5 maggio 2016 ore: 11:20
Giustizia

Piano suicidi in carcere, "non dimenticare il ruolo degli operatori"

L'analisi di Alessandro Bruni (Società italiana psicologia penitenziaria): "Da anni il numero delle ore a disposizione degli operatori è ridotto a circa 20 ore al mese". Puntare su misure alternative e tutela della salute. "Necessario favorire la speranza di un futuro possibile". Ad aprile 13 i casi (6 stranieri)
Carcere. Corridoio con detenuti

ROMA - “La prevenzione del suicidio in carcere non può essere limitata alle misure di sorveglianza, ma richiede un riconoscimento lucido della qualità organizzativa, gestionale e ambientale degli istituti di detenzione in cui soggetti più o meno vulnerabili vengono costretti a vivere”. Gli esperti del Tavolo 4 (Minorità sociale, vulnerabilità e dipendenze) degli Stati generali sull’esecuzione penale lo avevano detto chiaramente: per la prevenzione dei suicidi e dell’autolesionismo dietro le sbarre non basta sorvegliare ma bisogna intervenire sull’ambiente a più livelli.

E proprio partendo dalle loro indicazioni, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, interviene sull’”inquietante e intollerabile fenomeno” dei suicidi e dei tentativi di suicidio in carcere con una direttiva indirizzata al Capo del Dap (il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), Santi Consolo. In evidenza, nel documento, un “Piano nazionale d’intervento per la prevenzione del suicidio e per il conseguente monitoraggio delle strategie adottate, attraverso la raccolta, l’elaborazione e la pubblicazione dei dati sul fenomeno e sulle esperienze condotte”. Il Piano prevede misure di osservazione del detenuto, adeguamento degli spazi  destinati all'accoglienza dei soggetti a rischio, programmi formativi specifici per tutti gli operatori. Terrà conto della giurisprudenza della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e di quanto elaborato dal Comitato Nazionale di Bioetica nel 2010, ripreso  dalla Conferenza Unificata per i rapporti tra Stato-Regioni nel 2012 nelle sue "Linee di indirizzo per la riduzione del rischio autolesivo e suicidario dei detenuti, degli internati e dei minorenni sottoposti a provvedimento penale".

“Da anni - avevano scritto gli esperti - il Dap ha costituito una unità di monitoraggio che ha analizzato l’andamento del fenomeno, producendo riflessioni di varia natura. Si tratterebbe di prevedere con decreto ministeriale che lo stesso Dipartimento incardini al proprio interno un settore specifico. La letteratura internazionale ha evidenziato che la predisposizione di protocolli d’intervento, generali e specifici, affiancati ad una specifica e coerente formazione degli operatori incide notevolmente in termini positivi sul fenomeno, riducendolo”. Dalle proposte ai fatti.

I numeri. Al 29 aprile 2016 i dati del Dipartimento registrano 13 suicidi in carcere, 6 riguardano detenuti stranieri. Erano 39 lo scorso anno, in calo rispetto agli anni precedenti (43 nel 2014 e 42 nel 2013). 

Tabella detenuti suicidi 2016

“Con la direttiva su suicidi, tentati suicidi e autolesionismo si conferma l’attenzione da parte del Ministro Orlando come già emerso recentemente anche negli Stati Generali - commenta Alessandro Bruni, psicologo psicoterapeuta, criminologo clinico, presidente della Società Italiana Psicologia Penitenziaria -. E’ fondamentale mantenere alta l’attenzione perché come noto si sviluppa in modo maggiore rispetto ad altri contesti e, come ricorda l’Oms (Organizzazione mondiale della Sanità), tutti “gli individui che subiscono il regime di detenzione presentano frequenti pensieri e comportamenti suicidari durante tutto il corso della loro vita”.

"Va benissimo il Piano nazionale del Dap che dovrà coordinarsi con le 'Linee di indirizzo' del 2012 e le conseguenti linee operative che le regioni hanno già iniziato a elaborare per dar vita ad una strategia globale di intervento, di presa in carico multidisciplinare e complessa del paziente detenuto che, come evidenzia il Comitato Nazionale di Bioetica, citato dal ministro, - prosegue Bruni -  richiede una responsabilità generale di tutti gli operatori presenti negli istituti penitenziari, tenuto conto della condizione di vulnerabilità bio-psico-sociale della popolazione detenuta”.

“Bisogna affrontare gli aspetti ambientali  è necessario favorire la speranza di un futuro possibile per tutti i detenuti (ergastolani inclusi) a partire dall’accesso alle misure alternative e avviare reali percorsi di 'rieducazione' e 'tutela della salute' in carcere: sono aspetti fondamentali che possono permettere di affrontare la pena e costituire la cornice entro la quale diventa efficace potenziare 'il trattamento del disagio psicologico e mentale', 'di conoscenza approfondita delle persone ristrette e garantire la miglior comprensione e gestione delle situazioni di maggior disagio' oltre a promuovere opportune misure di osservazione del detenuto”.

"Per raggiungere questi obiettivi non bisogna dimenticare il ruolo di tutti gli operatori penitenziari e, tra questi, forse anche psicologi e criminologi che possono dare il loro contributo. Ma da anni il numero delle ore a disposizione è ridotto (circa 20 ore al mese), le convenzioni sono state per circa 35 anni con scadenza annuale e rinnovabili, ma dal 2013 (con una circolare Dap) si possono rinnovare solo per un quadriennio nello stesso istituto penitenziario. Inoltre nell’assegnazione degli incarichi è stata azzerata l’esperienza maturata".

"Allo stesso modo le nuove competenze del sistema sanitario nazionale che non ha ancora in modo omogeneo definito e stabilizzato l’intervento degli psicologi. Il nuovo corso di politica penitenziaria sollecitato dagli Stati generale e dalla riorganizzazione del Dap, offre la speranza che gli importanti principi già previsti nell’Ordinamento Penitenziario si traducano definitivamente in azioni concrete per la dignità dei detenuti e di coloro che cercano di favorire quei percorsi di rieducazione, reinserimento sociale e tutela della salute che opportunamente vengono evidenziati con questa nuova direttiva”. (Teresa Valiani)

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