12 marzo 2020 ore: 11:23
Welfare

Riforma del welfare in Calabria, l’Anci chiede la “sospensione immediata”

di Francesco Ciampa
Dal fronte dei Comuni arriva il “no” al riassetto del sociale e si va al Tar. Il portavoce regionale del forum terzo settore, Pensabene, difende le novità: “Tornare indietro sarebbe una catastrofe”. L’ex assessore alle Politiche sociali Robbe: “Ci sarà la possibilità di superare un ingiustificato oligopolio e i sindaci si dovranno prendere la responsabilità di dire sì o no”

Ancora in salita la via per concretizzare la riforma del welfare in Calabria. Il vicepresidente vicario dell’Anci regionale Francesco Candia, in una recente nota, chiede alla neo governatrice Jole Santelli l’immediata sospensione dell’iter per avviare di nuovo la macchina della concertazione. Tutto questo mentre, per la seconda volta, le nuove normative regionali sono al centro di un ricorso alla giustizia amministrativa “da parte del Comune di Catanzaro e di alcune strutture del terzo settore”. Un atteggiamento critico respinto al mittente a colpi di note stampa dall’ex assessora regionale alle Politiche sociali Angela Robbe e dal portavoce del forum terzo settore della Calabria, Gianni Pensabene.

Si tratta della riforma regionale che tra le altre cose ridefinisce i requisiti organizzativi, professionali e strutturali per l’autorizzazione al funzionamento di servizi e strutture e per il loro accreditamento, necessario a ottenere finanziamenti pubblici in cambio di prestazioni. Una riforma tradotta nel regolamento approvato a ottobre scorso dalla precedente giunta regionale e che prevede un ruolo di primo piano per i Comuni organizzati in raggruppamenti territoriali definiti ambiti. I Comuni capo ambito, ad esempio, sono chiamati a essere principale riferimento per la pianificazione locale in relazione ai bisogni dei territori, ma anche per le procedure di autorizzazione, accreditamento e vigilanza fin qui in capo alla Regione. I Comuni capo ambito dovranno inoltre individuare tra i soggetti accreditati quelli da cui acquistare prestazioni o a cui affidare servizi. Un compito, anche questo, non più della Regione. Che d’ora in avanti, una volta superati i ritardi attuativi di questa fase transitoria, terrà per sé la programmazione più generale, le funzioni di coordinamento, di indirizzo e quelle di controllo, con poteri di commissariamento per gli ambiti inadempienti.

Un riassetto che fa della Calabria l’ultima regione d’Italia ad applicare la legge nazionale di riferimento, la legge quadro 328 del 2000, e che arriva a diciassette anni dalla legge regionale sul welfare, la 23 del 2003. Un’occasione per ammodernare i servizi a vantaggio della qualità e per responsabilizzare i Comuni, dicono i sostenitori. Un modo per affossare i Comuni a corto di risorse e di personale, sostengono invece gli oppositori, tra cui il vicepresidente vicario di Anci Calabria: “La riforma così strutturata - dice in una nota Francesco Candia - presenta una serie di criticità che ne impongono l’immediata sospensione”. Per cui, “al fine di tutelare gli interessi dei Comuni associati”, bisogna “evitare che da un massivo trasferimento di competenze senza un’adeguata e rigorosa copertura finanziaria e senza trasferimento di risorse umane derivino ripercussioni che esporranno gli enti medesimi a danni irreversibili”. La nota è indirizzata alla presidente della Regione Calabria e al dirigente del dipartimento regionale Politiche sociali a cui si chiede di “considerare la possibilità di riaprire un indispensabile confronto”.

L’appello è rilanciato dal presidente della commissione Politiche sociali del Comune di Catanzaro, Rosario Lostumbo. “La commissione - dichiara in una nota diffusa dall’ufficio stampa dell’ente - all’unanimità dei presenti ha condiviso la preoccupazione riguardo a una nuova organizzazione del settore che, per come è prospettata, non farebbe altro che aggravare lo stato già precario degli enti locali.  Senza un’adeguata copertura finanziaria nel bilancio regionale e senza la giusta dotazione di personale sarebbe impossibile - prosegue Lostumbo - dare seguito a un disegno di riforma in grado di garantire livelli adeguati per i servizi socio-assistenziali. L’amministrazione comunale - sottolinea - ha già ribadito il suo ‘no’ agendo in via giurisdizionale e rappresentando anche la voce del terzo settore”.

Alle parole di Candia seguono in risposta quelle di Gianni Pensabene, portavoce del forum terzo settore Calabria, che spinge per la riforma: “Tornare indietro ora - avverte in una nota - sarebbe una catastrofe” visto che “diverse realtà del terzo settore calabrese si sono adeguate alle nuove disposizioni effettuando investimenti rilevanti”. Per quanto riguarda, invece, il trasferimento di risorse ai Comuni, Pensabene dice che “ancora la Regione non ha proceduto con l’invio del primo 30% del fondo per le politiche sociali ai Comuni”: fondi da trasferire ai Comuni capo ambito e suddivisi in quattro parti, la prima da dare entro la data ormai superata del 28 febbraio per come indicato dal regolamento. Una tranche a oggi ferma sebbene, per come si apprende da fonti vicine alla Regione, sia stato già predisposto il relativo decreto. Un nodo che Comuni contrari alle novità introdotte usano come ulteriore leva di opposizione. Un “ingiustificato ritardo della Regione” - osserva Pensabene - di cui “ci chiediamo il perché” e che però, secondo l’esponente del terzo settore, non è motivo sufficiente per frenare le nuove regole. “Non possiamo accettare da parte di alcuni Comuni - afferma - che la riforma non può avere luogo per carenza di risorse”. Infatti “ci risulta che sono giacenti somme ingenti ancora non spese per fondi degli anni pregressi, circa 250 milioni tra fondi Pac, non autosufficienza, povertà, eccetera. Sul punto chiediamo alla Regione piena ufficialità e trasparenza”.

Rispetto a questa giacenza, “si tratta di fondi ripartiti dal ministero ma non trasferiti perché i Comuni non hanno presentato la rendicontazione degli anni precedenti, e bisognerebbe capirne il motivo”, spiega a Redattore Sociale l’ex assessore regionale alle Politiche sociali, Angela Robbe, alla guida del settore per la giunta Oliverio che ha approvato da ultimo il regolamento del welfare. Difende la riforma, Robbe: “Con le nuove regole - spiega - c’è la possibilità di superare un ingiustificato oligopolio a danno degli utenti che non possono scegliere dove usufruire dei servizi e della garanzia di qualità uniforme dei servizi per come previsto dai Lep (Livello essenziale delle prestazioni)”. “I sindaci si devono prendere la responsabilità di dire di sì o di no”, è poi il suo appello alla luce dei poteri di gestione adesso in mano ai Comuni.

Per Robbe, il costo del passaggio di competenze “non è il vero problema”: “Nella consulta degli enti locali - scrive in una recente nota - si convenne di considerare come compartecipazione dei Comuni il costo che sostengono per il personale dedicato ai servizi sociali”, personale “che già hanno”; ciò “ha consentito di attuare il trasferimento di deleghe senza aumentare i costi”.

Le “questioni vere”, che riguardano la qualità e l’accessibilità dei servizi a prescindere dal tema delle deleghe, “sono altre”. Robbe le elenca una ad una: “Il primo problema - sostiene - è che abbiamo la spesa più bassa d’Italia”, per cui “sarebbe necessario che tutti i soggetti coinvolti partecipassero alla spesa”; “il secondo problema sta nella modalità di ripartizione delle risorse a livello statale”, e “la situazione peggiorerà se si dovesse attuare il federalismo fiscale cui aspirano alcune regioni del Nord”; “il terzo problema sta nella necessità di riorganizzare il sistema sociale”, perché “oggi ai calabresi molti servizi non sono accessibili non per mancanza di risorse, ma per mancanza di organizzazione”. Il quarto problema, “forse il peggiore”, è il possibile commissariamento del settore in caso di inadempienza dei Comuni: “Con l’esperienza della sanità (da tempo commissariata, nda), siamo sicuri - si chiede Robbe - che non sia meglio avviare percorsi di organizzazione, e tra questi la regolamentazione dei servizi, anche se ciò impone un’assunzione di responsabilità collettiva?”. 
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