14 ottobre 2015 ore: 15:29
Economia

Povertà, l’Alleanza: no a misure per categorie, non alimentare tensioni sociali

Oltre 30 organizzazioni, tra associazioni, sindacati e enti locali, riunite oggi a Roma per chiedere al governo un piano organico contro la povertà che parta dai più poveri. “Costruzione del futuro, inclusione e universalismo i criteri con cui valuteremo il ddl stabilità"
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ROMA - Una prospettiva certa, un piano di inclusione che coinvolga il welfare territoriale e l’universalismo come stella polare per la lotta alla povertà. Sono queste le richieste che l’Alleanza contro la povertà, il cartello di oltre 30 tra associazioni, enti locali e sindacati, affida al governo ad un giorno dalla presentazione del ddl stabilità. A lanciare l’ultimo appello tutte le organizzazioni riunitesi questa mattina a Roma per chiedere al governo un impegno concreto nell’adozione di un piano organico contro la povertà assoluta, dopo gli annunci del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, sulla possibilità di inserire nel ddl delle misure a favore delle famiglie indigenti con minori. Un intervento che, come trapelato nei giorni scorsi, potrebbe rivelarsi una sorta di bonus mensile di circa 100 euro.

Nonostante si tratti solo di annunci e voci di corridoio, la vicenda ha sollevato le preoccupazioni dell’Alleanza, come ha affermato Gianni Bottalico, presidente Acli e portavoce dell’Alleanza contro la povertà. “L’Alleanza propone di introdurre il Reis partendo dalle famiglie più indigenti indipendentemente dall’età o da altre caratteristiche dei componenti, e di estenderlo progressivamente a tutte quelle in povertà assoluta - ha detto Bottalico -. Chiediamo al governo di riconoscere che ogni povero, in quanto tale, qualunque siano le sue età e altri tratti, ha diritto a sperare in un futuro migliore”. Il rischio legato a tali misure, ha aggiunto Bottalico, è quello di “alimentare tensioni sociali derivanti dal privilegiare una categoria di poveri rispetto ad altre”. Per l’Alleanza, l’unica strada praticabile per combattere la povertà in Italia resta il Reis, il reddito di inclusione sociale elaborato e proposto dal cartello. “Negli ultimi 12 mesi abbiamo girato molto per parlare del Reis e oggi siamo confortati dai risultati che abbiamo avuto - ha affermato Cristiano Gori, docente di politica sociale all’Università Cattolica e coordinatore tecnico dell’Alleanza contro la povertà -. Abbiamo registrato un elevato grado di consenso sulla proposta, non solo tra molti esponenti politici, ma tra esperti e operatori. La nostra proposta si può sintetizzare in tre obiettivi chiave: la costruzione del futuro, l’inclusione sociale e l’universalismo. Sono i criteri rispetto ai quali l’Alleanza giudicherà e valuterà i contenuti del testo governativo”. 

Di “piano" contro la povertà, però, ha parlato anche il presidente del Consiglio annunciando gli interventi nel ddl stabilità. Tuttavia, è forte il timore che si parli di piano senza avviare riforme strutturali. “Il termine piano spesso viene usato come titolo per contenuti molto diversi - ha aggiunto Gori -. C’è piano e piano. Per noi è un percorso graduale che abbiamo individuato in quattro anni, con un punto di arrivo definito (una misura strutturale rivolta a tutte le persone in povertà assoluta) al quale si giunge attraverso tappe progressive, sia sul fronte dell’utenza che delle risorse. A noi fa piacere che il governo negli ultimi mesi abbia fatto propria l’idea di piano e almeno nelle dichiarazioni l’ha fatta propria come strumento concreto di costruzione. Due anni fa a parlare di piano eravamo solo noi, oggi è patrimonio condiviso. Il punto è come sarà costruito questo piano”. Per Gori, un piano nazionale ha bisogno anche di implementare il welfare locale. “Se vogliamo fare un piano contro la povertà che promuova l’inclusione sociale l’unica strada è puntare fortemente sul welfare locale - ha affermato -. Non sono chiare le intenzioni del governo su questo punto. Ci sono dei rischi. Il primo, lo sappiamo tutti, è che è molto più facile dare soldi che servizi. In questo modo, però, si rischia la deriva assistenzialistica. L’altro rischio è che uno stanziamento tutto in contributo economico sarebbe un colpo fatale per i servizi”.Infine, la questione dell’universalismo del piano contro la povertà. Un obiettivo raggiungibile, anche se non dal primo anno di intervento, ma con meccanismi graduali basati sulla stessa povertà. “Vogliamo partire dai più poveri e progressivamente aprire a tutte le persone in povertà - ha aggiunto Gori -. Per noi tutti i poveri sono uguali e hanno gli stessi diritti. L’unico criterio di progressiva inclusione nella misura non può che essere la povertà. Invece il governo ha detto che vuole dare priorità alle famiglie povere con minori e non è chiaro se è l’inizio di un percorso o il punto di arrivo”.

A chiedere un intervento strutturale, universale, ma non assistenzialistico è Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative. “Al governo chiediamo una soluzione strutturale, permanente e universalistica - ha affermato -. Questo deve essere il piano del governo contro la povertà non assistenzialista. A noi non interessa che si faccia un’azione mettendo sul piatto qualche centinaia di milioni di euro per smuovere i consumi. Non ha la dignità di un’azione contro la povertà”. Tuttavia, per Gardini non ci sono grandi aspettative in merito alle risorse che il governo destinerà al tema. “Sono rassegnato a risorse largamente lontane da quelle che erano le nostre aspettative - ha dichiarato -. Ma speriamo che il testo ci possa consegnare una visione più strutturale e non occasionale che fa crescere di poco i sondaggi ma che sia il primo passo di un percorso più impegnativo”. Per Pietro Barbieri, portavoce del Forum nazionale terzo settore, il tema delle risorse destinato al sociale è una nota dolente, soprattutto se ci si mette a confronto con il resto d’Europa. “L’investimento nel welfare che il nostro paese fa è assai ridotto e assai compresso - ha detto Barbieri -. I dati Eurostat ci continuano a vedere tra gli ultimi paesi in Europa per spesa sul Pil. In particolare sulle tre gambe del welfare: la non autosufficienza (siamo 24esimi su 28), l’infanzia (23esimi su 28) e soprattutto la povertà siamo 28esimi su 28. Siamo agli ultimi gradini della classifica europea”. 

Per i sindacati, invece, è tempo di dire basta alle sperimentazioni di misure contro la povertà. Per Vera Lamonica, segretaria confederale Cgil, occorre fare un “ragionamento di verità”. “Non demmo un pessimo giudizio sul Sia - ha affermato Lamonica -, ma oggi siamo di fronte al fatto che quella sperimentazione ha prodotto due cose concrete: la prima è che l’allargamento al Mezzogiorno non c’è, non è stato speso neanche un euro nelle regioni del Sud. Nelle altre città, invece, la ricaduta di quella politica è pari a zero. La prima cosa che diciamo al governo è che non ne possiamo più di sperimentazioni. Basta con misure fatte a pezzetti. Chiediamo di cambiare paradigma. Chiediamo un intervento organico, strutturale, di prospettiva che immette uno strumento di contrasto alla povertà che è anche un’occasione per far ripartire una discussione su come si riorganizza il welfare locale”. Dello stesso parere Maurizio Bernava, segretario confederale Cisl. “Non possiamo più accettare la logica delle sperimentazioni - afferma in un messaggio inviato ai partecipanti del convegno -, basate esclusivamente su fondi europei, dunque per loro natura temporanee e rivolte solo a determinate categorie di soggetti. Riteniamo sbagliato, inoltre, che la lotta alla povertà si riduca ad un ennesimo bonus per determinate categorie che oltre a non risolvere il problema in misura duratura, costituirebbe un ulteriore tassello di un welfare già troppo frammentato e inefficiente”. Per  Silvana Roseto, segretario confederale Uil, invece, occorre fare attenzione ad una povertà ancora in “agguato”. “La crisi non è passata - ha affermato -. La crisi avrà i suoi strascichi e grazie anche a delle norme e delle iniziative e grazie ai tagli che ci attendono con questa legge di stabilità potrebbe essere alle porte per molti di noi”.(ga)

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