2 marzo 2017 ore: 14:05
Disabilità

Primo, da un anno in coma. La moglie: “Bisogna viverlo per capire lo strazio”

Per un aneurisma Primo, bolognese di 70 anni, è entrato in coma. L’ospedale, la Casa dei Risvegli, il ritorno a casa. Parla Marisa, la moglie: “Non prenderò decisioni per lui, ma se riuscisse a comunicarmi il desiderio di farla finita, io lotterei per esaudire la sua volontà”
Stati vegetativi, mano paziente

BOLOGNA – “Ne parlavo ieri con mia figlia. Voglio fare testamento. Voglio scrivere che, qualora dovesse succedermi qualcosa, qualora dovessi trovarmi in una situazione disperata, io non voglio continuare a vivere. Mio marito non ha lasciato scritto nulla, ma so che non avrebbe voluto vivere così. Non prenderò decisioni per lui, ma se riuscisse a comunicarmi il desiderio di farla finita, io lotterei per esaudire la sua volontà. Lo porterei in Svizzera, se me lo chiedesse”. A parlare è Marisa, moglie di Primo. L’11 gennaio 2016 Primo ha avuto un aneurisma ed è entrato in coma. È in coma ancora oggi: “Di notte lo sento piangere, singhiozzare. So che prova tanto dolore, so che si rende conto della sua situazione angosciosa. So che gli dà tormento. So che è triste. Credo che quello che ha fatto dj Fabo sia giusto: non è vita, quella. Spero tanto che anche l’Italia si doti presto di una legge sul fine vita”. Marisa ricorda i giorni della battaglia di Beppino Englaro, il papà di Eluana: “Allora non ero d’accordo con lui. Mio marito Primo sì. Diceva: se dovesse succedere a me, io non voglio sopravvivere. Anni dopo gli è successo davvero, ma non aveva trascritto il suo desiderio da nessuna parte, e io ora non me la sento di scegliere al suo posto. Oggi capisco la lotta di Beppino: bisogna viverci con una persona in quelle condizioni per capirne lo strazio”. 

Tutto è cominciato con un mal di testa. Era un aneurisma, era il gennaio del 2016. Primo aveva 70 anni, nato e cresciuto a Bologna: “Era un uomo efficientissimo. Io e mia figlia lavoravamo, lui faceva il nonno a tempo pieno, ha cresciuto il nipotino. Sempre insieme, gli ha insegnato un sacco di cose”. L’ospedale, la rianimazione, il coma e, a fine febbraio, il trasferimento alla Casa dei Risvegli, il Centro studi bolognese per la ricerca sul coma dell’Associazione Gli amici di Luca: “Conoscevo Maria (Vaccari, la presidente, ndr) da tanti anni. Insegnava nella scuola vicina alla casa di riposo dove lavoravo io. Proprio lì, alla casa di riposo, avevo conosciuto un signore che aveva il figlio alla Casa dei Risvegli, e sempre alla Casa faceva la volontaria la mia consuocera. Insomma, era una realtà che conoscevo già molto bene”. 

Marisa racconta che, alla Casa dei Risvegli, il marito è rimasto fino ad aprile: “Mi hanno spiegato come gestirlo: come vestirlo, lavarlo, come dargli da mangiare. Ma l’aiuto più grande è arrivato proprio da Maria Vaccari, che mi ha insegnato ad accettarlo cosi com’è. Io non riuscivo più a riconoscerlo, non vedevo più mio marito. Lei mi ha tanto parlato, mi è stata vicina, mi ha accompagnato. È la persona più importante che ho incontrato in questo percorso”. A maggio il ritorno a casa: “Non ce la facevo più, non potevo più continuare con quella vita. Ho deciso di riportarlo a casa e sono tornata a vivere”. Così, se prima il venerdì sera Marisa usciva con le amiche, oggi sono le amiche che il venerdì la vanno a trovare a casa. E se prima erano Marisa e Primo ad andare dai parenti, oggi il percorso si è invertito. 

“Abbiamo l’assistenza domiciliare, anche perché Primo ha una ferita all’osso sacro. Quando lo medicano piange, piange moltissimo. Se riuscisse a guarire mi piacerebbe fare qualche giorno al mare”. Ad aiutare Marisa a prendersi cura di Primo c’è anche un’altra signora che, per 20 anni, ha convissuto con il marito in coma: “Sa come muoversi, mi è di grande aiuto. Così anche io posso uscire qualche ora. Senza dimenticare, ovviamente, mia figlia e mio genero, sempre presenti”. Nel frattempo è arrivato anche un secondo nipotino: “Il fratellino più grande, che adesso ha 6 anni, ha sofferto moltissimo per quanto successo al nonno. È stato seguito, e ora sta meglio”. Tutti i giorni, racconta Marisa, il bambino si siede vicino al nonno: gli parla, lo abbraccia. “Gli si era rotto il tablet con cui giocavano sempre, gliene ho comprato uno nuovo e gli ho detto che era un regalo da parte del nonno. Gli è andato vicino e gli ha detto: ‘Nonno, grazie, ti voglio bene’”. 

Con Maria e la Casa dei Risvegli, Marisa è sempre in contatto, così come è in contatto con altre donne nella stessa condizione, che hanno preferito, però, portare il marito in coma in case di riposo. “Io sono stata fortunata a essere stata accolta dagli Amici di Luca. Avevo un estremo bisogno del loro aiuto. Giorno dopo giorno, un pezzettino alla volta, mi hanno insegnato a scoprire tante cose di cui prima non mi accorgevo. Un piccolo gesto della mano, un sorriso. Purtroppo anche tante lacrime. Oggi non posso dire di essere felice, ma ho ritrovato un po’ di serenità”. (Ambra Notari)

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