11 luglio 2015 ore: 13:15
Immigrazione

Roma, alla Grande Moschea 11 ragazzi in cerca di nuovi incontri

Hanno fra i 20 e i 35 anni, rappresentano importanti comunità di migranti nella capitale e frequentano tutti il laboratorio di giornalismo e comunicazione interculturale dell’associazione “Piuculture”: ai migranti appena arrivati spiegano su quali servizi possono contare
Infomigranti

ROMA - “In quanto stranieri siamo più motivati a realizzare progetti come quelli proposti da Infomigranti, perché conosciamo bene le tante difficoltà che si incontrano quando si arriva in un paese nuovo, e i pregiudizi e gli stereotipi che gravano sul diverso”. A parlare è Ana Maria, una delle partecipanti a Infomigranti, il laboratorio gratuito di giornalismo sociale e comunicazione interculturale, destinato a ragazzi di origine straniera.

Nel venerdì di Ramadan è con Piera e Alexandra davanti la grande moschea di Roma: una nuova occasione per incontrare le comunità straniere, intercettare le rispettive esigenze, conoscere e raccontare le storie di ciascuno, con l’obiettivo di agevolare un processo di integrazione che sembra diventare sempre più difficile. Il progetto, finalizzato a una campagna di informazione sui servizi primari per gli stranieri nel Municipio II di Roma, è stato realizzato dalla redazione del giornale online “Piuculture” col patrocinio del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, e grazie ai fondi dell’Otto per Mille Valdese.

Undici i partecipanti al corso, tutti di età compresa tra i 20 e i 35 anni, rappresentanti di diversi paesi e collegati con importanti comunità migranti di Roma: Ghana, Filippine, Romania, Moldavia, Perù, Polonia, Serbia, Spagna. Dal 17 gennaio i ragazzi selezionati fra più di cento richiedenti, frequentano un corso settimanale destinato, oltre che alla formazione giornalistica, all'acquisizione di competenze specifiche nella comunicazione web. Una seconda fase del percorso formativo è stata dedicato alla mappatura dei servizi di base per gli stranieri nel Municipio II, proposta sulla piattaforma di Piuculture nella sezione “...Dove trovo.

“I ragazzi sono stati divisi in gruppi - spiega Piera Mastantuono, responsabile delle attività esterne - e ciascuno di questi si è occupato di trovare i servizi relativi alla salute, all’assistenza per i documenti, al permesso di soggiorno, ai corsi di italiano, ai servizi legali, alle biblioteche. Le comunità su cui ci siamo focalizzati quest’anno sono quella filippina e quella rumena. È stato fondamentale avere dei ragazzi stranieri per intercettarle e cogliere le rispettive esigenze, che sono molto diverse: la comunità filippina tendenzialmente ha bisogno di essere guidata nell’iter burocratico necessario ad ottenere il permesso di soggiorno, mentre quella rumena chiede spesso delle procedure di accesso agli asili nido. E poi da un punto di vista culturale è un lavoro molto formativo anche per noi. Il festival della camicia tradizionale rumena, che si tiene a fine giugno, ci è stato segnalato da una ragazza moldava che partecipa al laboratorio; non avremmo potuto mai immaginare che per lo loro potesse essere l’evento del secolo”.

Con il passare delle lezioni il lavoro sul campo si è fatto sempre più frequente ed intenso: alla raccolta dei dati per l'implementazione della piattaforma …Dove trovo, si è aggiunta la costruzione di una campagna informativa multilivello e multilingua realizzata nei luoghi di raduno dei migranti. Questo ha rappresentato un ulteriore passo in avanti verso l’incontro delle comunità straniere presenti sul territorio di Roma. La preghiera del venerdì alla Grande Moschea e le feste di comunità hanno visto i ragazzi impegnati in interviste, incontri e raccolta di storie, poi riproposti sul giornale online di Piuculture.

In occasione del primo venerdì di Ramadan la redazione di Infomigranti tenta di intercettare i nuovi migranti di Roma davanti alla grande Moschea, da sempre luogo di aggregazione della comunità musulmana, in quel particolare giorno destinato ad affollarsi più del solito. Con un banchetto e pacchi di volantini tradotti anche in lingua Rumena e Tagalog si avvicinano ai fedeli che entrano o escono dal luogo di culto, si aggirano tra i banchi del mercato poco distante dal piazzale di ingresso, in cerca di storie da raccontare e nuove esigenze da cogliere. E sembra che nessuno possa farlo meglio di loro.

“Ci siamo scontrati spesso con persone che hanno dimostrato dello straniero e della cultura di appartenenza una visione stereotipata ed estrema. – continua Ania Maria - Si tende ad allontanare le realtà che non si conoscono, perché spaventano. Anche io ero spaventata la prima volta che sono venuta in Moschea. Ero impacciata, non sapevo come dovevo comportarmi ed era evidente quanto fossi fuori luogo. Avevo l’impressione che tutti mi guardassero con sospetto, chiedendosi cosa fossi andata a fare. E poi le diversità culturali fanno parte di una realtà che di fatto si è già affermata, dunque conoscerle diventa ancora più importante”. Non a caso nell’articolo che ha dedicato alla giornata, Ramadan alla grande moschea: storie difficili tra fede e speranza, racconta la storia di Mohammed, rifugiato politico afghano, che “non nasconde la sua amarezza per la situazione in cui riversano molti musulmani, spesso oggetto di pregiudizi che rendono la loro vita ancora più difficile”. E citando le parole di Mohammed, la studentessa di origini polacche, richiama l’attenzione sul sentimento di diffidenza. “Una diffidenza - scrive ancora Ana Maria -dovuta alle storie difficili che molti si portano dietro e che riduce la speranza e la fiducia nel prossimo. È importante capire che dietro ogni comportamento c’è un vissuto, spesso difficile e pieno di ostacoli e la conseguente paura di fidarsi”.

Sempre attenta a ciò che accade intorno a lei, preoccupata di non starsi a perdere qualcuno che di Infomigranti ha urgente bisogno, continua “Non ci possiamo sbarazzare della nostra cultura, e non dobbiamo farlo. – Conservare una diversità è normale oltre che giusto. Ma poi è importante capire che oltre le differenze culturali ci sono le singole persone, non si può generalizzare. Siamo tutti diversi a prescindere dalla provenienza, tanto che gli stessi italiani possono sembrare stranieri. È chiaro che poi il processo di integrazione dipende anche dalla buona volontà e dalla predisposizione di ciascuno. Devono imparare la lingua anche se è difficile, tanto più per una persona molto adulta. Ed Infomigranti esiste anche per questo, per dare degli strumenti”.

Altrettanto deciso è il tono di Aleksandra Mirkovic, un’altra aspirante giornalista arrivata in Italia quando aveva 13 anni. “Non ho bisogno di sentirmi appartenente ad una comunità. Non ho bisogno di vivere come una serba immigrata in Italia, o una che ce l’ha fatta perché lavora e studia l’università come una qualsiasi ragazza che non è stata costretta a lasciare il paese in cui è nata. Non percepisco questo scarto e, di fatto, non ha motivo di esistere. Volevo fare la giornalista di guerra, forse perché figlia di un paese che l’ha sempre fatta, e questo può essere un elemento che fa la differenza, questo e nient’altro. E fa la differenza semplicemente perché è legato ad un vissuto, ad una cultura, e ciascuno ha il suo”.

Anche lei, in un suo articolo, evidenzia come “negli ultimi mesi il tema riguardante l’immigrazione in Italia, dopo i numerosi sbarchi di migranti, è stato ampiamente trattato e diffuso da tutti i media provocando un allarmismo generale nonché ondate di intolleranza ed episodi di razzismo, xenofobia e violenza”. E per dire come sia “l’ignoranza delle persone a deviare il loro senso critico” utilizza le parole di Muhammad, ventinovenne di origine nigerina che con un italiano perfetto e uno sguardo vispo le racconta della traversata sahariana; dell’esperienza negativa in Libia e della ricerca di un posto al sole, con diritti umani e civili, e un lavoro che gli permettesse di mantenere la sua famiglia. Un ragazzo che appena arrivato in Italia, trovando un lavoro come mediatore culturale, proprio come Alexandra, e gli altri ragazzi di Infomigranti, era contento di poter aiutare le persone, di capire e di comunicare i loro bisogni, di spiegargli i loro diritti. Ma la soddisfazione professionale inizia a diminuire quando è costretto a lasciare l’attività dell’associazione per qualcosa di più stabile. Ora fa l’antennista e il lavoro non gli manca. Ma, nelle parole di Alexandra, Muhammad ammicca: “Quando sento dire che i migranti fanno lavori che gli italiani non vogliono fare sorrido, ma non replico”. (Valeria Calò)

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