4 dicembre 2019 ore: 14:42
Immigrazione

Respinti in Libia hanno diritto a venire in Italia (e chiedere asilo). Sentenza storica

di Eleonora Camilli
Dopo 10 anni arriva la decisione su un respingimento operato dalla Marina italiana. A 14 persone riconosciuto, oltre al risarcimento, il diritto di entrare nel territorio italiano. La decisione apre a decine di nuovi ricorsi. L'azione legale è stata portata avanti da Amnesty e Asgi 
Migranti, salvataggio in mare, barconi - SITO NUOVO

ROMA - Quattordici cittadini eritrei, respinti in Libia il 1° luglio 2009 dalla Marina militare italiana, oltre al diritto a risarcimento dei danni subiti, hanno ora diritto a venire in Italia per presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale. Il nostro paese dovrà quindi consentire a queste persone di avere un titolo di viaggio legale per potersi imbarcare, deve cioè concedere un visto. E’ una sentenza storica quella emessa il 28 novembre scorso dal Tribunale di Roma, a dieci anni di distanza dal caso in esame, che ora potrebbe aprire a una pioggia di ricorsi. L’ azione legale è stata promossa da Amnesty International Italia con il supporto di Asgi. Nello specifico è stata curata da un collegio di difensori, fra cui gli avvocati Cristina Laura Cecchini e Salvatore Fachile. 


La vicenda risale al 2009 quando un gruppo di migranti viene intercettato in mare da una nave della Marina militare italiana che, prima li soccorre e li fa salire su una nave, poi li riconsegna alla Libia, operando un vero e proprio respingimento. Una volta in Libia le persone vengono incarcerate in uno dei centri di detenzione, subiscono torture, abusi e violenze. Alcuni di loro riescono poi a uscire e, ritentando la via del mare, arrivano in Europa.  Altri provano altre rotte fino ad arrivare in Israele dove entrano e rimangono per anni, non riuscendo più a uscire, e dove sono a rischio deportazione verso il Rwuanda. “Nel 2014 questo gruppo di 14 persone viene intercettato in Israele da Amnesty international - spiega l’avvocato Fachile -.  Tramite Amnesty Italia siamo stati contattati noi di Asgi. Ci siamo, quindi, recati sul posto e abbiamo raccolto le procure. Abbiamo deciso di intentare una causa per chiedere il risarcimento del danno, ma per la prima volta in assoluto, abbiamo chiesto che le persone possano esercitare il diritto che gli è stato negato: e cioè che possano entrare in Italia e fare domanda d’asilo”.


La portata storica della sentenza è che essa ora è applicabile a tutti i casi di respingimento illegittimo, non solo sulla rotta del Mediterraneo centrale, ma anche per i respingimenti verso la Grecia o ai respingimenti che avvengono all’interno degli aeroporti italiani. “Se un giorno riuscissimo a dimostrare che i respingimenti attuati dalla Guardia costiera libica con la collaborazione illecita dell’Italia sono illegittimi - aggiunge Fachile - al pari, anche quei migranti potrebbero veder applicato lo stesso principio”.


Centrale, nella decisione della giudice Velletti è stata l’applicazione dell’articolo 10, comma 3 della Costituzione italiana, che riconosce allo straniero il diritto di asilo e che deve ritenersi applicabile anche quando questi si trovi fuori dal territorio dello Stato per cause a esso non imputabili. Nello specifico, la sentenza  riguarda quanto avvenuto tra il 2009 e il 2010 quando, a seguito della conclusione dell’Accordo con la Libia, l’Italia ha effettuato numerosi respingimenti. Tale prassi era stata ritenuta illegittima già dalla Corte europea per i diritti umani (Cedu) che aveva condannato l’Italia attraverso la sentenza Hirsi Jamaa e altri. Ciò nonostante, molti richiedenti asilo sono rimasti in attesa del giusto risarcimento e, soprattutto, senza la possibilità di accedere a una forma di protezione. E che ora potrebbero fare ricorso. La sentenza riconosce, infatti,  la necessità di “espandere il campo di applicazione della protezione internazionale volta a tutelare la posizione di chi, in conseguenza di un fatto illecito commesso dall’autorità italiana si trovi nell’impossibilità di presentare la domanda di protezione internazionale in quanto non presente nel territorio dello Stato, avendo le autorità dello stesso Stato inibito l’ingresso, all’esito di un respingimento collettivo, in violazione dei principi costituzionali e della Carta dei diritti dell’Unione europea.”


La legge italiana prevede che la domanda d’asilo possa essere fatta da persone che sono fisicamente sul territorio italiano - spiega Matteo De Bellis ricercatore, esperto di immigrazione e diritto d’asilo di Amnesty International -. Questa sentenza dice che le azioni di respingimento, come quelle fatte dall’Italia, hanno rimosso e impedito la possibilità di presentare quella domanda di asilo. Per cui il giudice, nel reintegrare quelle persone, sentenzia che è ora compito delle autorità italiane consentire ai respinti illecitamente di entrare in italia e chiedere protezione”. Nella decisione il Tribunale non dice come dovrà agire l’Italia, ma ora la palla passa al ministero dell’Interno e degli Esteri che dovranno emettere dei visti per consentire alle persone di arrivare. 


“Fino al 2011 l’Italia si è resa protagonista di decina di casi di respingimento - aggiunge De Bellis -. Ora sulla base della condanna Cedu sul caso Hirsi e sulla base di questa sentenza potrebbero provare a ottenere giustizia”. Diverso è il caso delle persone riportare in Libia negli ultimi anni in seguito ai nuovi accordi tra Roma e Tripoli. “I respingimenti operati dal governo Berlusconi, direttamente e palesemaente violavano il diritto di non respingimento - conclude il ricercatore di Amnesty International -. Dopo la condanna della Cedu è stato, nei fatti, aggirato tale divieto: l’Italia ha fornito cioè imbarcazioni e finanziato la Guardia costiera libica per far fare a loro questo lavoro sporco al suo posto. Noi, come altre organizzazioni, crediamo che questo rappresenti una violazione diritto internazionale. Per ora non è stabilito da nessuna corte, ma speriamo accada presto”.



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