15 aprile 2021 ore: 15:07
Disabilità

Oss che diventano infermieri? “Può essere una soluzione”

di Chiara Ludovisi
Bettoli (Legacoopsociali Friuli Venezia Giulia) sin inserisce nel dibattito e risponde agli Opi della Campania e a quanti si oppongono a una possibilità “L'Oss-C è il tradizionale infermiere generico: urgente averne disponibili presto, per coprire questa fase di alcuni anni in cui, altrimenti, le punture ce le dovremo fare da soli”
Terzo settore, anziano e badante, assistenza - SITO NUOVO

ROMA - Oss che diventano infermieri, perché no? Questa possibilità, introdotta per primo dal Veneto, poi dalla Liguria e da altre regioni e contestata duramente dagli Opi della Campania, può essere una risposta valida per rispondere a un'emergenza che esiste e di cui bisogna prendere atto. Ad affermarlo è Gian Luigi Bettoli, presidente di Legacoopsociali Friuli Venezia Giulia, che critica “quell'agitazione corporativa che tutti i collegi infermieristici d'Italia hanno scatenato contro le prime delibere regionali per avviare i corsi di Oss 'complementari'. La realtà è questa: non ci sono più infermieri in Italia – ricorda - ed i tanti concorsi banditi o annunciati spostano solamente i pochi infermieri disponibili dal sociale agli ospedali, lasciando sguarnito proprio il territorio e le residenze per anziani. Il ministero della Salute, invece di moltiplicare la formazione universitaria degli infermieri (e comunque ci vorrebbero quattro anni da ora, per averli disponibili), dà indicazioni per restringere ulteriormente il numero di formandi per il prossimo anno accademico. E' assurdo”.

Una risposta, intanto, va trovata, perché il problema esiste e trova ordine, secondo Bettoli, in diversi fattori: “Oltre al taglio generalizzato del welfare di natura neoliberista, c'è la posizione corporativa delle professioni di area medica, che puntano tutte al ruolo 'direttivo' – osserva - Così non abbiamo più medici (ridotti in gran parte a burocrati); gli infermieri sono diventati mini-medici e le assistenti sociali, sono tutte dirigenti dei servizi sociali; i sociologi, poi, si sono infilati negli uffici programmazione, invece di fare ricerca nel territorio; ed ora anche gli educatori sociosanitari si sono fatti il loro ordine, seminando confusione e disorientamento tra gli educatori sociopedagogici, che sono oltre il 90% della categoria. Pure gli psicologi hanno puntato in alto ma, subendo la concorrenza di miriadi di councelors, finiscono in gran parte per fare gli operatori educativi o assistenziali 'privi di titolo'. La ministra Lorenzin è arrivata anche ad istituire l'ordine degli Oss (gli addetti all'assistenza). Allora mi domando: chi rimarrà a lavorare concretamente con l'utenza? Di questo passo, rimarranno solo pulitori e badanti, in una condizione di crescente precariato”.

Rispondere subito alla carenza di infermieri

Se questa è la situazione generale delle professioni sociosanitarie, per quanto riguarda in modo specifico i servizi infermieristici “è urgente rispondere subito, come hanno deciso non alcune singole regioni, ma la Conferenza delle Regioni nel suo insieme. La figura dell'OSS - C corrisponde al tradizionale (ed esaurito, sul mercato del lavoro) infermiere generico – riferisce e precisa Bettoli - che opera in collaborazione, e sotto la direzione, dell'infermiere professionale. E' urgente averne disponibili presto, per coprire questa fase di alcuni anni in cui, altrimenti, le punture ce le dovremo fare da soli. Quindi non sono Oss (addetti all'assistenza) ma figure maggiormente qualificate, già prevista dal sistema sociosanitario nazionale, di cui dobbiamo eventualmente lamentare il ritardo nell'attuazione. Si tratta di una figura (gli esponenti intelligenti degli OPI lo sanno) che contribuisce a facilitare lo stesso lavoro degli infermieri. E' ora di finirla con ideologie corporative e polemiche inutili: abbiamo bisogno di risposte di sistema e questa, a breve, è una concreta risposta ad un'emergenza che dura da anni, e durerà altri ancora. Nell'interesse generale”.

Bettoli accenna invece a un altro problema, sempre relativo alla professione infermieristica: “Mi hanno segnalato come, a Roma, nelle strutture residenziali (gruppi appartamento e case famiglia) ci si trovi con numeri abnormi di infermieri delle Asl (fino a sette, in una struttura che, a questo punto, sembra più un reparto che una casa famiglia). Se questo personale fosse utilizzato laddove serve, avremmo un doppio risultato: recuperare infermieri in funzioni proprie, e liberarci di infermieri dove bisogna fare riabilitazione e reinserimento sociale”.

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