23 aprile 2013 ore: 14:36
Famiglia

Raddoppiare la dose per non perdere il brevetto: il caso del farmaco anti-alzheimer Donepazil

La Pfizer e la Elisai hanno portato il dosaggio consigliato da 10 a 23 milligrammi con il beneplacito dell'Agenzia del farmaco Usa, nonostante gli effetti collaterali sui pazienti. La denuncia in un articolo del mensile Valori
Eugene Richards/Magnum/Contrasto Alzheimer: anziana su carrozzina si copre il volto disperata

Alzheimer: anziana su carrozzina si copre il volto disperata

ROMA – Il Donepazil è un farmaco leader nel trattamento della demenza causata dall’Alzheimer. La sua vendita porta due miliardi di dollari all’anno, solo negli Stati Uniti, alla Eisai e alla Pfizer che lo commercializza con il nome di Aricept. Dose consigliata: 10 milligrammi. Almeno finché il brevetto non è giunto al capolinea. Per scongiurare una perdita enorme di profitti dovuta alla concorrenza dei produttori di farmaci generici, infatti, i due colossi farmaceutici sono riusciti a convincere l’agenzia del farmaco statunitense (la Food and drug administration) ad approvare un nuovo, curioso, dosaggio: 23 milligrammi. Un numero non casuale e sospetto, visto che 23 non può essere ottenuto ingerendo due pillole del vecchio dosaggio. A denunciare questa spiacevole vicenda un’inchiesta del British Medical Journal ripresa da un articolo di Emanuele Isonio sul numero di aprile della mensile Valori.
 
La Pfizer, la più grande società al mondo nella ricerca e produzione di farmaci con un fatturato superiore di 13 miliardi al Pil della Tunisia, non è nuova a scandali di questo genere. Nel 1996 sperimentò occultamente un nuovo antibiotico (il Torvan) su alcuni bambini nigeriani, delle vere e proprie cavie umane: 11 morirono e molti rimasero disabili (vai all’articolo). La Elisai è una delle prime 25 aziende del settore. Una forza economica che deve aver pesato molto nello "sconcertante" beneplacito dato dalla Food and drug administration (Fda) al nuovo dosaggio. “L’impatto sulle funzioni globali è chiaramente identico tra i due dosaggi – spiega Guido Rodriguez, professore ordinario di Neurofisiopatologia all’università di Genova e uno dei massimi esperti italiani di Alzheimer all’autore dell’articolo. – Anche i vantaggi cognitivi sono minimi, tanto che per misurarli è stata utilizzata una scala che analizza condizioni già molto compromesse. Probabilmente era l’unica che mostrava qualche differenza”. La stessa motivazione della Fda è estremamente fumosa: non parla di evidenze scientifiche ma della “sensazione” che il dosaggio di 23 milligrammi possa avere un effetto sul funzionamento complessivo… E l’Aricept porta con se una selva di effetti collaterali che aumentano con l’aumentare della dose. E’ la stessa Pfizer ad ammetterlo: “sono quadruplicati i pazienti che segnalano nausea, triplicati i casi di vomito, raddoppiati quelli di diarrea e anoressia”. Intanto l’Aricep 23 è stato messo in commercio registrando, grazie ad una sapiente campagna di comunicazione, un boom di vendite.
 
Ma i farmaci anticolinesterasici, di cui il Donepazil fa parte, hanno un’effettiva efficacia nel trattamento dell’Alzheimer. E’ lo stesso Rodriguez a insinuare il dubbio che non servano quasi a nulla. “Sono utili solo al 50 per cento delle persone affette da demenza e la ricerca ha dimostrato che il loro effetto è limitato a 6-8 mesi – dice. – Dopo la malattia continua a progredire”. E visto il costo di questi farmaci sul sistema sanitario nazionale italiano, “è il momento di chiederci se non sia meglio dare ai parenti dei malati i milioni spesi in medicine inutili”.
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