10 aprile 2019 ore: 14:32
Economia

Reddito Cittadinanza, Acli: “In Toscana 36mila domande”

Il presidente Martelli: “Troppe le famiglie povere escluse a cominciare da chi non ha residenza. La Toscana al nono posto tra le regioni italane”

FIRENZE - “Alcune luci e molte ombre. Se analizziamo i dati pubblicati dal ministero non possono che emergere elementi di forte preoccupazione” così il presidente delle Acli della Toscana, Giacomo Martelli, spiega i numeri relativi al Reddito di Cittadinanza in Toscana resi noti dal Ministero del Lavoro. 

“Come Toscana con 35.653 domande raccolte sia online, sia alle Poste sia ai Caf, siamo la nona Regione d'Italia- annota Martelli -. Ci precedono in questa classifica delle domande Campania, Sicilia, Lazio, Puglia, Lombardia, Calabria, Piemonte e Sardegna. E ci seguono Emilia Romagna, Veneto, Abruzzo, Liguria, Marche, Friuli, Basilicata, Umbria, Molise, Trentino Alto Adige e Valle d'Aosta. Insomma stiamo a metà strada, nel mezzo fra realtà dove le richieste di sussidio sono cospicue anche per l'alto numero degli abitanti oltreché per la situazione economica, e realtà dove i residenti sono meno e la realtà economica non disastrosa”.

“E' equilibrata anche la distinzione fra uomini e donne – aggiunge Martelli - dato che fra quelle quasi 36mila domande poco più di 20 mila sono state presentate da cittadini toscani (20402 ndr) e circa 15mila da cittadine toscane (152519 ndr). Un dato questo che invece è in controtendenza rispetto al dato nazionale che vede prevalere le richieste fatte da donne (54%) su quelle presentate da uomini (46%)”.

“Si tratta di numeri che a nostro avviso – spiega Martelli- disegnano una verità parziale della situazione economica e sociale della Toscana che non è più da tempo Terra Felix. Infatti, se da una parte è un elemento positivo che siano state stanziate tante risorse per una misura di sostegno a chi ne ha bisogno - molte più risorse di quante ne aveva a disposizione ad esempio il Reddito di Inclusione (Rei)- dall'altra anche questi numeri ci confermano le nostre preoccupazione su uno strumento che mischia logiche di aiuto a logiche di politiche attive del lavoro. E soprattutto non ci tolgono il dubbio che alla fine si corra il rischio di non aiutare tutti quelli che ne hanno bisogno, piuttosto che di condurre verso una occupazione stabile e di qualità chi è senza un lavoro o ne ha uno instabile e precario. Per essere poi una misura di politica attiva destinata ad aumentare l'occupazione, colpisce lo scarso numero di giovani coinvolti che contrasta con l'alto numero di giovani disoccupati”.

 

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