23 marzo 2021 ore: 12:34
Disabilità

Presenza sì, inclusione scolastica no: la storia di un “braccio di ferro” tra dirigenza e genitori

di Chiara Ludovisi
E' quello che si sta verificando in molte scuole, con toni che a volte salgono: alla richiesta di organizzare piccoli gruppi eterogenei in classe con l'alunno disabile, la risposta è spesso negativa. In alcuni casi, i genitori segnalano la scuola all'Usr. E la scuola risponde chiedendo scusa. Ma "per finta". Il caso di un istituto romano, a un passo dalla denuncia
Foto: Agenzia Dire Scuola, banchi accatastati

ROMA – L'inclusione scolastica divide. Da una parte il dirigente scolastico, che fatica a realizzarla, a conciliarla con quella pandemia che ha trasferito, quasi ovunque, la scuola in casa. Dall'altra i genitori degli studenti con disabilità, che chiedono che sia rispettato il diritto dei figli: andare a scuola e non da soli, ma con un gruppo ristretto di compagni. In nome dell'inclusione, appunto. Al centro c'è una circolare, la n. 662, con cui il ministero dell'Istruzione ha nuovamente invitato (lo aveva fatto già a novembre) a realizzare una “effettiva inclusione”, tramite appunto l'organizzazione di una frequenza in piccoli gruppi, laddove ci sia un compagno con disabilità. Nella maggior parte dei casi, l'inclusione resta una bella parola stampata su una circolare che tutti i dirigenti conoscono, ma che pochi mettono in pratica: sono una minoranza quelli che stanno effettivamente organizzando i gruppi eterogenei, molti di più quelli che “concedono” la presenza a scuola solo agli studenti con disabilità, agli insegnanti di sostegno e agli assistenti.

Ci sono però genitori che non si fermano di fronte a un no, che in questa partita per l'inclusione vogliono giocare il proprio ruolo fino in fondo. Emblematico quanto sta accadendo, “alla luce dei social”, nell'IC Piersanti Mattarella di Roma. Alla richiesta di “presenza inclusiva” per i figli con disabilità insieme ad alcuni compagni di classe che ne avevano fatto richiesta, i genitori si erano visti rispondere, con un post su Facebook, che “organizzare la turnazione di piccoli gruppi di alunni comporterebbe un aumento del rischio: avrebbe incrementato la mobilità cittadina di piccoli e grandi, avrebbe esposto gli alunni a ulteriori contatti con l’esterno, avrebbe aumentato ogni probabile rischio. Abbiamo avuto e abbiamo tuttora docenti in quarantena, alunni in quarantena, classi intere in quarantena, siamo in contatto continuo (senza distinzione di orari lavorativi e personali, di giorni di servizio e festivi) con le autorità sanitarie, ragion per cui le nostre scelte educative hanno voluto contemperare i bisogni dei nostri alunni più fragili con il diritto alla salute costituzionalmente garantito e altrettanto prioritario che si esplica attraverso ogni cautela volta al contenimento del contagio”.

Insoddisfatti della risposta, i genitori hanno segnalato la situazione a ministero, regione e Usr, come molti stanno facendo per ottenere che questa possibilità, fortemente consigliata dal ministero, sia poi messa in pratica dalle scuole. Tanto più che la modalità dell'alunno da solo, con l'insegnante di sostegno che spesso arriva da lontano, in un'aula piena di banchi vuoti, si era rivelata desolante per i ragazzi e per i docenti coinvolti in questa nuova forma di “scuola speciale”.

Così, di fronte alla negazione di un diritto dettato dal buonsenso e negato in nome di difficoltà che altre scuole stanno superando, i genitori hanno deciso di non arrendersi: a firmare la lettera inviata ai “piani alti” non sono stati solo i genitori degli alunni con disabilità, ma anche quelli di altri compagni, decisi a far fronte comune in una battaglia per l'inclusione che interessa tutti.

La risposta è arrivata, nuovamente, tramite un post su Facebook, in cui sono stati pubblicati, in un primo momento, anche i nomi dei genitori firmatari della lettera, poi rimossi dopo le numerose critiche e la minaccia di denuncia per violazione della privacy: una risposta dai toni sarcastici, che ha aperto una ferita profonda nella relazione tra la dirigenza e le famiglie: “Apprendiamo con molta tristezza la vostra segnalazione agli organi di competenza dei 'disagi' che la nostra scuola sta provocando 'nei confronti dei bambini con disabilità riconosciuta e bes'. Vi chiediamo scusa per tutto quello che non siamo stati in grado di fare in questi difficilissimi mesi, perché sicuramente tutto poteva essere svolto in un modo migliore di come è stato fatto. - continua la lettera -Vi chiediamo scusa se c’è una pandemia in atto che ci ha visti costretti a modificare, dal giorno alla notte, il nostro modo di fare e vivere la scuola: vivere sì, perché la scuola è anche vita quotidiana insieme ai vostri figli! Vi chiediamo scusa se con la tenacia, che la nostra professione di cura ci conduce a fare, abbiamo recuperato uno per uno ogni nostro alunno, talvolta con insistenza, con ostinazione, rischiando anche di apparire fastidiosi. Vi chiediamo scusa se abbiamo dovuto lavorare con piattaforme non funzionanti, usando dispositivi e connessioni personali, cercando in tutti i modi di mantenere la relazione con i vostri figli e che purtroppo qualche volta non siamo riusciti ad ascoltarli come voi avreste voluto. Vi chiediamo scusa se abbiamo svolto il lavoro di sgombero e facchinaggio insieme alla ditta per rendere possibile il rientro a scuola in sicurezza. Vi chiediamo scusa se abbiamo avuto paura di riprendere l’attività di mensa, consapevoli dei possibili rischi, e ciò nonostante vi è stata garantita. Vi chiediamo scusa se siamo sempre stati in servizio, docenti fragili, appena vaccinati con rischi immunitari altissimi, sempre sul fronte a garantire la nostra presenza ai vostri figli, facendo talvolta turni oltre i contratti sindacali quando, nonostante le innumerevoli telefonate da parte del personale di segreteria, era impossibile trovare qualsiasi supplente disposto ad accettare l’incarico. Vi chiediamo scusa se una variante più potente crea un contagio altissimo tra i bambini e nuovamente hanno chiuso le scuole. Vi chiediamo scusa se abbiamo messo in atto con rapidità e uniformità un piano di didattica a distanza come unico sistema per garantire il diritto all’istruzione ai vostri figli e se prontamente questa scuola ha fornito agli alunni i tablet necessari per garantire tale diritto. Vi chiediamo scusa se la Preside e questo Collegio docenti ha cercato di rispondere alle vostre richieste particolari, così come previsto dalla normativa da voi richiamata, tentando di raccordare i singoli bisogni con la tutela della salute di adulti e bambini, quale diritto altrettanto fondamentale. Vi chiediamo scusa se per questo motivo non possiamo più fornire un supporto di baby-sitter, ma solo un’azione educativa finalizzata agli apprendimenti e se la nostra attenzione è esclusivamente rivolta al benessere dei vostri figli e alla crescita di tutti quanti loro, senza distinzione alcuna: scusate se è questo il nostro mandato di maestre e maestri!”

“Tutto questo è tristissimo– ci dice una delle mamme firmatarie della lettera – Io ho bisogno che mio figlio frequenti la scuola, ma accettare il fatto che sia da solo in classe è avvilente. Per questo ho portato avanti, con civiltà ed educazione, la battaglia per ottenere che venisse ripresa in considerazione la possibilità di creare il piccolo gruppo. Non penso solo a questi giorni di chiusura contingenti ma a tracciare il cammino verso un futuro in cui ci sia più attenzione e cura ai bisogni dei più fragili. E' stato bello sentire il sostegno di altri genitori, ma mi ha ferito profondamente leggere sui social la risposta dei docenti e della dirigente, una risposta dai toni completamente fuori luogo. Come si può insinuare che chiediamo per i nostri figli un servizio di babysitteraggio?”.

Tutto lascia pensare che il “braccio di ferro” per l'inclusione sarà un altro dei tanti effetti collaterali del virus, che rischia di far compiere un grande passo indietro nel cammino verso la piena realizzazione del diritto di appartenenze delle persone con fragilità in tutti i contesti sociali, a partire da quello scolastico.

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