1 ottobre 2015 ore: 13:14
Immigrazione

Raccolta pomodori, in Basilicata più braccianti assunti. Ma il 92% ricorre al caporale

I dati del Medu relativi a luglio-settembre. Il 95% dei lavoratori agricoli stranieri incontrati è regolarmente in Italia: il 92% continua a ricorrere a intermediario ed è retribuito a cottimo, sebbene abbia regolare contratto. Oltre 1.000 lavoratori vivono in insediamenti informali
Caporalato, raccolta pomodori e piede di lavoratore immigrato

ROMA – Aumentano controlli ed assunzioni, ma il caporalato resta la via preferenziale per trovare lavoro: è la realtà dei braccianti agricoli stranieri in Basilicata fotografata da Medu (Medici per i diritti umani). Da luglio a settembre, l'associazione ha fornito assistenza medica e orientamento socio-sanitario a 377 lavoratori provenienti per lo più dall’Africa sub sahariana occidentale: di questi, 320 erano ospitati nei centri di accoglienza predisposti dalla regione, ma Medu stima che oltre 1.000 vivano in insediamenti precari, sopratutto nei comuni di Venosa, Palazzo San Gervasio, Montemilone e Lavello. 

Il 92% si rivolge a caporale, anche se ha regolare contratto. Un dato allarmante, quello sulle condizioni alloggiative, al quale se ne affianca un altro, non meno preoccupante: il 92% di questi braccianti trova lavoro tramite un intermediario, o caporale, e viene retribuito a cottimo. Questo, sebbene il 95% sia regolarmente presente in Italia: il 34% con un permesso di soggiorno per motivi umanitari, il 28% per lavoro subordinato, il 12% con carta di soggiorno, l’11% per protezione internazionale, il 12% con altre tipologie di permesso di soggiorno. “Di questi – riferisce Medu - l’88%, aveva un contratto di lavoro, un dato in aumento rispetto a quello rilevato durante la scorsa stagione e da ricollegare tra l’altro all’aumento dei controlli da parte degli ispettori del lavoro Sempre più assunzioni, dunque, anche grazie al maggior numero di ispezioni, ma resta il caporalato la via preferenziale per trovare un lavoro. “L’istituzione delle liste di prenotazione nel 2014 ha rappresentato un’importante iniziativa istituzionale, ma nei fatti insufficiente nel contrastare il pervasivo sistema del caporalato – osserva Medu - In assenza di un efficace sistema di incontro tra domanda e offerta di lavoro, di controlli più incisivi e di indici di congruità che permettano la verifica delle giornate di lavoro versate ai braccianti, l’esistenza di regolari contratti e di liste di prenotazione per l'impiego non garantisce l’effettiva tutela dei diritti sul lavoro né dignitose condizioni di vita”. 

Oltre mille in insediamenti precari. Per quanto riguarda le condizioni alloggiative, i due centri di accoglienza di Palazzo San Gervasio e Venosa, aperti ad agosto, hanno ospitato 320 persone tra agosto e settembre. Ma Medu stima che siano “oltre 1000 lavoratori stranieri che hanno trovato rifugio in case abbandonate, baracche e tende limitrofe alle aree di raccolta, in assenza di acqua, luce e servizi igienici. Tali insediamenti informali – aggiunge l'associazione - hanno conosciuto un’ulteriore espansione rispetto alla stagione precedente, con un inevitabile deterioramento delle condizioni di vita a causa della mancanza di acqua potabile (fino al 2014 garantita dalla Regione nel ghetto di Boreano ) e del sovraffollamento delle baracche, spesso costruite con le macerie di alcuni casolari che erano stati abbattuti per disincentivarne l’occupazione”. 

Presidio stagionale dell'ufficio per l'impiego nei centri di accoglienza. Analisi più complete saranno fornite in un rapporto che Medu pubblicherà presto, ma già dai primi si riceve un'indicazione operativa: la necessità di un presidio stagionale dell’ufficio per l’impiego all’interno dei centri di accoglienza, che gestisca “nel suo complesso il lavoro dei braccianti, a partire dall’ingaggio per arrivare ai servizi di trasporto” e favorisca così “la gestione e la distribuzione della manodopera nel territorio”, consentendo anche “un maggiore controllo sul numero di giornate realmente effettuate dai lavoratori ospiti della struttura. In tal modo – conclude Medu - le misure adottate avrebbero contribuito in modo concreto a garantire migliori condizioni di vita e di lavoro, incentivando lo spostamento dei lavoratori dai ghetti e favorendo il contrasto del caporalato”. 

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