Operaio suicida a 26 anni, i fratelli: “Mobbizzato perché musulmano”
TORINO - Sarà la procura di Ivrea a cercare di far chiarezza sul suicidio di Kemal Smajlovic, 26enne di origine bosniaca che lo scorso lunedì si è lanciato dalla finestra del terzo piano dell’appartamento in cui viveva con la famiglia a Cuorgnè, in provincia di Torino. Ma i familiari del ragazzo non hanno dubbi: Kemal si sarebbe ucciso perché sfiancato dalle prolungate e sistematiche angherie che era costretto a subire sul posto di lavoro, in un’officina metalmeccanica di Pont Canavese. “Al lavoro non mi vogliono più - aveva raccontato loro in più occasioni - Perché sono l’unico straniero, perché sono musulmano”.
A Cuorgné, un borgo di diecimila anime nell’alto Canavese, gli Smajlovic li conoscono tutti. In Italia c’erano arrivati nel 1992, nel pieno della guerra civile, quando una bomba aveva distrutto la loro casa di Banja Luka. Papà Kerim, che all’epoca aveva 29 anni, aveva trovato posto su un convoglio umanitario che li aveva portati fino a Pont Canavese, un altro piccolo borgo in cui la famiglia ha vissuto per 18 anni, prima di trasferirsi nel 2010. Anche a Pont, come a Cuorgné, gli Smajlovic si erano fatti volere bene: ventidue anni in Italia senza un attrito, men che mai un episodio di discriminazione. Almeno finché Kemal non ha trovato lavoro alla Riva Roveda, una delle tante officine meccaniche della zona.
Ma “Nostro fratello si è ucciso perché era continuamente discriminato sul posto di lavoro”, denunciano ora Adis e Alisa, entrambi 22enni, gli altri due figli gemelli di Kerim Smajlovic. “Dopo l’ennesimo litigio, circa un mese fa, i colleghi avevano addirittura fatto una votazione interna per costringerlo a licenziarsi”. Accuse pesanti, sulle quali toccherà agli inquirenti far luce: perché in quell’azienda Kemal ci lavorava da sette anni, ma il presento mobbing era iniziato soltanto di recente. Scatenato, secondo la sorella Alisa, da un pesante litigio col direttore. “Kemal - racconta la ragazza - era addetto al controllo dei macchinari. Tutti i colleghi effettuavano la turnazione, tranne lui. Lavorava sempre dalle 8 alle 17.30 e spesso lo emarginavano. Non gli rivolgevano la parola perché era straniero”.
Proprio durante un turno di lavoro, lunedì scorso, il ragazzo era stato colto da un forte attacco d’ansia. Su consiglio dei titolari si era fatto visitare dai medici del pronto soccorso, che lo avevano dimesso poco dopo. Secondo la sorella Alisa, stava bene quando era rientrato a casa; ma a recuperare la sua auto, in azienda, aveva preferito comunque andarci lei. Appena rientrata nell’appartamento di via Roma, però, si è accorta che Kemal non c’era più. “Ho visto la finestra del pianerottolo aperta - ha raccontato lei - e mi si è gelato il sangue”. (ams)