28 aprile 2020 ore: 12:59
Disabilità

Ripartenza e disabilità, i caregiver: “Tutti nella stessa tempesta, ma non nella stessa barca”

di Chiara Ludovisi
Come conciliare distanzamento sociale e assistenza alla persona? Chi assisterà le strutture e i servizi nella riapertura prevista dal nuovo decreto? Gli operatori saranno obbligati a lavorare in un solo contesto, per tutelare gli utenti? “Nel decreto solo sei righe senza dettagli. Temiamo che la tempesta faccia naufragare la nostra barca”
Elena Improta con il figlio Mario

Elena Improta con il figlio Mario

ROMA – La preoccupazione è tanta, l'insoddisfazione costante, ma le idee sono chiare e i diritti sicuri: così i caregiver tornano a chiedere attenzione, garanzie e tutela nella prossima “fase 2” dell'emergenza, dopo che la fase 1 ha dimenticato le persone con disabilità e abbandonato le loro famiglie. “Pur essendo nella stessa tempesta, non siamo tutti sulla stessa barca”, ci ricorda Elena Improta, mamma e caregiver di una ragazzo con grave disabilità e presidente dell'associazione Oltre lo sguardo onlus.

Il premier Conte non ha nominato la disabilità (e neanche le famiglie) nell'ultima conferenza stampa, mentre il Dpcm dedica a questa un articolo (il numero 8) e una manciata di righe, in cui dà il via libera alla riattivazione di servizi e strutture, affidando alle regioni il compito – complicatissimo, in questo momento – di definire modalità e accortezze. A questo proposito, la grande difficoltà sta nel “comprendere come far convivere la prevenzione individuale e il distanziamento sociale con il concetto di assistenza alla persona: lavarla, portarla in bagno, imboccarla, rassicurarla, sollevarla, soccorrerla in caso di crisi – osserva Improta - I nuclei familiari con persone con disabilità, i gruppi appartamento, le case famiglia, gli istituti residenziali in questa seconda fase saranno ancora più a rischio contagio”.

La soluzione è difficile da trovare, ma almeno alcune indicazioni, fondamentali per garantire sicurezza alle persone con disabilità, dovrebbero essere chiare e inequivocabili: tra queste, l'obbligo per l'operatore di lavorare in una sola struttura. Una misura “prevista nell'ultima ordinanza della regione Lazio – ricorda Improta – in base alla quale gli operatori socio sanitari, socio assistenziali, educatori , psicologi non non potrebbero lavorare , ad esempio, la mattina in una casa famiglia e il pomeriggio in assistenza domiciliare diretta o indiretta”. Ma la criticità è alta: “Da un lato operatori già sotto pagati che dovranno rinunciare a ore di lavoro per raggiungere uno stipendio mensile decente, dall’altro famiglie da sempre segregate in casa, nuovamente private dell’assistenza domiciliare”, riflette Improta. A questa complessa situazione, “il nuovo Dpcm riserva sei righe e demanda tutto alle Regioni per una nuova ordinanza. Cosa si inventeranno? - si domanda Improta - E se le grandi federazioni (Fish e Fand) e le parti sociali che siedono al tavolo del governo proporranno la ripresa graduale delle attività nei centri semiresidenziali pubblici o privati, delle attività laboratoriali diurne e pomeridiane pubbliche e/o private, chi assisterà in questa riapertura le persone con disabilità? A me sembra che la tempesta stia facendo naufragare la nostra barca”, conclude Elena Improta. E per dare un “assaggio” di cosa significhi essere soli nella gestione di un figlio con grave disabilità in un contesto come quello che stiamo attraversando, ci racconta: “Per Mario ieri è stata una delle tante giornate no. Si è calmato e addormentato solo stando in macchina, percorrendo sempre rettilinei: Tangenziale, Raccordo Anulare, Cristoforo Colombo. Da Roma a Ostia, andata e ritorno, siamo stati fermati sei volte per i controlli: quattro volte dalla Guardia di Finanza, una dalla Polizia Locale e una dalla Polizia di Stato. Ecco, noi stiamo vivendo così”.

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