2 novembre 2016 ore: 10:41
Giustizia

Poli universitari in carcere: la sfida del garante della Sicilia

Intervista a Giovanni Fiandaca. Percorsi formativi e lavorativi dentro e fuori dal carcere, diritto allo studio e aumentare il numero di educatori e psicologi, tra le priorità. "Per dare un senso alla pena, bisogna garantire i diritti"
Carcere - Libri, scuola, formazione

PALERMO - Garantire i diritti dei detenuti in Sicilia a partire da alcuni cambiamenti forti come l'attivazione di percorsi formativi e lavorativi dentro e fuori dal carcere, la creazione di piccoli poli universitari per chi vuole studiare e l'incremento di educatori e psicologi. Sono alcuni delle priorità del garante dei detenuti della Sicilia Giovanni Fiandaca,  da oltre 30 anni ordinario di diritto penale all'università di Palermo, che si è insediato lo scorso maggio.

La sua nomina arriva dopo un lungo periodo in cui la carica è rimasta scoperta.
Il primo obiettivo, subito dopo il mio insediamento, è stata la piena riattivazione dell'ufficio del garante, dotandomi di risorse umane che spero in futuro di incrementare ulteriormente. La difficoltà nel gestire quest'ufficio deriva dall'ampiezza del territorio di riferimento. In Sicilia, infatti, ci sono 23 istituti penitenziari con caratteristiche e condizioni molto diverse. C'è il Pagliarelli, il più grande della Sicilia, che ospita circa 1300 detenuti ma ci sono anche istituti molto piccoli anche con 40 detenuti. Per questo ho iniziato a portare avanti un programma di visite: sono stato, infatti, già a Catania e ho visitato anche gli istituti palermitani e presto mi riprometto di andare a Trapani per poi proseguire con la Sicilia centrale ed orientale.

Quale sarà il punto di partenza?
La mia intenzione, prima di tutto, è cercare di essere un promotore di interazioni virtuose tra i diversi soggetti che, istituzionalmente, sono competenti ad occuparsi della materia carceraria. Per esempio, si è posto il problema del completamento del passaggio delle competenze in materia di sanità penitenziaria dal ministero della giustizia alle regioni. Un passaggio molto delicato, per il quale mi sono fatto promotore di incontri tra l'assessore alla sanità, alcuni medici competenti in materia penitenziaria e il provveditore regionale agli istituti di pena perché si raggiungessero delle intese. Tutti sanno che il garante non ha grossi poteri d'intervento però, se riesce ad esercitare il suo ruolo di promotore e di mediatore, concentrando l'attenzione su alcuni problemi perché vengano affrontati in maniera coordinata, allora l'incarico può essere rilevante perchè è in grado di incidere in maniera operativa sul sistema. Naturalmente c'è la funzione principale, ma che non è la sola, che è quella di rispondere alle singole istanze dei detenuti in tema di violazione e garanzia dei loro diritti.

A proposito dell'impegno dei detenuti fuori e dentro il carcere come si muoverà? Nella prospettiva di promuovere occasioni di lavoro per i detenuti vorrei fungere da elemento di sollecitazione e di coordinamento tra l'assessore al lavoro, alla formazione professionale, il mondo imprenditoriale ed i direttori delle carceri interessati. In pratica vorrei organizzare dei tavoli tecnici che mettano insieme realtà che, altrimenti, potrebbero rischiare di lavorare da soli. Mi ripropongo al più presto anche una visita all'Uepe perché credo che, l'esecuzione penale esterna, sia un terreno privilegiato da incrementare e favorire così come quello delle attività lavorative intramurarie. In tema poi di reinserimento sociale del dopo carcere, ci sono degli avvisi regionali di progetti finanziati con fondi europei che si ispirano proprio all'inclusione sociale.

Dai suoi primi incontri con i detenuti cos'è emerso?
Certamente, la sfida più importante è la relazione. Uno dei problemi è quello di dare un senso e un significato al tempo della detenzione. Occorrerebbe studiare le strade per evitare che il tempo sia percepito come vuoto oppure inutile, cosa che può avere effetti di deresponsabilizzazione se non proprio di vero e proprio peggioramento quando funziona da scuola di delinquenza. Ho percepito che c'è sicuramente in molti di loro l'aspettativa di qualcosa di meglio da fare in carcere. 

Come dare allora un senso alla pena?
Quando parliamo di senso della pena, qualsiasi attribuzione di senso gli si voglia, il presupposto per dargli piena credibilità è proprio quello di garantire i diritti. Dare un senso alla pena significa anche favorire il tentativo di recupero e di rilancio dell'ideale rieducativo che sembra stia compiendo il ministro Orlando. Il punto è che, per evitare che il rilancio della rieducazione si riduca ad una ennesima retorica declamatoria, è necessario renderlo credibile destinando maggiori risorse economiche. In questa prospettiva dovremmo intanto aumentare il numero di educatori e di psicologi. Dalle visite che ho fatto mi è stato riferito che da tempo si attende un incremento di risorse umane perché attualmente quelle disponibili non sono numericamente sufficienti rispetto al bisogno. Inoltre, emerge una maggiore richiesta di assistenza psichiatrica perché è andato aumentando il numero dei detenuti affetti da disturbi della personalità. Si tratta sia di disturbi sopravvenuti e quindi successivi allo stato detentivo ma anche di disturbi esistenti prima ma che non hanno ricevuto la loro giusta attenzione. La regione facendosi carico di garantire l'assistenza sanitaria dovrebbe quindi affrontare questo problema di accresciuto fabbisogno di assistenza psichiatrica.

Come ha trovato il personale carcerario?
Una cosa che mi ha favorevolmente sorpreso in queste mie prime visite in carcere, è stata l'avere percepito un alto livello di competenze professionali e una buona preparazione in termini di sensibilità e cultura penalistica dei direttori delle carceri. Anche tra gli agenti di custodia, rispetto a 10 anni fa, c'è stato sicuramente un salto di qualità per competenza e sensibilità culturale.

In che modo si relazionerà con il mondo del volontariato?
Naturalmente senza l'impegno altamente meritorio delle associazioni di volontariato le carceri funzionerebbero molto peggio. Ho notato però che non tutte le associazioni hanno condizioni omogenee di accesso alle diverse carceri che invece andrebbero garantite. Poi c'è il rischio, molto attuale, che si creino delle sovrapposizioni perché capita che ci sono realtà che concorrono nel rispondere agli stessi servizi. C'è quindi l'esigenza condivisa di un maggiore coordinamento tra le associazioni in modo che tutti i servizi siano garantiti per settori specifici: vestiario, biblioteca, attività laboratoriali, ricreative, di istruzione ecc). Mi sono proposto di diventare un punto di riferimento per le associazioni in modo che si coordinino meglio tenendo conto che il loro contributo è essenziale per il miglioramento della qualità di vita dei detenuti.

C'è un progetto che le sta più a cuore?
Sì, un progetto che spero di portare a termine è quello di creare dei poli universitari dentro le carceri. Ho chiesto ai direttori delle carceri di segnalarmi i detenuti interessati ad una formazione universitaria che, secondo una prima stima, sono circa 200 sulla base di 5800 detenuti complessivi. Attraverso la stipula di convenzioni con le università siciliane di Palermo, Messina, Catania ed Enna, d'intesa con il procuratore regionale degli istituti di pena e con i direttori, si potrebbero attivare dei piccoli poli universitari, diversificati per le are disciplinari a cui sono interessati i vari detenuti. I detenuti dovrebbero, però, essere distribuiti nelle carceri dove si trova il tipo di formazione richiesta. Di questo ho già parlato con il rettore di Palermo che ha accolto la proposta con entusiasmo, invitandolo a fare una riunione con tutti gli altri rettori siciliani per capire come dare seguito a questo progetto. Sono fiducioso che su questo punto andremo avanti. (set)

© Copyright Redattore Sociale