2 ottobre 2019 ore: 10:56
Disabilità

Quando il “nonno” lascia casa. E trasloca in istituto

Cosa fare quando una persona anziana deve (o vuole) trasferirsi in una struttura? Rischi, difficoltà, potenzialità e risorse di una scelta mai facile, ma spesso necessaria. Le indicazioni di Domenico Bozza, psicologo esperto di problematiche legate alla terza età
nonna e nipote_860x480

Nonna e nipote in una struttura

ROMA – Lasciare la propria casa per sempre non è facile per nessuno: tanto meno per chi, in quelle stanze, ha raccolto ricordi di una vita. Sono tanti però gli anziani che ogni giorno, per scelta o per necessità, per l'ultima volta si chiudono alle spalle la porta di casa. Per aprire il portone di una struttura. Un momento “sempre e comunque traumatico, in cui un ruolo chiave è giocato dalla famiglia, possibilmente allargata – ci spiega Domenico Giuseppe Bozza, psicologo (Ordine regionale del Lazio) con una lunga esperienza all'interno di diverse strutture per anziani e che per anni è stato coordinatore della comunità alloggio “Il Melograno”, con cui ha pubblicato ben oltre 50 numeri del “Melogranino”, la rivista legata alla struttura . E' a lui che abbiamo chiesto, nella Giornata internazionale dei nonni, di raccontarci il delicato momento del passaggio dalla casa alla struttura. E come la famiglia e i servizi possano renderlo meno pesante.

Trovare un nuovo orientamento

“L'anziano che si delocalizza rispetto all'ambiente familiare ha innanzitutto necessità di ritrovare un nuovo orientamento spazio temporale nel nuovo contesto. In questo senso, tanto può fare la struttura, permettendo all'anziano in buone condizioni fisiche e mentali di continuare a svolgere almeno alcune attività e proponendo a quello con disabilità motoria, mentale o sensoriale attività che stimoli le capacità residue: aromaterapia, musicoterapia mostrano una grande capacità di sollecitare le aree del cervello attive, consentendo anche all'anziano più spaesato di trovare gradualmente dei punti di riferimento”.

Il ruolo della famiglia (allargata)

Fondamentale è però il ruolo della famiglia, perché “è indispensabile e non sempre facile costruire un legame tra anziano, struttura e parenti. Una delle principali difficoltà che incontro è quella di relazionarmi con familiari che vivono in maniera distante la nuova realtà del proprio caro: nonostante i tentativi di coinvolgimento, non sempre si riesce a fare un lavoro sistemico, che invece può aiutare molto l'anziano. Non parlo solo dei figli, ma anche e forse ancor più dei nipoti e dei bambini presenti in famiglia: è dimostrato infatti che esistano molte e coincidenze tra mondo dell' infanzia e terza età: la lentezza dell'anziano e la fiducia del bambino, se ben coniugati, portano grande beneficio a entrambi”.

Sostenere i familiari

La prima indicazione, allora, è sostenere proprio i familiari nell'elaborazione di questo passaggio: “Tanti di loro portano con sé dinamiche legate a sensi di colpa, altri nutrono un attaccamento anche morboso con il proprio anziano e quindi una difficoltà di distacco. Alcuni ancora non accettano lo spaesamento iniziale che il loro caro, entrando in struttura, sicuramente manifesterà e non comprendono la necessità del tempo necessario per ri-orientarsi”. Il consiglio è quindi “di comportarsi come si fa con l'inserimento dei bambini all'asilo nido: la famiglia deve dedicare circa una settimana ad accompagnare il graduale adattamento del proprio anziano nella struttura, diradando la presenza giorno dopo giorno. L'ideale, ripeto, sarebbe coinvolgere in questo passaggio tutto il sistema famiglia, perché la visione del gruppo famiglia – rispetto a quella, per esempio, del solo figlio - è più strutturante”.

Prevenire il burn out

La seconda indicazione riguarda invece gli operatori, protagonisti, come la famiglia, in questo delicato passaggio e nel graduale adattamento. “Gli operatori vanno seguiti con attenzione, perché soggetti a quella sindrome che chiamiamo 'burn out', tipica di chi vive una condizione di pericolo o di pressione sul luogo di lavoro. Una sindrome fatta di frustrazione che si stratifica nel tempo e che non tutti hanno la capacità di gestire”. Occorre formazione e supporto, quindi, ma anche controllo e sorveglianza: “Sono favorevole alle telecamere – afferma Bozza – convinto che chi fa bene il proprio lavoro non abbia nulla da nascondere”.

Le criticità: costi, liste d'attesa, sicurezza

Esistono però delle criticità nel sistema variegato delle strutture per anziane, che si distinguono per tipologia di destinatari (autosufficienti o non autosufficienti), dimensione (dalla casa famiglia all'Rsa) e modalità di gestione (pubblica o privata). La prima criticità riguarda “le liste d'attesa – riferisce Bozza – perché l'aspettativa di vita si sta alzando e le persone arrivano anche a 100 anni”. La seconda criticità riguarda “l'insorgere improvviso e inatteso della malattia e quindi del bisogno di trasferimento in struttura: è tipico delle malattie senili, come la demenza, il manifestarsi all'improvviso, spesso in seguito a un ictus che va a colpire e invalidare una determinata area del cervello: ciò significa che una persona che fino a ieri parlava normalmente, inizia a usare termini vaghi, imprecisi fino a perdere, anche in poco tempo, l'uso del linguaggio e l'orientamento. Il ricovero può così rendersi necessario dall'oggi al domani: e questo per la famiglia rappresenta evidentemente una difficoltà, anche perché spesso non basta la pensione dell'anziano per pagare la retta, che nelle strutture private supera in molti casi i 2 mila euro. Ma le strutture pubbliche sono poche, difficilmente si trova subito posto e probabilmente sono lontane da casa”.

La terza criticità riguarda la sicurezza, “che non si può garantire con le sole telecamere: è necessario che si provveda periodicamente a un monitoraggio obbligatorio di tutte le figure operative all'interno della struttura, per evidenziare problematicità e segni di disagio o stanchezza”.

Lavorare sulla risorsa e non sulla mancanza

L'ultima indicazione è un “dictat: chi lavora con gli anziani, può e deve puntare sulla risorsa e non sulla mancanza: conservare ciò che ancora c'è, piuttosto che cercare invano di recuperare quello che si è perso”. E poi, conclude Bozza, c'è quella “quarta forma di sapere, necessaria quando si lavora con gli anziani: accanto al sapere, al saper essere e al saper fare, è indispensabile saper divenire, per poter gestire la propria emotività anche rispetto ai cambiamenti che avvengono, sia nella persona che nella struttura”. (cl)

© Copyright Redattore Sociale