Profughi, la fuga di F. dal Gambia: “Lì se hai la voce è meglio non usarla”
FERMO - “I miei figli e mia moglie li sento al telefono, sì. E voglio ringraziare i miei genitori e familiari che mi hanno permesso di arrivare qui. Ero un oppositore politico al regime dittatoriale nel mio Paese, ho rischiato di essere incarcerato e ucciso. Rischiavo la vita in ogni momento”.
F. è arrivato quasi due mesi fa nelle Marche dal Gambia, passando per la Libia, sbarcando in Sicilia l’11 aprile scorso e volando a Roma, da dove un pullman lo ha portato fino al seminario arcivescovile di Fermo. Tecnico di cellulari, nel suo Paese era osteggiato dal regime e aveva perso il lavoro, così è andato in Libia, dove però “la polizia chiede soldi agli africani ‘neri’, li picchia, gli spara alle gambe. Alcuni sono stati anche uccisi. Se non fosse tutto vero, sembrerebbe di essere in un videogame”, racconta. “E io non posso permettermi di morire: ho tre bambini ancora piccoli: hanno 6 e 4 anni, l’ultimo neppure un anno. Vorrei che crescessero nel loro ambiente”, aggiunge, con la nostalgia che gli si legge in volto. Nell’ala ovest del seminario vive con altri 50 giovani africani, in arrivo come lui dal Gambia e dal Mali, da Togo e Niger, Guinea Bissau, Costa d’Avorio e Senegal.
“Il motivo principale per cui sono fuggito dalla mia terra è la dittatura. Gli oppositori al regime non hanno voce, se ce l’hai è meglio non usarla”, spiega F., che ha chiesto asilo politico nel nostro paese. L’etnia mandinga “è il gruppo che soffre maggiormente, perché in opposizione alla dittatura. E io ero un membro attivo dell’opposizione”. In Libia ha conosciuto un amico che gli ha parlato della possibilità di prendere una barca verso l’Italia: “Avevo in tasca 76 euro e basta. Sono partito con quelli”. Un viaggio allucinante, cominciato l’8 aprile e finito la notte dell’11 sulle coste siciliane, senza mangiare né bere. “Ci ha intercettati un elicottero e al porto ci hanno dato acqua, biscotti e altre cose da mangiare. Se anche le persone che ci hanno aiutato fossero cattive, direi comunque che sono buone. Sono stato fortunato”. In 500 su quella barca: uomini, donne e bambini, molti dei quali stretti in una stiva. Sono arrivati disidratati e alcuni non ce l’hanno fatta. Molti gli svenimenti, alcuni casi di scabbia, condizioni di salute allo stremo.
“Non voglio dire il mio nome né essere fotografato per proteggere i miei figli e perché un domani spero di poter tornare nel mio paese – aggiunge –. Ma voglio dire una cosa molto importante: l’Unione europea e il Governo italiano devono sapere che viviamo qui a Fermo in pace, che le Piccole sorelle Jesus Caritas e i volontari si prendono cura di noi e dei nostri bisogni, ci aiutano a risolvere i nostri problemi di cibo, vestiti, alloggio. Abbiamo lasciato una casa e abbiamo trovato una casa”. (lab)