20 ottobre 2015 ore: 14:44
Economia

Povertà, ecco le intenzioni del governo: nel 2016 c’è quasi un miliardo

La legge di stabilità del governo Renzi prevede nel 2016 l’estensione a tutta Italia della misura di sostegno finora sperimentata in 12 città e nel 2017 il via ad un vero e proprio Piano nazionale. Fra vecchi e nuovi fondi almeno 940 milioni subito disponibili. E in più una (nuova) sperimentazione con le fondazioni bancarie
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ROMA – E’ il più poderoso passo avanti fatto negli ultimi decenni per contrastare la povertà in Italia, ma al tempo stesso l’obiettivo di avviare un Piano nazionale universale (ad esempio sul modello del Reis proposto dall’Alleanza contro la povertà) è ancora molto lontano. Il governo Renzi, con la legge di stabilità appena presentata, compie però un passaggio che potrebbe rivelarsi fondamentale verso quell’obiettivo, mettendo nero su bianco qualcosa che nella nostra legislazione nazionale non si era ancora visto.

Un vero Piano nazionale contro la povertà partirà solo nel 2017, dopo un lavoro di razionalizzazione di tutte le misure oggi esistenti sul tema; nel frattempo nel 2016 si estenderà a tutta Italia una versione (riveduta e corretta) della sperimentazione del “Sia” già previsto nelle 12 maggiori città. Un nuovo "Sia" (Sostegno per l'inclusione attiva) che probabilmente sarà chiamato "Ria" (Reddito per l'inclusione attiva) e per il quale ci sarà a disposizione, fra vecchi stanziamenti non utilizzati e nuove risorse stanziate, una cifra importante, vicina al miliardo di euro. Anche se con alcuni distinguo. Ecco i dettagli.

IN STABILITA’ UN PIANO NAZIONALE PER LA LOTTA ALLA POVERTA’. Il testo del disegno di legge della manovra per il 2016, così come uscito dal Consiglio dei ministri, chiarisce buona parte dei passaggi che finora erano rimasti oscuri. Si prevede, testualmente, “l’attuazione di un Piano nazionale per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale”, che viene “adottato con cadenza triennale mediante decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministero del lavoro e delle Politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, d’intesa con la conferenza Unificata”. Il Piano “individua una progressione graduale nel raggiungimento di livelli essenziali delle prestazioni assistenziali da garantire su tutto il territorio nazionale per il contrasto alla povertà”. Il tutto, come è facile immaginare, “nei limiti delle risorse disponibili”. Per l’attuazione del Piano viene istituito presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali un “Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale” al quale sono assegnati “600 milioni di euro per l’anno 2016 e 1.000 milioni di euro a decorrere dall’anno 2017”.

A REGIME DAL 2017, DOPO LA RIFORMA. Di fatto, il testo del governo anticipa già gli obiettivi e le priorità per il 2016, che vengono dettati in legge di stabilità (come anticipato da tempo, famiglie con figli minori), mentre la vera e propria messa a regime di un Piano nazionale viene dilazionata al 2017. E viene spiegato anche come: il miliardo di euro annuo che viene stanziato dal 2017 è destinato “al finanziamento di uno o più provvedimenti legislativi di riordino della normativa in materia di trattamenti, indennità, integrazioni di redditi e assegni di natura assistenziale o comunque sottoposti alla prova dei mezzi, anche rivolti a beneficiari residenti all’estero, nonché in materia di accesso alle prestazioni sociali, finalizzati all’introduzione di un’unica misura nazionale di contrasto alla povertà e alla razionalizzazione degli interventi degli strumenti e dei trattamenti esistenti”. Stop dunque, nelle intenzioni del governo, alla polverizzazione delle misure contro la povertà, per arrivare ad una e una sola misura nazionale che risponda all’obiettivo principale di sostenere le persone povere. Come si arriverà a questo? Verosimilmente, viste le dichiarazioni del premier Renzi, attraverso un disegno di legge che deleghi al governo il riordino di tutta la normativa. Ci vorrà del tempo, evidentemente, per partorire una simile riforma che tocca diffusi interessi e che va ad incidere su aspetti particolarmente delicati.

NEL 2016: SI PARTE DAL SIA...  E nel frattempo, che cosa succede? Il governo scrive chiaro e tondo cosa intende fare nel corso del 2016 e cioè partire subito rafforzando il “Sia” (Sostegno per l’inclusione attiva), quella che è conosciuta meglio come la sperimentazione della nuova social card, lo strumento basato su un mix di soldi e servizi già attivo nelle 12 città più grandi d’Italia (anzi 11, a Roma non è mai partita). Il testo della legge di stabilità parla di “avvio su tutto il territorio nazionale di una misura di contrasto alla povertà intesa come estensione, rafforzamento e consolidamento” della sperimentazione. Insomma, in attesa che venga redatto il Piano triennale che funzionerà a regime e che sia attuata quella riforma complessiva che porterà a razionalizzare tutti gli interventi e a individuare un’unica e sola misura di contrasto alla povertà, per il 2016 il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali (di concerto con l’Economia) dovrà emanare uno specifico decreto entro trenta giorni dall’entrata in vigore della legge di stabilità (quindi entro fine gennaio 2016) che definisca un primo Programma di azione utilizzando come riferimento criteri e procedure già previste per il “Sia” (anche se opportunamente “rinnovati”): e in tutto questo andranno garantiti “in via prioritaria interventi per nuclei familiari con figli minori”.   

…CON OLTRE 900 MILIONI IN CASSA. Quanti soldi a disposizione? La legge di stabilità stanzia per il 2016 a tal fine 380 milioni di euro, ma specifica che sono a disposizione anche le risorse già stanziate in passato e non ancora spese. Si tratta dei 167 milioni di euro stanziati nell’estate 2013 per l’estensione della sperimentazione in tutto il Sud (da riprogrammazione di fondi europei) e dei 120 milioni di euro (40 annui per il triennio 2014-16) stanziati dalla legge di stabilità del 2014 (quella del governo Letta). Entrambe le voci non sono finora state utilizzate. Si tratta dunque, complessivamente, di 667 milioni di euro. Al Fondo contro la povertà, fin dal 2016, vengono però destinati dalla nuova legge di stabilità altri 54 milioni di euro annui previsti stabilmente nel bilancio dello Stato per uno dei vari fondi destinati alla tutela del reddito in caso di sospensione dal lavoro o di disoccupazione (nello specifico quello dell’art. 19 del dl 185/2008). Il totale sale dunque a 721 milioni di euro.

Vanno però considerati anche altri 220 milioni di euro che la legge di stabilità appena presentata autorizza a spendere in più per l’Asdi, il nuovo assegno di disoccupazione previsto dalla delega del Jobs Act e destinato a coloro che hanno già beneficiato per la sua intera durata della Naspi (il nuovo ammortizzatore sociale per l’impiego) e che si trovano però ancora in stato di disoccupazione e in condizione economica di bisogno. Per averlo occorre aderire ad un progetto del Centro per l’impiego: viene erogato per sei mesi ed è pari al 75% dell’ultimo assegno Naspi percepito. Per il 2016 erano già stati stanziati a questo fine 200 milioni di euro, con priorità ai lavoratori vicini al pensionamento o a lavoratori con nuclei familiari con minorenni. Ora questa somma viene più che raddoppiata. Sia sul versante dei criteri di accesso (la disponibilità ad accettare un lavoro proposto dal Centro per l’impiego) sia su quello delle priorità (i lavoratori che hanno minori nella propria famiglia), i punti di contatto fra Asdi e Sia non mancano. Vista però la diversa natura dell'Asdi (che è pensato come sostegno per i disoccupati) è difficile dire con certezza quanti dei fondi Asdi (200+220) entreranno nei fatti a far parte in modo organico del sostegno offerto dallo Stato con il "Sia". Accettando l'impostazione del governo e considerando in un'ottica di contrasto alla povertà i 220 milioni di euro aggiuntivi stanziati nella legge di stabilità, il totale disponibile per il Piano 2016 salirebbe a 941 milioni di euro.  

LA VECCHIA SOCIAL CARD. Peraltro, non può essere dimenticato che, sperimentazioni a parte, contro la povertà assoluta c'è una misura attiva da tempo, cioè la carta acquisti attiva dal 2008 da 40 euro al mese, nota a tutti come social card "ordinaria". Uno strumento concettualmente ormai vecchio e superato, che però rimarrà in vigore fino a che non sarà attuata la riforma complessiva del sistema e la razionalizzazione delle varie misure in una sola. Nel bilancio dello Stato per la social card sono già previsti a regime 250 milioni di euro annui. Soldi che non entrano ovviamente a far parte della sperimentazione del nuovo Sia riveduto e corretto, ma che è bene non dimenticare. Anche perché, considerando tutte le misure a vario titolo indirizzate a combattere la povertà, i 250 milioni della social card ordinaria fanno schizzare il totale disponibile nel 2016 intorno al miliardo e 200 milioni di euro. Una base di partenza importante, visto che in prospettiva, nel 2017, con la partenza del vero e proprio Piano nazionale, ci sarà bisogno di salire ancora.

INFINE, UN'ALTRA SPERIMENTAZIONE (CON LE FONDAZIONI BANCARIE). Dulcis in fundo, la legge di stabilità come preparata dal governo prevede l’avvio di un’altra sperimentazione, che ha per protagoniste le fondazioni di origine bancaria. Si prescrive cioè che in via sperimentale per gli anni 2016, 2017 e 2018 l’autorizzazione di spesa del capitolo che valeva 54 milioni (quelli sopra descritti) possa essere “alimentata da versamenti effettuati nell’ambito dell’attività istituzionale dalle fondazioni” (si parla di quelle previste dal decreto legislativo 17 maggio 1999, n° 153). E’ previsto un apposito “Protocollo di intesa” fra le fondazioni, il ministero dell’Economia e il ministero del Lavoro in cui saranno “definite le modalità di intervento di contrasto alle povertà con particolare riferimento all’infanzia povera” e saranno “individuate le caratteristiche dei progetti da finanziare, le modalità di valutazione e selezione anche con il ricorso a valutatori indipendenti, e di monitoraggio, al fine di assicurare la trasparenza, il migliore utilizzo delle risorse e l’efficacia degli interventi”.
Alle fondazioni sarà riconosciuto un credito d’imposta pari al 75% del versamento effettuato: per ogni 10 milioni versati, lo Stato ne restituirà l’anno successivo 7,5, sotto forma di minori tasse. Il limite massimo del contributo statale è di 150 milioni annui, che andranno ripartiti in base all’ordine temporale di comunicazione, da parte delle fondazioni, della disponibilità a finanziare i progetti previsti dal Protocollo. Secondo il premier Renzi il contributo delle fondazioni sarà pari a 100 milioni annui: certamente, il credito d’imposta potrà essere garantito alle fondazioni fino ad una loro disponibilità a versare 200 milioni annui. Evidentemente sarà cura dei ministeri competenti fare in modo che le azioni previste dal Protocollo d’intesa risultino coerenti con l’intera filosofia del contrasto alla povertà. (ska)

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