17 giugno 2020 ore: 12:00
Società

Rom e sinti. Associazione 21 luglio: “Tiepidi segnali di controtendenza”

Strategia di inclusione ancora in ritardo, ma qualcosa sta cambiando. Diminuiscono i discorsi d’odio e gli sgomberi. In controtendenza Roma, dove il piano del 2017 “non è mai decollato”. Presentato oggi il nuovo rapporto sulle condizioni di vita delle comunità rom negli insediamenti formali e informali in Italia
Associazione 21 luglio
ROMA - Nel 2019 “tiepidi segnali di controtendenza a macchia di leopardo”, ma si registrano ancora sgomberi forzati in tutta Italia, mentre la Strategia di inclusione di rom, sinti e caminanti introdotta nel 2012 e ad un passo dalla sua conclusione risulta ancora in ritardo. Il quadro delineato dal nuovo rapporto dell’associazione 21 luglio, dal titolo “Periferie lontane”, presentato oggi online, mostra luci e ombre sulle condizioni di vita delle comunità rom negli insediamenti formali e informali in Italia. “Nel 2019 permangono elementi di preoccupazione - spiega Carlo Stasolla, presidente della 21 luglio -, sottolineati dai diversi enti internazionali ed europei di monitoraggio sui diritti umani, che hanno richiamato il governo italiano sull’urgenza e sulla necessità di offrire risposte a quei soggetti a rischio apolidia, di promuovere azioni per debellare l’antigitanismo, di combattere la pratica degli sgomberi forzati, di eliminare ogni forma di discriminazione a partire dal superamento dei ghetti etnici.

I dati sulle baraccopoli in Italia

I dati contenuti nel rapporto parlano di circa 20 mila rom e sinti che vivono ancora nelle baraccopoli formali e informali sparse sul territorio italiano. Si tratta dello 0,03% della popolazione italiana. Circa 12,7 mila sono i rom residenti nelle 119 le baraccopoli istituzionali presenti in 68 comuni italiani, mentre altri 7,3 mila sono quelli che risiedono in baraccopoli informali e nei micro insediamenti. Secondo l’associazione, queste condizioni di vita hanno un forte impatto anche sull’aspettativa di vita che risulta essere di 10 anni inferiore a quella della popolazione italiana. Dei rom e sinti presenti nelle baraccopoli istituzionali, inoltre, l’associazione ricorda che nel 47% dei casi si tratta di persone con cittadinanza italiana. Secondo il rapporto, le più grandi baraccopoli informali sono concentrate nella regione Campania, mentre la città con il maggior numero di baraccopoli istituzionali (15) e anche il maggior numero di micro insediamenti informali (più di 300) è la città di Roma. 
 
Le stime aggiornate fornite dall’associazione 21 luglio lasciano intravedere un po’ di luce dopo quasi un decennio stallo. “Il numero degli insediamenti formali e quello dei loro abitanti è in calo - spiega Stasolla -, così come è manifesta la volontà di molte amministrazioni di voltare pagina della triste stagione dei “campi nomadi”. Questo vuol forse dire che il 2019 potrà essere ricordato come l’anno dell’inizio della fine del “sistema campi”? L’anno del loro parziale superamento? Forse, ma bisognerà attendere il 2020 per vedere eventualmente il consolidarsi di un trend e poter rispondere positivamente alle domande”. Certamente in Italia qualcosa sta cambiando, aggiunge Stasolla, secondo cui “il 2019 potrebbe rappresentare l’inizio di una stagione nuova - aggiunge -. Occorre mantenere alta l’attenzione, maturare un pensiero diverso, liberare le politiche dal fardello di prassi etnicizzanti, orientare la bussola in direzione dei diritti umani. In molti casi è sufficiente fare uso del buonsenso che ogni amministratore dovrebbe coltivare per salvaguardare il benessere dei cittadini che vivono nella città senza necessariamente porlo in conflitto con quello dei cittadini residenti nelle periferie lontane”.
 

Chiusure e sgomberi, i dati del 2019

Secondo l’associazione, nel 2019 risultano essere stati chiusi diversi insediamenti, da Palermo a Siracura, da Pisa a Ferrara, da Sesto Fiorentino a Olbia, fino a Torino. In chiusura anche altri insediamenti a Sassari, Firenze, Selargius, Roma, Lamezia Terme, Reggio Calabria e Oristano, ma quel che preoccupa sono le modalità con cui si chiude un campo. “La chiusura di un insediamento formale - spiega infatti Stasolla - non corrisponde necessariamente ad un superamento inclusivo e quindi ad una risoluzione definitiva del problema”. Intanto, sul territorio nazionale continuano gli sgomberi. “Nel corso della sua costante attività di monitoraggio, associazione 21 luglio ha registrato in Italia per tutto il 2019, 145 operazioni di sgombero forzato di comunità considerate rom così ripartite secondo le diverse aree geografiche - si legge nel rapporto -: 66 sgomberi nel Nord Italia; 60 sgomberi nel Centro Italia; 19 sgomberi nel Sud Italia. Se compariamo tali dati con quelli degli anni precedenti - quando gli sgomberi totali erano stati 195 nel 2018, 230 nel 2017 e 250 nel 2016 - si coglie che la tendenza ad un calo riferito all’anno precedente è pari al 26% e al 2016 è pari al 42%”. In controtendenza appare solo la città di Roma dove “le azioni di sgombero anziché diminuire continuano ogni anno ad aumentare”. Il calo degli sgomberi è un segnale che “non deve illudere troppo - spiega Stasolla - visto che può essere connesso al calo delle famiglie presenti negli insediamenti informali e all’odiosa pratica degli ‘sgomberi indotti’, causati dalle pressioni esercitate dalle forze dell’ordine nei confronti degli abitanti degli insediamenti che, raggiunto un livello di esasperazione, optano per l’allontanamento volontario prima dell’arrivo della ruspa comunale. Ogni azione di sgombero forzato, non finiremo mai di dirlo, rappresenta sempre e comunque una grave violazione dei diritti umani, senza mai rimediare all’inadeguatezza dell’alloggio o alle criticità di carattere igienico-sanitario, reiterandole invece altrove e con maggiore intensità e gravità”.

Il 2019, penultimo anno per la Strategia nazionale di inclusione 

In questo contesto, la Strategia nazionale di inclusione introdotta nel 2012 sembra ancora in ritardo, ma i tempi ormai sono strettissimi. Il 2019, infatti, è stato il penultimo anno dell’attuazione della Strategia e l’associazione registra ancora una volta un “forte ritardo nell’attuazione dei principi rilevando una disomogeneità nella loro applicazione a livello locale ed un elevato grado di discrezionalità nella declinazione sul territorio”. Secondo la 21 luglio “occorre riconoscere che, ad un anno dal suo termine naturale, non è riuscita a promuovere un significativo impatto”. Tuttavia, continua il rapporto, “nell’ultimo biennio si è assistito ad un lento e graduale cambiamento di approccio, misurabile soprattutto con la volontà da parte di alcune amministrazioni locali di promuovere politiche rivolte al superamento degli insediamenti monoetnici presenti entro i confini comunali.  Sul territorio italiano tale indirizzo si presenta comunque ancora troppo debole perché possa essere assunto come indice di una svolta reale”.
 

Discorsi d'odio in calo rispetto al 2018

Ai discorsi d’odio, il rapporto dedica un intero capitolo. Secondo l’Osservatorio istituito dall’associazione, nel 2019 ci sono stati 102 episodi di discorsi d’odio nei confronti di rom e sinti, di cui 39 (il 38,2% del totale) ritenuti di una certa gravità. “La media giornaliera che si ricava è di 0,27 episodi al giorno - spiega il rapporto -, mentre se si isolano esclusivamente episodi ritenuti di una certa gravità questa si attesta su 0,10 episodi al giorno”. Anche su questo fronte qualche buona notizia c’è. Rispetto al 2018, infatti, si registra una diminuzione del 18% dei casi. “La diminuzione complessiva del dato, fenomeno che di per sé rappresenta un trend positivo - spiega il rapporto -, potrebbe derivare dalla maggiore attenzione del discorso politico e mediatico nei confronti dei flussi migratori in entrata legato alla tematica della ‘sicurezza’. Inoltre, anche in tale annualità si conferma il mutato linguaggio da parte degli attori politici e pubblici nazionali e locali che oramai hanno quasi abbandonato il ricorso a dichiarazioni manifestamente discriminatorio e incitante all’odio prediligendo invece un utilizzo di affermazioni stereotipate, collocandoli così al riparo da possibili sanzioni”.

Roma e il suo piano d'inclusione "mai decollato"

L’ultimo capitolo è dedicato interamente alla città di Roma. Il 2019, del resto, per la capitale è stato il terzo anno di attuazione del “Piano di Indirizzo di Roma Capitale per l’inclusione delle Popolazioni Rom, Sinti e Caminanti” presentato in Campidoglio dalla sindaca Virginia Raggi il 31 maggio 2017 i cui obiettivi, per la 21 luglio, “appaiono assai lontani dall’essere raggiunti”. Secondo quanto spiega il rapporto, infatti, “se da una parte i ‘villaggi’ si sono svuotati di circa 800 unità, i cosiddetti campi abusivi hanno visto un aumento delle presenze pressoché del medesimo numero - si legge nel dossier -. È dunque vero, come promesso nel 2017, che a Roma si va verso il superamento dei “campi rom”, ma semplicemente perché la maggioranza delle persone sta passando dalla formalità dei 6 villaggi ai 338 micro insediamenti mappati dalla Prefettura, mentre più di qualcuno, avendo presentato domanda per accedere ad alloggi di edilizia residenziale pubblica, ha visto accolta la sua richiesta con il rischio, vissuto in più occasioni, di trovare ad attenderlo il presidio di esponenti di estrema destra con telecamere al seguito”. Anche per quanto riguarda il tema dell’occupazione, “i risultati appaiono deludenti e di scarsissimo impatto”, continua il rapporto, mentre “desta particolare allarme il trend, ormai registrato da anni, che indica il calo costante e inarrestabile dei minori non iscritti alla scuola dell’obbligo”. In conclusione, spiega l’associazione, “il 2019 ci ha lasciato una profonda disillusione nei confronti di un Piano rom che non è mai decollato”.
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