Psichiatria, a Roma le testimonianze di chi cura ed è curato in condivisione
Dopo la 180.
ROMA - Il sostegno e la condivisione di esperienze non potranno certo curare, ma certamente possono aiutare un paziente con disagio psichico o un suo familiare ad uscire da quel senso di isolamento e di impotenza che spesso ruota attorno alla sua condizione. Nasce da questo concetto di base la strategia di sostegno psichiatrico del “Fareassieme”, presentata a Roma e che da Trento, città in cui è nata oltre 10 anni fa, si sta diffondendo a livello nazionale.
A portare avanti questo metodo di riabilitazione sono gli Utenti e familiari esperti (Ufe) una realtà costituita da pazienti e da familiari che vengono inclusi in progetti di riabilitazione di altri pazienti, al fianco di medici e operatori sanitari, per svolgere diverse attività di muto aiuto e assistenza.
Tutto ha inizio nei primi anni novanta, quando il medico psichiatra Renzo De Stefani promuove a Trento l'incontro “Le parole ritrovate”, con l'obiettivo di dar voce ad utenti, familiari operatori, amministratori e cittadini e gettare le prime basi di un approccio terapeutico a carattere comunitario. Pochi anni dopo, nel 2000, vengono costituiti i primi utenti e familiari esperti che operano presso il Servizio di salute mentaledella città.
Opportunamente formati gli Ufe seguono tre principi cardine: l'inclusione sociale dell'assistito, l'integrazione di tutti gli interventi in un unico sistema che eroga le prestazioni, in questo caso il Dipartimento di salute mentale di Trento, e la continuità della presa in carico. Dalla loro nascita, gli utenti e familiari esperti attivi contano oggi circa 250 operatori in tutta Italiacon una presa in carico di almeno 3 mila utentie solo a Trento sono una quarantina. Ma il fenomeno, spiegano i promotori, sta cominciando a diffondersi anche all'estero.
A Trento tuttavia, a differenza delle altre realtà nazionali il progetto è più strutturato, tanto che gli Ufe vengono stipendiati dal servizio sanitario, nel quadro di uno specifico progetto di inclusione sociale. Le attività da loro svolte sono molteplici: operano presso i centri di salute mentale per offrire servizi di prima accoglienza, di accompagnamento e di orientamento. Ma si trovano Ufe anche nei reparto ospedalieri, nei centri diurni e persino nelle scuole per svolgere attività di sensibilizzazione sul disagio psichico. In molti casi inoltre, fanno anche servizi di assistenza domiciliare
“Quello che noi chiediamo agli Ufe, aldilà delle singole attività è portare soprattutto la loro esperienza e condividerla con i pazienti – raccontaRoberto Cuni, Coordinatore Ufe di Trento- . Se una persona è interessata inizia un percorso di affiancamento con gli operatori, che parte dalla visita dei centri in cui sono attivi gli Ufe: reparti ospedalieri, centri diurni, CSM, Case dei pazienti, comunità, finché non troveremo insieme il miglior collocamento. Sostanzialmente - conclude - avviene una formazione sul campo”.
All'incontro romano si sono confrontati Ufe da tutta Italia, da nord a Sud. Hanno raccontato le loro esperienze e i benefici delle attività che svolgono per altri e per se stessi. Tra loro c'é Cinzia di Albano, un' utente esperta che nel descrivere le attività che svolge racconta emozionata: “Opero ad Albano nel centro diurno ‘Volo libero’, che ha fatto una convenzione con gli Ufe. In soli due anni siamo riusciti a svolgere 32 interventi, tra attività nel centro, visite in cliniche, ospedali e assistenza nelle case dei pazienti”.
E proprio in una di queste case vive Alessandro, che non è Ufe ma è un beneficiario. “Ho un disturbo paranoide – racconta - vivevo barricato in casa senza radio né tv, avevo paura di tutto, poi gli Ufe mi hanno fatto uscire, sono venuti a prendermi per portarmi al centro diurno. Una volta la settimana bussano alla mia porta ed io vado con loro”.
Ci sono gli Ufe di Palermo come Pietro, che si è ammalato dopo una crisi sentimentale e studia filosofia e proprio questa sua passione vuole condividere con i suoi utenti. “Vorrei avviare un gruppo di ricerca filosofica con gli altri – dice - e studiare assieme il disagio psichico visto dalla filosofia”. Poi una madre, Ufe anche lei, con un figlio ammalatosi dieci anni fa, che racconta al pubblico dell'auditorium l'incontro con gli Ufe di Trento e la voglia di partecipare anche lei nella sua città, Palermo.
E come loro tanti altri ancora, le cui voci quasi si confondono in un unico grande coro. A tal punto da non capire quasi più chi si abbia davvero davanti. (Lucia Ghebreghiorges)