17 febbraio 2021 ore: 12:54
Salute

Pozzi per combattere il tracoma in Etiopia: la campagna di Cbm Italia

Il tracoma è la prima causa di cecità infettiva al mondo e nella regione di Amhara mette a rischio più di 22 milioni di persone. Il nuovo progetto dell'organizzazione prevede prevenzione e cura ma anche costruzione di  pozzi 
Uno dei pozzi costruiti da CBM in Etiopia

ROMA - Il tracoma è la prima causa di cecità infettiva al mondo  e è presente in 44 paesi tra i più poveri al mondo. In Etiopia, nella regione di Amhara, dove dal 2014 CBM Italia opera costantemente,  sono più di 22 milioni di persone a rischio.  “Negli anni abbiamo visto che agendo in maniera puntuale e sistematica il tracoma si può debellare. A darcene conto anche i dati mondiali: nel 2019 erano oltre 142 milioni le persone a rischio di cecità da tracoma, a marzo 2020 sono diventate 137 milioni. È da questa speranza che ripartiamo ogni volta che iniziamo un nuovo progetto”, spiega il direttore  Massimo Maggio,

Il  nuovo progetto di CBM Italia interessa  tre  distretti della regione di Amhara. Applicando la strategia Safe, promossa dall’Oms, l’organizzazione lavorerà sulla prevenzione e sulla cura delle persone con il tracoma attivo attraverso le azioni combinati previste: la distribuzione di antibiotici, screening e  operazioni chirurgiche nei casi più gravi e , allo stesso tempo, insieme alle comunità, costruirà pozzi dai quali donne, uomini e bambini potranno attingere acqua pulita. Ogni pozzo cambierà letteralmente la vita a circa 400 persone.

La storia di Zina

Zina ha cinquant’anni e vive in un piccolo villaggio etiope disposto su  una collina. La sua è una famiglia di agricoltori: “Con mio marito lavoriamo i campi con teff, grano e legumi. A me poi spetta anche il lavoro in casa e l’andare a prendere l’acqua al pozzo”. Mentre attinge l’acqua ci racconta che prima che il pozzo fosse costruito andava in uno poco lontano: “Grazie ad Anisha, l’operatrice socio sanitaria, ho capito l’importanza di usare acqua pulita. Quando i pozzi non c’erano la prendevo nel fiume o nelle pozze, per me era normale. È lì che ho contratto il tracoma, ne sono sicura”. Zina è all’ultimo stadio della malattia. Si strofina spesso entrambi gli occhi e le sue pupille sono opache, quasi spente. “Ho dolore quando lavoro nei campi e quando cucino a causa del fumo. Non riesco a vedere le piccole cose, tutti giorni faccio fatica nel fare anche le attività più semplici”, racconta a CBM. Ora che il dolore si è fatto più intenso ha deciso di farsi operare. A spronarla il fatto di essere diventata nonna: “Voglio veder crescere mio nipote”. L’operazione, ma non solo. L’attività di sensibilizzazione alle corrette norme igieniche ha reso Zina più responsabile, come è lei stessa a dirci: “Prima non conoscevo i rischi del tracoma, ora invece so bene tutto e sto attenta a me e alla mia famiglia”.

Tracoma tra disabilità e povertà

La strategia S.A.F.E. permette di avere un approccio a 360 gradi non solo curando ma anche prevenendo il tracoma. Questa malattia è uno degli esempi di come povertà e disabilità siano collegate tra loro: se non si interviene, infatti, il tracoma porta alla cecità totale e irreversibile e quindi a una disabilità permanente che a sua volta porta ad una condizione di povertà; spesso infatti le persone con disabilità sono escluse dal lavoro e dalla vita di comunità. Viceversa per chi è costretto a vivere in condizioni di estrema povertà – ad esempio non avendo accesso all’acqua e in condizioni igieniche precarie – il rischio di contrarre il tracoma è molto più alto. Per questo è importante lavorare sia sulla cura che sulla sensibilizzazione e la prevenzione, perché è solo in questo modo che si spezza il ciclo tra povertà e disabilità.

Cbm lancia la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi: con 35 euro si contribuisce a curare con antibiotici 7 bambini con tracoma attivo e con 60 euro si contribuisce a operare di trichiasi 2 adulti e con 200 euro si partecipa alla costruzione di un pozzo per un intero villaggio.

 

 

 

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