4 ottobre 2018 ore: 14:47
Economia

Reddito di cittadinanza, i troppi nodi ancora da risolvere

Risorse ballerine, card “vincolate”, l’incognita sui tempi e una misura che promette di far ripartire i consumi. Mentre si definiscono i contorni dello strumento, si affacciano nuovi rischi. Baldini: “Le politiche keynesiane potrebbero anche essere giustificate, ma bisogna guardare al contesto. È miope pensare che basti dare dei soldi e si risolve il problema”
Povertà: il Reddito per l’inclusione sociale (monete euro con ingranaggio)

ROMA - Sarà a prova di spese “immorali”, darà ai poveri più di quanto dà oggi il Reddito di inclusione, inietterà nell’economia italiana qualcosa come 10 miliardi l’anno per riattivare i consumi e dovrà partire nei primi mesi del prossimo anno: in Italia non è mai successo che si parlasse così tanto di una misura contro la povertà, neanche durante i lavori che hanno portato all’attuale Rei. Tuttavia, sebbene abbondino le dichiarazioni del vice primo ministro, Luigi Di Maio, mancano ancora i dettagli di una misura che ormai non è più soltanto il cavallo di battaglia della fronda pentastellata del governo e neanche uno dei pilastri del contratto tra M5s e Lega: è la prova del nove per questo esecutivo. O Roma o morte. 

Contro la povertà e per far ripartire i consumi. È la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza ad aver spinto l’acceleratore del dibattito politico e ad aver riacceso l’attenzione dell’opinione pubblica. Ad oggi, però, non c’è ancora nulla messo nero su bianco. Fanno fede le dichiarazioni del ministro Di Maio: “Il reddito sarà erogato su una carta - ha spiegato Di Maio alla stampa nei giorni scorsi -. Questo permette la tracciabilità, non permette evasione o spese immorali e quindi permette di utilizzare questi soldi per la funzione per cui esiste, cioè assicurare la sopravvivenza minima dell’individuo. Quindi alimentari e beni di prima necessità. È chiaro che se vado con quella carta a comprare un gratta e vinci, le sigarette o dei beni non di prima necessità, la carta non funziona”. L’obiettivo, ha dichiarato Di Maio, è quello di far spendere le risorse distribuite ai bisognosi “nei negozi italiani, nelle attività sul suolo italiano, perché vogliamo iniettare nell’economia reale 10 miliardi di euro ogni anno, che significa far ripartire non solo i consumi, ma anche la vita delle imprese e dei commercianti e tutti gioveranno del reddito di cittadinanza”.

Il balletto delle cifre. La conferenza stampa tenutasi il 3 ottobre a Palazzo Chigi, al termine del vertice sulla Nota di aggiornamento al Def, sembra però non aver ancora chiarito quanto andrà al Reddito di cittadinanza. A distanza, i due vicepremier, hanno provato a tirare una coperta che sembra essere troppo corta: a Radio Anch’io, Matteo Salvini ha detto che per il reddito di cittadinanza ci sono 8 miliardi, mentre su Radio Radicale Di Maio conferma la spesa di 10 miliardi. Ballano anche le cifre riguardanti i Centri per l’impiego: se qualche tempo fa si parlava di 2 miliardi per la riforma, si è passati a 1,5 miliardi di qualche settimana fa, come si legge dalle parole dello stesso Di Maio sul Blog delle stelle, al miliardo tondo tondo di queste ultime ore. Sarà le legge di bilancio a risolvere ogni dubbio su dati e risorse, intanto, le dichiarazioni del ministro Di Maio fanno discutere. 

Le politiche keynesiane al Sud.  Per Massimo Baldini, professore di Economia pubblica e Scienza delle Finanze dell’università di Modena e Reggio Emilia, l’idea che le risorse impiegate nel Reddito di cittadinanza possano far ripartire i consumi è una rischiosa semplificazione. “Allora perché solo 10 miliardi? Se è vero che basta questo per far ripartire l’economia, diamogliene 30, 40 di miliardi alle famiglie italiane così ci sarà un boom. Perché accontentarci - ironizza Baldini -. Le politiche keynesiane potrebbero anche essere giustificate, ma bisogna guardare al contesto. Il Reddito di cittadinanza andrà in buona parte al Sud e innaffiare un terreno arido non ha lo stesso effetto che cercare di fare politiche espansive al Nord. C’è il rischio che questi soldi vengano spesi in beni non prodotti in zona, anche perché probabilmente non ci sono le competenze richieste dalla domanda e dai consumatori. Le politiche keynesiane funzionano bene quando sono state fatte riforme strutturali, quando i fattori produttivi ci sono e sono di qualità. È miope pensare che basti dare dei soldi e poi si risolve il problema. Un euro dato al Nord è sicuramente più produttivo di un euro dato al Sud, proprio lì dove ce ne sarebbe più bisogno”. 

Torna la “social card”? Ecco, invece, come funziona il Rei. Sebbene sul web non siano mancate reazioni (molte ironiche) sulle dichiarazioni di Di Maio quando parla di spese “immorali”, quel che il ministro del Welfare italiano ipotizza in realtà c’è già stato. In Italia, la “card” per affidare le erogazioni economiche ai poveri c’è dai tempi della prima social card, la vecchia Carta acquisti varata dal governo Berlusconi. Un sistema che, nonostante le critiche sollevate da più parti contro il rischio di stigmatizzare la povertà, è durato fino ai giorni nostri. Anche il Sostegno per l’inclusione attiva (Sia) e l’attuale Rei utilizzano una card per permettere di accedere al beneficio economico, ma al contrario della vecchia Social Card (l’ultima versione della Carta acquisti erogava 40 euro al mese a una platea molto ristretta di beneficiari, cioè over65 e minori di 3 anni), non è più un metodo di pagamento “vincolato”. Oggi, come spiega bene il sito di Poste Italiane, la carta Rei è una sorta di bancomat che permette il pagamento delle utenze, di alcuni beni di prima necessità tramite circuiti del tutto simili agli ordinari (si può usare nei negozi alimentari, nelle farmacie e nelle parafarmacie e in altri servizi che espongono un marchio specifico), ma permette anche di prelevare al massimo 240 euro in contanti al mese (per chi li riceve, visto che il contributo economico varia a seconda delle condizioni familiari).

Soldi liquidi difficili da tracciare, è vero, ma è anche una modalità che di sicuro non stigmatizza il povero. Sull’uso degli aiuti, Baldini rassicura. “Ci sono diversi studi, realizzati anche all’estero, secondo cui la gran parte dei poveri, quando riceve denaro, sa benissimo come spenderli e di solito li spende bene - spiega -. Affitto, bollette, alimentari e spese per i bambini. Il problema del povero che usa questi soldi per spese come le sigarette è veramente marginale. È eccessiva questa enfasi sulla moralità delle spese”. Se dovesse passare la linea auspicata da Di Maio, quindi, è come tornare al passato, ovvero alla vecchia social card, sebbene con cifre ben più consistenti. Una carta per chi è in povertà, per fare tutto. Tra le ipotesi, intanto, spunta anche quella di utilizzare il codice fiscale. Non ci resta che attendere la legge di bilancio e i successivi regolamenti per saperne di più. 

È proprio il fattore tempo un’altra questione da mettere sul tavolo quando si parla di Reddito di cittadinanza. Trovate le risorse, trovato il nome, stabiliti i termini, per far sì che la misura diventi realtà serve mettere tutto nero su bianco e una volta creata la legge, bisogna scrivere i regolamenti per le amministrazioni locali. Senza contare il nuovo ruolo dei Centri per l’impiego. Ovvero, serve tempo. Ce lo confermano anche le misure precedenti, avviate ogni volta in ritardo rispetto alle ottimistiche previsioni della politica. Sarà difficile, quindi, vedere all’opera il Reddito di cittadinanza già dai primi giorni del 2019, anche se una soluzione c’è. “Il governo attuale ha la fortuna di poter sfruttare, se lo vogliono, l’impalcatura del Rei - spiega Baldini -. È vero che è entrato in vigore in maniera universale da pochi mesi, ma le amministrazioni si sono preparate da un paio d’anni. Sono misure che richiedono un tempo notevole per essere introdotte. Bisogna che le famiglie facciano domanda, che le domande vengano valutate, inserite in un database, controllate dall’Inps. Servono molti mesi dal momento in cui si decide di partire a quando si va a regime”. La strada del Reddito di cittadinanza potrebbe non essere in salita, quindi, ma solo “inglobando le famiglie che ricevono il Rei, che sono già 300mila a luglio scorso, ovvero un milione di persone - aggiunge Baldini -. Molto meno della platea che vogliono raggiungere col reddito di cittadinanza, ma almeno la struttura e la base di partenza c’è. Altrimenti si farebbe molta fatica a spendere 10 miliardi nel 2019. Sarebbe una follia buttare via quello che c’è e affidarsi ai Centri per l’impiego che non sono preparati per ricevere una massa così grande di domande”. (Giovanni Augello)

 

© Riproduzione riservata Ricevi la Newsletter gratuita Home Page Scegli il tuo abbonamento Leggi le ultime news