4 ottobre 2013 ore: 16:17
Immigrazione

Quei sacchi in fila sul molo, martiri di una guerra che non vogliamo vedere

Il commento di Gabriele Del Grande (Fortess Europe). Un giorno alla loro memoria, a Lampedusa e a Zuwarah, a Evros e a Samos, a Las Palmas e a Motril, saranno eretti dei sacrari. E ai nostri nipoti non potremo neanche dire che non lo sapevamo
Tragedia Lampedusa, alcune vittime sul molo

ROMA - Le foto dei sacchi dei morti in fila sul molo di Lampedusa, le ho già viste due volte. Ma non era l'Italia. Era la Libia, era la Siria... Ed erano i morti dei bombardamenti abbandonati sui marciapiedi davanti agli ospedali da campo. Le foto dei sacchi dei morti in fila sul molo di Lampedusa, mi ricordano la guerra. Sarà che in fondo la guerra si assomiglia sempre, ovunque si faccia. Anche quando è la guerra che l’Europa combatte ogni giorno in frontiera, contro i poveri che rivendicano il diritto alla mobilità disobbedendo alle nostre folli leggi sull’immigrazione. Quella guerra però non la vogliamo vedere. Per noi è tutto normale. Un amaro gioco delle parti, in cui le uniche colpe sono quelle degli scafisti cattivi, della burrasca o del fato. E nemmeno i 300 martiri di ieri ci apriranno gli occhi. Perché sono soltanto numeri.

Numeri come quelli che incideranno con un chiodo sul cemento fresco gettato in fretta sulle tombe dei corpi ripescati in tempo. Tutti gli altri, saranno mangiati dai pesci sui fondali del mare, mentre qualcuno dall'altro lato del mondo chiederà invano del proprio amore. Ecco forse sono queste le uniche parole adatte a commentare l’immane tragedia. Parole d'amore in questa palude di morte. Le parole di Tesfay Mehari, noto cantante eritreo, che dedica la canzone Bahri (Mare) alla donna che ha perso nei mari d'Italia. Forse non c'è bisogno di numeri apocalittici per farci aprire gli occhi. Forse basterebbe sentire proprio il dolore di un amore spezzato per sempre, per vedere tutto ad un tratto la guerra e distinguere le sue vittime dai suoi colpevoli.

“Mare, dentro di te sta il mio amore.
Hai preso la sua anima e il suo cuore.
Mare, riportala a riva, fammi parlare di nuovo con lei.
Cercala ovunque, trovala, fallo per me.
Mare riportami l'amore della mia anima
Insieme ai suoi compagni pellegrini di questo destino.
Creature del mare, siete voi gli unici testimoni di questa storia
E allora ditemi: quali sono state le sue ultime parole prima di partire
Mare!
Non sei tu il mare? E allora rispondimi!”

Fanno tutti a gara a contare quanti ne sbarcano, pronti a gridare all'invasore. Ma quanti sono quelli che non sono mai arrivati? E quali sono i loro nomi? Da anni in frontiera si muore nell’indifferenza generale.

La data del 3 ottobre sarà ricordata a lungo nella memoria di questo paese. Eppure si tratta soltanto dell’ultima di una lunga serie di tragedie meno raccontate. Secondo i dati di Fortress Europe, dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell'Europa almeno 19.142 persone. Il dato è aggiornato al 3 ottobre 2013 e si basa sulle notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 25 anni. Nel solo Canale di Sicilia, dal 1994 ad oggi, sono scomparse almeno 6.385 persone, di queste, più della metà (5.262) sono disperse in mare e i loro corpi non saranno mai recuperati. E il dato reale potrebbe essere molto più grande. Perché nessuno sa quanti siano i naufragi di cui non abbiamo mai avuto notizia. Lo sanno soltanto le famiglie dei dispersi, che dal Marocco allo Sri Lanka, si chiedono da anni che fine abbiano fatto i loro figli partiti un bel giorno per l'Europa e mai più tornati indietro.

I loro corpi condannati all'oblio dalle nostre coscienze, finiscono in fondo al cimitero Mediterraneo. Mangiati dai pesci e accatastati sopra le tubature dei gasdotti che sembrano a volte l'unico ponte rimasto tra le due rive. Alla loro memoria, un giorno a Lampedusa e a Zuwarah, a Evros e a Samos, a Las Palmas e a Motril, saranno eretti dei sacrari e saranno chiamati non più vittime ma martiri, martiri di questi anni di repressione della libertà di movimento. E ai nostri nipoti non potremo neanche dire che non lo sapevamo. (Gabriele Del Grande)

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