15 gennaio 2019 ore: 11:30
Economia

Povertà, oltre 21 mila persone ai centri Caritas di Roma: chiedono cibo e ascolto

Rapporto 2018. Solitudine, mancanza di relazioni, disagio psichico, redditi bassi, perdita del lavoro, disagio abitativo, crisi della famiglia: sono i problemi posti da coloro che hanno chiesto aiuto ai centri diocesani e alle parrocchie
Povertà, distribuzione cibo alla Caritas

ROMA – Sono 21.149 le persone incontrate in un anno dalla Caritas di Roma, di cui poco più di 15 mila si sono rivolti ai centri di ascolto diocesani, mentre i restanti 6 mila a centri attivi presso le parrocchie. La richiesta principale? “Anche se siamo portati a credere che le esigenze materiali siano più urgenti del resto, le persone raccontano qualcosa di diverso su di sé: ci invitano a considerare la profonda solitudine relazionale che si trovano a fronteggiare, molto spesso senza più energie residuali da mettere in campo”, si legge in “La povertà a Roma. Un punto di vista”, il Rapporto 2018 della Caritas di Roma.

A parte il cibo, in cima alla lista dei bisogni per il 61,4% degli utenti, al secondo posto c'è l'ascolto, richiesto dal 46,4%. Simili le richieste nei centri di ascolto parrocchiali dove 8 utenti su 10 indicano il reddito inadeguato come problematica principale e al secondo posto la solitudine (13,6%). Altre problematiche sono la precarietà abitativa, l'isolamento, la gestione economica inadeguata, la fragilità psicologica, le malattie fisiche, la bassa scolarità, la conflittualità familiare, le malattie psichiatriche, la disinformazione e il disorientamento rispetto ai diritti esigibili, la disabilità. “Per questo oggi si è portati a considerare la povertà non come un fatto puramente economico, ma come un problema multidimensionale in cui coesistono problemi legati al tenore di vita, problemi legati all'istruzione, problemi della salute”.

I dati. Sono 15.046 gli utenti dei centri diocesani, di cui il 25,3% sono donne. Sono 6.103 le persone che si sono rivolte ai centri parrocchiali, le donne sono 7 su 10. “Il contesto parrocchiale più prossimo e familiare potrebbe facilitare la relazione di aiuto e le donne assumono un comportamento meno circospetto”. Dal punto di vista della nazionalità si nota come nei centri diocesani arrivino più persone di origine straniera (il 78,7% degli utenti), di cui la maggioranza è rappresentata da uomini inseriti in percorsi migratori, mentre gli italiani sono il 21,3%. Nei centri parrocchiali invece il fenomeno è invertito: gli italiani superano la metà degli utenti, mentre quelli di origine straniera sono il 49,7%. Per quanto riguarda l'età, i dati mostrano una preponderanza dei giovani (under34) nei centri diocesani. Nei centri parrocchiali le percentuali più alte si riscontrano nella fascia dai 45 anni in su, fino ad arrivare a un ribaltamento della situazione per le fasce 55-64 e over65. Nel caso degli italiani, la maggior presenza di giovani si lega al grave problema occupazionale. “Un dato che emerge dai Centri di ascolto è quello che riguarda l'ereditarietà dell'esclusione sociale. Spesso i poveri più giovani sono figli di famiglie travolte da spaventose situazioni debitorie, relative ad affitti non pagati o utenze saldate in maniera discontinua – si legge nel Report – Essi accettano più facilmente lavoro in nero per fermare atti di pignoramento che diverrebbero esecutivi in presenza di un reddito certificato. Inoltre, la situazione debitoria dei genitori finisce con il deprimere in partenza sogni e desideri di mobilità sociale, sempre per timore di espropri, inducendo i figli a lasciare presto gli studi per contribuire al bilancio famigliare, con lavori in nero”.

Salute mentale. Quasi il 20% degli utenti di Centri di ascolto diocesani della Caritas presenta problemi di natura psichiatrica, nel 43% dei casi necessita di una visita medica generale, il 30,7% di una visita specialistica e un altro 30,7% di farmaci, quasi 1 su 5 ha bisogno di accertamenti diagnostici strumentali e sierologici, il 6,4% di monitoraggio della gravidanza, il 3,2% di analisi di routine e l'1,2% di assistenza per le attività quotidiane. “Le sofferenze di natura psichiatrica sono spesso direttamente connesse al disagio sociale – si legge nel Rapporto – È la mancanza o la precarietà del lavoro che incide fortemente sull'identità e l'autopercezione della persona in termini di valore e di riconoscimento sociale. Ecco perché la crisi occupazionale produce forme di cronicizzazione o slatentizzazione del disagio mentale”. Su 151 persone seguite nel 2017 dal Centro di ascolto per persone straniere quasi l'80% presentava una sintomatologia di tipo depressivo, circa il 30% caratteristiche post traumatiche, si tratta soprattutto di giovani.

Casa e reddito. Tra chi si rivolge ai Centri di ascolto aumentano quelle che hanno difficoltà a gestire la casa. Tra coloro che si rivolgono ai Centri di ascolto, solo nel 21,4% hanno un reddito. Gli altri vivono di aiuti familiari e di amici (17%), contributi pubblici (15,4%), assegni di aiuto (13,8%), risparmi personali/familiari, elemosine, assegni di mantenimento (10,9%) o nessun reddito (15,3%). Nei Centri di ascolto diocesani, dove è più forte l'affluenza di immigrati, la situazione è più drammatica: il 14,4% ha un reddito mentre il 72% non ha nessuna entrata. Tra le oltre mille persone disoccupate da meno di 3 anni, quasi il 60% chiede un lavoro, il 47,6% chiede pasti e generi alimentari, il 19% indumenti. Per loro le spese ricorrenti sono quelle per la casa (61,3%) seguite da quelle alimentari (58,7%). Sono mille le persone che si sono rivolte alla parrocchia come “ultima risorsa” e che “vivono situazioni estreme”. La maggior parte si appoggia da amici e parenti(673), 218 ricorre ad alloggi di fortuna, 205 ai centri di accoglienza. Se si guarda ai Centri di ascolto diocesani il 63,9% ha una sistemazione alloggiativa di aiuto e solo il 32,8% riesce ancora a pagare un affitto (e solo per un terzo di questi si tratta di affitto regolare, la maggior parte vive in subaffitto).

La famiglia fragile. Tra le prime difficoltà registrate nei Centri di ascolto Caritas diocesani e parrocchiali ci sono le fragilità lavorative (48,7% nei diocesani, 41,8% nei parrocchiali). Subito dopo viene la fragilità familiare, “e spesso le due problematicità” sono legate. La terza problematicità è sanitaria e legata alle dipendenze. Nei centri diocesani, al secondo posto compaiono problemi legati alla tratta, all'abuso e allo sfruttamento. Tra gli utenti sono più numerosi i celibi/nubili, conviventi, separati e divorziati (60%) rispetto ai coniugati. “Per molti anni si è parlato della famiglia come ammortizzatore sociale, alveo compensativo in grado di ammorbidire gli urti che i singoli componenti assorbono dalla vita sociale. I Centri di ascolto della Caritas di Roma ci dicono che non è più così”. Tra gli utenti dei Centri parrocchiali il 34,4% si è separato, il 32% ha avuto un lutto, il 22,7% conflitti in famiglia, il 10,9% è stato abbandonato dal coniuge. Tra questi utenti è molto bassa la scolarizzazione. (lp)

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