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12 luglio 2018 ore: 11:34
Salute

Protesi bionica e medicina conservativa, le frontiere dell'ortopedia

Per capire meglio le nuove frontiere dell'ortopedia, l’intervista al professore Vincenzo Denaro, primario emerito di Ortopedia del Campus Bio-Medico di Roma...

ROMA - Dall'intervento alla 27enne, che potrà controllare la protesi al braccio con il pensiero, all'importanza della fase post-operatoria e riabilitativa, sino alle applicazioni dei fattori di crescita e delle cellule staminali che ridurranno le operazioni e il ricorso alle protesi. Per capire meglio le nuove frontiere dell'ortopedia, la Dire ha intervistato il professore Vincenzo Denaro, primario emerito di Ortopedia del Campus Bio-Medico di Roma.

Professore Denaro, insieme alla sua equipe ha operato una 27enne che potrà controllare una nuova protesi all'arto con il pensiero. Vuole raccontarci le fasi della complessa operazione?
"Ci sono pazienti che hanno riportato traumi dopo un incidente stradale o la perdita di un arto sul lavoro. Nel caso specifico questa paziente riportava una disarticolazione della spalla. L'operazione fa parte di un programma sperimentale- precisa Denaro- focalizzato su un soggetto che ha perso un arto, a cui è stata impiantata una protesi bionica". Questi ausili permettono di "effettuare dei movimenti, ad esempio con la mano in flessione e in estensione- spiega il medico- ma soprattutto consentono di ricevere degli stimoli afferenti che, centralizzati, consentono al paziente di controllare l'arto". La modernità della protesi utilizzata nell'intervento è proprio nella capacità di "percepire una sensibilità periferica".
Nel caso della 27enne è stato necessario, continua Denaro, "preparare l'applicazione della protesi e collegare i monconi dei nervi a quelli del braccio inerte e del muscolo pettorale composto da quattro compartimenti. Ognuno di questi nervi è stato, quindi, trasferito su una determinata parte di muscolo, in modo che quando la paziente pensa di poter flettere la mano si contrae quel pezzo, quando invece si flette il braccio si contrae un'altra parte e così via. Una volta che i nervi hanno attecchito e sono penetrati nel muscolo- precisa l'ortopedico- gli stimoli degli elettrodi di superficie, posti sulla pelle, registreranno lo stimolo che parte dal cervello". Questo processo "permetterà la contrazione del muscolo, che si trasmetterà all'elettrodo di superficie e che, a sua volta, verrà trasmesso in modalità wireless alla protesi, fino a rendere possibile il movimento. è un percorso estremamente entusiasmante ma anche complesso- ammette Denaro- e bisogna aspettare che i nervi in questione attecchiscano per poi riabilitare il soggetto. Il comando partito dal cervello promuoverà il movimento grazie alla protesi".

Tecniche operatorie e dispositivi sempre più sofisticati, ma quanto è importante la fase post operatoria e dunque riabilitativa?
"È importantissimo- risponde subito il professore- infatti, una volta realizzato un tipo di impulso che deve far compiere il movimento, c’è poi tutta una fase riabilitativa in cui il paziente deve abituarsi a convivere con questa formula di comando". Un processo "che parte dal cervello, fa contrarre il muscolo e manda l'invio dell'impulso alla protesi".

Nuove frontiere in ortopedia grazie all'utilizzo delle cellule staminali e dei fattori di crescita. Quali sono i campi di applicazione di tale metodica?
"Siamo molto avanti in questa ricerca, anche perché abbiamo vinto dei premi internazionali. Le cellule staminali sono pluripotenti e si possono estrarre dallo stesso individuo- aggiunge lo studioso- ma anche da un'altra persona. Stiamo utilizzando suddetta metodica nella chirurgia degli arti- fa sapere il primario- basti pensare che nel caso dell'atrosi del ginocchio e della spalla, e nella fase di usura delle articolazioni, con le cellule staminali si può ottenere il blocco dell'usura e la riparazione di parti di queste cartilagini". Negli ultimi anni l'attenzione si è spostata sulle cellule staminali del grasso: "Prelevando quello della pancia ed elaborandolo grazie a determinate tecniche- chiosa Denaro- si ottiene una miscela ricca di staminali, contenenti principi attivi che aiutano a riparare". La nuova frontiera è "rigenerare il disco intervertebrale e noi facciamo parte di un progetto europeo", ricorda il medico. La perdita di ore di lavoro "causata dal mal di schiena dipende dal danno del disco, che dobbiamo immaginare come carico d'acqua. Per ripristinare le normali funzioni ammortizzanti- sottolinea Denaro- vengono iniettate le cellule staminali che scongiurano l'ernia del disco, il crollo delle vertebre e altre difformità. Quindi, i campi d'applicazione sono due: chirurgia delle articolazioni e della colonna vertebrale. Non è, invece, validata nella pratica la possibilità di utilizzare le cellule staminali nel sistema nervoso centrale per i paraplegici o coloro che hanno subito un grave incidente".

La chirurgia mini invasiva è molto praticata, quali i vantaggi? Esistono diverse metodiche più indicate in alcune situazioni piuttosto che altre?
"Una domanda importante- replica il professore- perché quando si parla di chirurgia mini invasiva molti pensano che la differenza la faccia la lunghezza del taglio. Questa tecnica è deputata a preservare le strutture muscolari e tendinee in modo tale che, compiuto il gesto chirurgico, il paziente possa recuperare al più presto". Un esempio di chirurgia mini invasiva è "la chirurgia dell'anca, se dopo l'intervento il soggetto si mette in piedi. L'esplosione di questa metodica si è avuta sicuramente con l'artroscopia. Molte patologie del ginocchio, della spalla e dei legamenti si possono riparare così". Va chiarito il concetto che "'mini invasiva’ significa preservazione delle strutture- conclude Denaro- che permettono di riprendere l'attività motoria subito dopo l'intervento".

(DIRE)

 

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