19 giugno 2014 ore: 10:31
Immigrazione

Rifugiati, don Colmegna: "Milano e l'Italia più sicuri se smettono di avere paura"

Ieri a Roma il convegno promosso dal Centro Astalli. Il presidente della casa della Carità: "Considerare gli immigrati come poveri da aiutare ha annullato la soggettività di queste persone. Occorre lasciarsi interrogare dalle loro storie di vita"
Centro Astalli "Chi chiede aiuto lo chiede a te" - Inrerventi
Il convegno promosso dal Centro Astalli
Centro Astalli  "Chi chiede aiuto lo chiede a te" - Inrerventi

ROMA - “La città di Milano e il Paese diventano più sicuri se smettono di avere paura e inventano spazi di umanità e capacità riflessiva. Considerare gli immigrati come poveri da aiutare ha annullato la soggettività di queste persone. Non è un bisogno solo assistenziale, ma di una umanità nuova. Ci rendiamo conto delle debolezze, chiusure e paure legislative, perché si ha paura del salto culturale. della capacità di dialogare e di custodire i sentimenti, talvolta anche dell’indignazione”. Lo ha denunciato ieri pomeriggio monsignor Virginio Colmegna, presidente Casa della Carità di Milano voluta dal cardinale Carlo Maria Martini, durante il convegno sulle migrazioni sul tema “Chi chiede asilo lo chiede a te. La vera sicurezza è l'ospitalità”, promosso dal Centro Astalli alla Pontificia Università Gregoriana in vista della Giornata mondiale del rifugiato, che verrà celebrata il 20 giugno.

Circa 400 migranti in Stazione Centrale a Milano, tramite un mediatore culturale, hanno consegnato un bigliettino a don Virginio su cui hanno scritto: “Noi chiediamo un permesso di transito temporaneo in Europa senza che nessuno ci prenda le impronte digitali nei Paesi dove passiamo”. E c’è chi dice fra gli italiani: “Stiamo facendo troppo”. “Ma cosa stiamo facendo?”, si è chiesto don Colmegna, che intercetta tra i migranti “sofferenza psichica ed enorme bisogno di cura. Persone segnate dalla tortura: apparentemente sono relitti”. Ben 91 le nazionalità degli ospiti passati lo scorso anno nella Casa della Carità: "Grazie a loro sono cresciuto moltissimo nell’ospitalità. Mi sento in debito verso di loro per gli spazi di umanità straordinari che mi arricchiscono e avverto il rischio di essere costruttori di risposte, invece di lasciarsi interrogare continuamente da questa presenza”.

Quando il gesuita Martini affidò a don Colmegna la guida della Casa della Carità, lo fece con una consegna progettuale ben precisa: “Fallo diventare un luogo di elaborazione culturale, di pensiero”, gli chiese. Il sacerdote ha voluto ricordare le sue parole parlando alla Gregoriana, università gestita dalla Compagnia di Gesù, citando anche il richiamo di papa Francesco a non approcciarsi ai migranti come fossero “massa, numeri. Occorre lasciarsi interrogare dalle storie di vita sentite: cambiano la nostra umanità”. (lab)

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