Povertà, niente “Sia” né reddito minimo: si punta sulla nuova Social card
ROMA – Il 2013 sarà ricordato come l’anno in cui, in Italia, si è andati più vicini alla nascita di uno strumento universale di lotta alla povertà. Dalla prima sperimentazione di reddito minimo a fine anni novanta, attraverso alcune esperienze sperimentali in poche regioni, quest’anno sembrava essere quello giusto, con una proposta di reddito minimo confezionata dallo stesso ministro del Welfare. Ma a fronte di una povertà crescente, con i dati record della povertà assoluta presentati dall’Istat, nella legge di stabilità 2014 c’è posto solo per la social card: la vecchia introdotta da Tremonti; e la nuova “sperimentale”, dotata però in extremis di un robusto finanziamento che per il prossimo biennio supera il mezzo miliardo di euro. Ma per un reddito minimo strutturale occorrerà aspettare ancora.
Povertà record. L’attesa di una misura di questo tipo è giustificata da un allarme reale. Dal 2005 ad oggi, mai l’Italia ha visto tanta povertà. Quasi una persona su dodici vive in povertà assoluta, secondo i dati Istat dell’ultima rilevazione resa nota quest’anno: nel 2012 le persone in povertà assoluta sono 4 milioni e 814 mila, cioè l'8 per cento della popolazione, il valore più alto registrato dal 2005, anno della prima rilevazione della povertà assoluta. Un balzo in avanti senza precedenti che dal 2011 al 2012 fa segnare un aumento di un milione e 400 mila persone che si trovano in questa condizione. In povertà relativa, invece, 9 milioni e 563 mila, cioè il 15,8 per cento dell'intera popolazione. Nel 2001 erano 8 milioni 173 mila, pari al 13,6. Sono i minori, però, i più colpiti: i bambini in povertà assoluta sono un milione e 58 mila. Nel 2011, i minori in queste condizioni erano 723 mila. Ancora più allarmanti i dati se consideriamo l’indice del “rischio di esclusione sociale” considerato da Eurostat e basato sui tre parametri della povertà economica, della grave deprivazione e della precarietà lavorativa. L’ultimo rapporto diffuso il 5 dicembre parla di una quota del 29,9 per cento di italiani “a rischio”, con una tendenza drammatica: erano il 25,3 per cento nel 2008 e del 28,2 nel 2011.
Reddito minimo, l’occasione persa. La legge di stabilità 2014 ha messo un freno all’entusiasmo che aveva scatenato la proposta avanzata dal ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Enrico Giovannini. A metà settembre, infatti, il ministro ha presentato il frutto del lavoro di un team di accademici capeggiati dal viceministro Maria Cecilia Guerra: il Sia, Sostegno per l’inclusione attiva. Una misura che a pieno regime richiede l’impiego di circa 7 miliardi e che mira a raggiungere non meno del 6 per cento delle famiglie del Paese, inclusi gli immigrati legalmente residenti. Tuttavia, già nella prima bozza del ddl stabilità, l’assenza di tale misura ha dissolto le speranze di vedere l’Italia raggiungere gli altri Paesi europei sul tema. Il ministro Giovannini, infatti, è riuscito soltanto a far promettere una futura presa in considerazione della sua proposta inserendo nel testo di legge un comma in cui si specifica che la sperimentazione della Carta acquisti “va intesa come sperimentazione di un apposito programma di sostegno per l’inclusione attiva”.
Contro la povertà solo la Social card. Ad oggi è lei l’unico strumento per combattere la povertà assoluta presente in Italia: la Carta acquisti. Nel 2013, però, è in circolazione soltanto quella tradizionale. Per la sperimentazione della nuova card occorrerà aspettare il 2014. Un test necessario, dato che dai dati dell’Inps e dell’Istat emerge che la card ordinaria raggiunge meno di una famiglia in povertà assoluta su tre. Nel 2012, infatti, a fronte di 1.725.000 famiglie in povertà assoluta e di 4 milioni e 814 mila individui, i beneficiari della social card ordinaria sono stati 533.869. Ma dal prossimo anno, a fianco della vecchia Carta, che dalla legge di stabilità si è vista assegnare altri 250 milioni per il 2014, farà la sua comparsa in modo abbastanza robusto anche la nuova card, quella sperimentale.
Una misura che nel 2013 è stata preparata in ben quattro tappe. Avviata inizialmente con 50 milioni di euro in 12 città metropolitane con oltre 250 mila abitanti (Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Napoli, Palermo, Venezia, Verona, Milano, Roma – che avvierà il bando solo nel 2014 – e Torino), la sperimentazione è stata una prima volta estesa a tutto il Mezzogiorno con 167 milioni provenienti dalla riprogrammazione di fondi europei. In un secondo momento è stata allargata anche al Centro Nord, proprio con l’attuale legge di stabilità che le ha destinato 120 milioni nei prossimi tre anni. Infine, con il decreto Milleproroghe di fine anno, ha avuto in dote altri 300 milioni provenienti dalla riallocazione di fondi europei non spesi: questi saranno destinati ancora una volta alle sole regioni del Sud e da spendere entro il 2015. In sostanza ad oggi per la sola sperimentazione entro il prossimo biennio sono a disposizione 557 milioni, che anche se concentrati prevalentemente nel Mezzogiorno potranno fornire indicazioni significative, si spera, per il varo di una misura strutturale contro l’indigenza. Una dotazione che ha spinto ancora una volta il governo ad affermare negli ultimi giorni dell’anno che il Sia entrerà di fatto in funzione già dal 2014.
Il fronte delle associazioni. Il 2013 è anche l’anno in cui, per la prima volta, il mondo dell’associazionismo fa fronte unico contro la povertà. A novembre nasce l’Alleanza contro la povertà: un’iniziativa promossa da Acli e Caritas che ha coinvolto una ventina di realtà nazionali per chiedere l’introduzione di uno strumento universale e nazionale di lotta alla povertà. Quello messo a punto da Acli e Caritas si chiama Reis, reddito d’inclusione sociale ed è una sorta di gemello del Sia, visto che è nato dal lavoro di un team di cui alcuni membri sono gli stessi di quello guidato da Guerra. La proposta prevede un piano di quattro anni, con un investimento di circa 6 miliardi e un contributo di 900 milioni per il primo anno per raggiungere 375 mila famiglie. Alla proposta dell’Alleanza, si affianca anche quella più articolata presentata dall’Irs, Istituto di ricerca sociale, che chiede invece una riforma radicale del sistema assistenziale, da cui trovare le risorse per istituire un reddito minimo d’inserimento, un assegno per minori e una dote di cura.
Dall’Europa, altri 3 miliardi. Ai fondi stanziati contro la povertà dalla legge di stabilità 2014, vanno ad aggiungersi anche quelli provenienti dall’Europa per il 2014-2020. Nei prossimi sette anni, infatti, i fondi strutturali stanziati nell’obiettivo 9 per promuovere l’inclusione sociale, combattere la povertà e ogni forma di discriminazione sono circa 3,1 miliardi. Fondi che grazie al cofinanziamento delle regioni vanno a raddoppiare per arrivare quindi a circa 6 miliardi, cioè 850 milioni l’anno. Nella bozza di accordo di partenariato per la nuova programmazione, infatti, c’è anche la proposta di usare i fondi per alimentare non soltanto misure passive, “di assistenza al reddito di famiglie in condizioni di forte indigenza – ha spiegato il ministro per la Coesione territoriale, Carlo Trigilia -, ma anche per sostenere misure attive”.(ga)