19 giugno 2014 ore: 14:31
Immigrazione

Palazzo Selam, condizione disumane per i rifugiati: 1 wc ogni 19 persone

Il palazzo a Sud di Roma ospita 1.200 rifugiati, ma i bagni e le docce sono totalmente insufficienti. Lo denuncia un rapporto dell’associazione Cittadini del mondo: “L’accesso ai servizi di cui hanno diritto lasciato alla buona volontà degli assistenti sociali”
Palazzo Selam. Pavimento
Palazzo Selam. Pavimento

ROMA - Un wc ogni 19 persone, 1 doccia ogni 33. A palazzo Selam, un palazzo occupato a Sud di Roma, 1.200 migranti, titolari nella quasi totalità di protezione internazionale, vivono così, nella totale indifferenza delle istituzioni. A denunciare la situazione è il report “Palazzo Selam la città invisibile” realizzato dall’associazione Cittadini del mondo, che dal 2006 ha attivato uno sportello sociosanitario all’interno per far fronte alla situazione di degrado.  

Condizioni igieniche disumane. Il palazzo, oggi casa di molti rifugiati, non nasce per uso abitativo ma era un’ex facoltà dell’università di Tor Vergata. I servizi igienici iniziali erano quindi totalmente insufficienti per una popolazione stabile e così numerosa. “Non vi erano né docce, né lavandini da cucina o attacchi per le lavatrici – si legge nel report - Nel tempo gli abitanti hanno aggiunto i sanitari, ma sovraccaricando e compromettendo le tubature. I servizi, nati tutti solo come vasi igienici, si sono trasformati in qualche caso in vasi alla turca, in docce e addirittura in camere da letto. Oggi si contano solo 55 bagni, 36 docce e 37 antibagni, servizi totalmente insufficienti per la popolazione attualmente residente nel palazzo, sostanzialmente vi è 1 wc ogni 19 persone e 1 doccia ogni 33. Inoltre la situazione oggi è particolarmente grave e pericolosa perché delle 6 colonne, 3 infiltrano acqua nei piani inferiori già dal quinto piano causando corto circuiti, caduta di intonaco e talvolta calcinacci”.

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Mancato accesso ai servizi sociosanitari. Non va meglio sul fronte dell’accesso ai servizi. Sebbene a palazzo Selam il 95 per cento dei migranti è titolare di protezione internazionale e ha quindi diritto ad usufruire dei servizi pubblici del territorio, l’accesso è precluso per le difficoltà burocratiche. “Praticamente in tutti gli uffici pubblici non vi è la presenza, o vi è solo sporadicamente, di un mediatore culturale e gli operatori in molti uffici non conoscono le procedura per l’accoglienza dei titolari di protezione – denuncia il rapporto - esemplare è il fatto che, esclusa la Asl del I municipio, nelle altre Asl della Capitale il cedolino rilasciato a coloro che hanno fatto richiesta di asilo politico non viene immediatamente riconosciuto come un documento di identità in quanto riporta solo il nome e non la foto. La completa assenza di una politica di accoglienza sommata a queste continue difficoltà di accesso ai servizi pubblici territoriali determinano la mancanza di integrazione dei rifugiati politici nel tessuto sociale e la loro costante emarginazione”. L’unica differenza la fa il fattore umano: l’intervento degli operatori o delle associazioni. “Sono loro l’ interfaccia tra l’utente e i servizi territoriali – spiega il rapporto - venendo a colmare di fatto, le profonde lacune dell’accoglienza italiana”. Nello specifico, il 35 per cento dei pazienti che vivono a palazzo Selam, incontrati da Cittadini del mondo nel corso dello sportello sanitario risultano non iscritti al Ssn, il 32 per cento ha la tessera sanitaria scaduta, e il 14 per cento ha il documento riferibile ad un’altra città italiana e tra questi più della metà non comprendono l’utilità della tessera sanitaria. “Le cause di questa noncuranza dell’accesso al sistema sanitario pubblico sono da ricondursi principalmente alla non conoscenza dei propri diritti sanitari – spiegano i volontari dell’associazione - inoltre le difficoltà burocratiche e fisiche che i titolari di protezione internazionale incontrano nell’iscriversi al Sistema Sanitario Nazionale spesso scoraggiano gli abitanti al punto tale da ricorre alla sanità solo in caso di emergenza”.

box La tutela dei diritti lasciata alla “buona volontà” degli assistenti sociali. Un quarto della popolazione di Palazzo Selam è composta da donne con figli a carico, per lo più nuclei monoparentali dove l’unica figura genitoriale è rappresentata dalla madre, la quale dovendo occuparsi a tempo pieno dei figli piccoli, non può lavorare. Il 51 per cento delle donne del palazzo  assistite da Cittadini del mondo ha figli a carico e nessun tipo di ingresso economico. In questi casi la presa in carico del nucleo familiare da parte di un assistente sociale è fondamentale per garantire la tutela dei minori. “Negli anni le assistenti sociali dei due municipi di riferimento hanno iniziato una collaborazione informale che, seppure complessa, ha permesso di seguire e monitorare le famiglie, di richiedere sussidi per sostegno scolastico /familiare e attivare la distribuzione di pasti caldi nei casi di dichiarata indigenza per malattia – spiega il rapporto -. Anche in questo caso i veri diritti si sono persi nelle procedure di accoglienza e solo la buona volontà degli operatori ha permesso la tutela delle persone”. Per nulla facili per le famiglie con bambini all’interno del Palazzo, sono state inoltre, le procedure per l’iscrizione scolastica, il problema è sempre quello della residenza anch’esso risolto grazie alla buona volontà delle assistent i sociali.

Cercare lavoro è impossibile, nei centri per l’impiego mancano i mediatori. Nel rapporto si legge infine che il 60 per cento degli abitanti del palazzo sono disoccupati, solo il 7 per cento ha un regolare contratto, la restante parte lavora nel settore informale. In realtà a pochi passi dal palazzo esiste un  Centro per l’impiego territoriale presso il quale si viene iscritti nelle liste di disoccupazione. Ma nonostante l’utenza straniera sia preponderante, anche qui non c’è un servizio funzionale di mediazione linguistica – spiega Cittadini del mondo - per cui la compilazione del curriculum e la consultazione delle offerte di lavoro rimangono inaccessibili agli stranieri”.

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