono mai interrotti, per via delle disposizioni governative che hanno mantenuto attivi i servizi per le urgenze e le emergenze. Mi domando però quanti ricoveri e quanti Tso si sarebbero potuti evitare, se ci fosse stato un intervento tempestivo del servizio territoriale.

Da dove bisogna ripartire, oggi?
Credo che la priorità sia che il governo torni a svolgere il suo compito di indirizzo nei confronti delle regioni, dando loro indicazioni chiare. Finora infatti i governatori sono stati lasciati liberi, per esempio, di delegare alle strutture la regolamentazione di visite e accessi, nello stesso modo in cui qualcuno ha cercato di imporre il tampone a chi entrasse nel proprio territorio: un'assurdità. E' il governo che deve dire chiaramente in che modo debbano agire servizi territoriali, medici di base, strutture ecc. Deve riattivarsi subito l'assistenza territoriale, così come il sostegno domiciliare, nel rispetto certo delle misure precauzionali. Proprio i servizi territoriali andavano immediatamente potenziati e non si è fatto: ne paghiamo le conseguenze. Ora bisogna correre ai ripari

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