10 settembre 2015 ore: 12:30
Immigrazione

Rifugiati siriani in Libano. "Dalla scuola ai rifiuti, così stanno saltando i servizi"

Il Libano, grande quanto l'Abruzzo, accoglie il maggior numero di rifugiati siriani, circa 2 milioni. Non ci sono campi, i profughi affittano case o occupano palazzi disabitati e piantano tende. Parla la cooperante Cesvi, Chiara Lombardi: "A 4 anni dall'inizio della crisi, situazione ancora più grave"
Rifugiati siriani in Libano

BEIRUT (Libano) - Quando hanno cominciato ad arrivare, qualcuno pensava che sarebbe rimasto per 6 mesi, forse 8, per poi tornare a casa. In Siria. Da allora sono passati 4 anni e non solo i primi rifugiati a essere accolti non sono rientrati ma il flusso di persone non si è mai fermato. Tanto che oggi quelli accolti in Libano secondo le stime ufficiali sono oltre un milione, “l’Unhcr ha fermato le registrazioni a inizio anno su richiesta dell’amministrazione che però non ha chiuso le frontiere e la gente ha continuato ad arrivare”, spiega Chiara Lombardi, cooperante del Cesvi, ong italiana presente in Libano con un progetto di aiuto a rifugiati e popolazione locale attraverso il lavoro. Oggi si stima che siano circa 2 milioni i siriani in Libano, un paese grande quanto l’Abruzzo con circa 4,5 milioni di abitanti.

- “I siriani hanno iniziato ad arrivare qui subito, fin dall’inizio della crisi, e sono sempre stati accolti bene ma se all’inizio i fondi a disposizione erano tanti, oggi non è più così e la situazione è ancora più grave”, continua Lombardi. Perché quei 2 milioni di persone in più hanno bisogno di servizi, di acqua potabile, di scuole, ospedali, lavoro. “Il Libano non è un paese in via di sviluppo ma nemmeno uno del ‘primo mondo’ e questo flusso continuo di rifugiati ha messo sotto pressione un sistema di servizi già strutturalmente precario, ad esempio la qualità della scuola si è abbassata tantissimo”, spiega Lombardi. Ne è un altro esempio l’aumento dei rifiuti dovuto alla presenza di altri 2 milioni di persone, che ha portato alle proteste delle settimane scorse da parte del movimento “You stink” (Puzzate) contro il governo per chiedere di risolvere la questione dello smaltimento a Beirut (la spazzatura non è stata raccolta dalle strade e una discarica è stata chiusa), “proteste rivolte all’amministrazione e non ai rifugiati”.

In Libano non ci sono campi come in altri paesi limitrofi alla Siria. I siriani affittano stanze, case, occupano palazzi disabitati o piantano tende in terreni messi a disposizione dalla municipalità. La maggior parte non ha un lavoro e non ha i soldi per mandare i figli a scuola. “Delle 250 famiglie inserite nel nostro progetto, solo 1 o 2 riesce a mandarli a scuola, a volte 1 figlio su 3 – spiega Lombardi -. Ma lo fa solo chi riesce ad avere aiuti da organizzazioni non governative per le tasse scolastiche, comprare i libri o per pagare il trasporto. Ci sono bambini che non vanno a scuola da 4 anni. Una generazione perduta”.

Il progetto del Cesvi in Libano ha come obiettivo il sostegno a rifugiati e alla popolazione locale attraverso il lavoro. “Cerchiamo di far lavorare una persona per famiglia, per un massimo di 30 ore lavorative – spiega Lombardi -. Si occupano di pulire le strade o sistemare le aiuole. Inserendo sia rifugiati che libanesi favoriamo la coesione sociale. In un villaggio con mille abitanti, 200 profughi potrebbero creare problemi e invece non è così”.

Degli oltre 4 milioni di rifugiati siriani, quasi 2 milioni sono in Turchia in campi addossati alle frontiere (la registrazione è fatta dalle autorità turche), più di 1 milione sono in Libano, 630 mila sono in Giordania, 250 mila in Iraq, 132 mila in Egitto e circa 24mila in altri Paesi del Nord Africa (dati Unhcr, a inizio anno). Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, il 70% dei rifugiati siriani in Libano vive al di sotto della soglia di povertà nazionale, pari a 3,84 dollari statunitensi a persona al giorno (erano il 50% nel 2014), sono in aumento i rifugiati che non hanno cibo a sufficienza, che sono costretti ad acquistarlo a credito, che ritirano i bambini da scuola e sono costretti all’accatonaggio (+30% rispetto all’anno scorso). Un quadro analogo sta interessando la Giordania, dove oltre l’85% dei siriani vive sotto la soglia di povertà nazionale, pari a 3,2 dollari statunitensi al giorno. (lp) 

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