28 ottobre 2015 ore: 15:46
Immigrazione

Piano contro il caporalato in ritardo, "governo si perde in valutazioni"

A fine agosto il ministro Martina aveva annunciato tempi rapidi, ma ad oggi sono ancora tanti nodi da sciogliere, compreso l'dozione di un decreto legge. Oltre 200 imprese nella rete di qualità. Mininni (Flai Cgil): “Serve un decreto d'urgenza"
Caporalato. Due uomini nei campi con ortaggi in mano

ROMA – Un piano d’azione contro il caporalato in due settimane: è stata questa la promessa del ministro per l’Agricoltura, Maurizio Martina, al termine del vertice tenutosi a fine agosto col ministero del Lavoro. Da allora, però, sono passati due mesi e non solo manca il piano d’azione annunciato, ma si sta ancora ragionando sulla possibilità di adottare un decreto d’urgenza per mettere le toppe ad un progetto non ancora del tutto rodato. Dopo l’intervento di Martina ieri a Montecitorio in commissione congiunta Lavoro e Agricoltura, è Giovanni Mininni, segretario nazionale della Flai Cgil, a fare un bilancio sui primi due mesi di attività e anche sui primi ritardi della cabina di regia istituita dal ministero dell’Agricoltura e presieduta dall’Inps. “Solamente l’altro ieri la cabina di regia ha cominciato ad affrontare il piano d’azione e la discussione dovrebbe concludersi il 5 novembre – spiega Mininni -, speriamo di poter arrivare ad un documento condiviso”.

I nodi da sciogliere. Mentre si aspetta che la cabina di regia metta a punto il piano, si accumula il ritardo sui nodi da sciogliere. Alla rete del lavoro agricolo di qualità, infatti, le aziende possono iscriversi già dal primo di settembre nonostante i dubbi sollevati dallo stesso Mininni sui requisiti necessari: ad oggi, infatti, hanno diritto ad aderire alla rete le imprese che non hanno condanne o procedimenti penali in corso per violazioni della normativa sul lavoro, legislazione sociale, in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto; che non sono stati destinatari, negli ultimi tre anni, di sanzioni amministrative definitive e che, infine, sono in regola con il versamento dei contributi previdenziali e assicurativi. Requisiti che, secondo Mininni, non bastano per tener fuori dalla rete le aziende che sfruttano o che si rivolgono ai caporali. “C’è la necessità di definire le modalità di iscrizione che non abbiamo ancora condiviso – aggiunge Mininni -. Stiamo ragionando su un paio di possibili soluzioni. Nel frattempo abbiamo dovuto mandare avanti le pratiche delle imprese che sono state accettate e iscritte alla rete con riserva”.

Ad oggi sono oltre 200 le imprese entrate nella rete (con riserva). “Erano in regola con i contributi versati – spiega Mininni -, non avevano avuto condanne penali per quanto riguarda il lavoro ed erano a posto con i pagamenti delle tasse e con la direzione territoriale del lavoro”. Per Mininni, però, si tratta di certificazioni su requisiti non in grado di appurare appieno le condizioni dei lavoratori. “Non sappiamo se in quelle imprese viene applicato o meno il contratto nazionale, eppure ci chiedono di certificarle. Per noi è un problema. Non sappiamo se in quelle imprese c’è il sottosalario”. C’è poi l’eventualità di reati penali che non riguardano direttamente il lavoro, come ad esempio la corruzione. “Su questo ci stiamo ponendo il problema – assicura il segretario nazionale -. Ci sono diversi buchi da colmare”.  

Questione controlli. Durante l’audizione in commissione, il ministro Martina ha snocciolato anche alcuni numeri sui controlli alle aziende. Secondo il ministro, infatti, nel 2015 c’è stato un incremento di oltre il 20 per cento rispetto ai primi 8 mesi del 2014, mentre per il 2016 ha annunciato controlli “capillari”. Tuttavia, resta ancora da affrontare il problema dei controlli alle aziende che aderiscono alla rete. L’articolo 6 della legge 116 del 2014 (quella che istituisce la rete), al punto 6 prevede che, fatti salvi i controlli ordinari in materia di tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, tutti gli altri controlli saranno dirottati sulle imprese che non aderiscono alla rete. “E’ vero che i controlli sono aumentati, soprattutto da agosto in poi – riconosce Mininni -, ma il ministro Martina ci deve dire se questi controlli continueranno anche per le imprese che sono iscritte alla rete del lavoro di qualità. È questo il punto”.

Intervenire con un decreto. Per Mininni, c’è solo un modo per mettere le dovute toppe alla rete del lavoro agricolo di qualità e si tratta di un decreto d’urgenza che possa dare più poteri alla cabina di regia e implementare le attività sui territori. “Già si sta facendo qualcosa all’interno della cabina di regia con l’autoregolamentazione – spiega -, ma si capisce che è più debole di una legge”. D’accordo anche il ministro Martina sul decreto, intervenendo ieri in commissione, anche se chiarisce:“il punto vero è capire quale sia lo strumento più efficace, lo valuteremo con il ministro per le Riforme costituzionali Maria Elena Boschi e la presidenza”. Per Mininni, però, il governo “sembra si stia perdendo in valutazioni di cui non se ne comprende la ratio politica”. “Ci sembrava che fosse volontà del governo la decretazione per urgenza e invece questa cosa è ancora al vaglio – continua Mininni -. Noi ne abbiamo un bisogno enorme”.

L’urgenza è dettata dai rallentamenti del collegato agricolo. “L’articolo 30 del collegato – spiega Mininni -conferisce un ruolo e delle funzioni alla cabina di regia e alla rete del lavoro agricolo di qualità. Contiene la possibilità che la rete del lavoro di qualità possa stipulare delle convenzioni con le commissioni provinciali della Cisoa dove poter creare un’incontro domanda e offerta di lavoro e avere un controllo maggiore sulle imprese sul territorio. C’è anche la possibilità di stipulare convenzioni con le imprese di trasporto, togliendo spazio vitale al caporalato”. Tuttavia, il testo è stato rispedito al Senato perché emendato. E i tempi potrebbero essere più lunghi del previsto. “Questo significa allungare i tempi di almeno 5 mesi, ma il testo potrebbe anche perdersi nel rimpallo tra una camera e l’altra. Per questo deve essere estrapolato e decretato per urgenza”.

Tutelare tutti i lavoratori. Sulla buona strada, infine, gli emendamenti al Codice antimafia che prevedono la confisca dei beni per le aziende che si avvalgono del caporalato. “Pur non estendendo il 603 bis alle imprese, cioè la responsabilità penale del reato di caporalato – spiega Mininni -, si coinvolgono le imprese da un punto di vista amministrativo e quindi è previsto il sequestro sia delle ricchezze prodotte che il prodotto raccolto attraverso il caporalato. Le aziende confiscate per mafia spesso, dopo i sigilli, si fermano e i lavoratori vengono licenziati pur non avendo colpe. In questo modo si sequestra quanto prodotto e non si intacca il funzionamento dell’impresa”. Tuttavia, anche su questo tema occorre intervenire per tutelare i lavoratori che decidono di denunciare. “Lo scorso agosto, Martina aveva annunciato anche una norma che riguardava la protezione di chi denunciava. Questa cosa manca. Noi chiediamo la possibilità che nel percorso parlamentare ci possa essere questa aggiunta”. Una protezione che non deve riguardare unicamente i lavoratori immigrati, ma che deve tutelare tutti i lavoratori del settore, assicurando la possibilità di continuare a lavorare. “Il ricatto dei caporali – conclude Mininni -, è che non lavori più se decidi di denunciare. Nelle norme antimafia pensiamo possano trovare spazio anche norme sulla protezione di chi denuncia”.(ga) 

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