28 ottobre 2020 ore: 10:00
Salute

Rsa, un modello da cancellare o da migliorare?

Con la seconda ondata della pandemia, torna alto l'allarme per gli anziani, sopratutto nelle strutture. E si torna a parlare di Rsa e case di riposo: sul quotidiano “Domani” il dibattito tra Mario Giro e Cristiano Gori sul futuro degli istituti
RSA-foto Fnopi

ROMA - Le Rsa devono essere chiuse, superate, completamente smantellate? O devono essere semplicemente “riviste e corrette”, migliorate nell'assistenza e nel servizio che offrono e di cui, che piaccia o no, non si può fare a meno? Non si ferma il dibattito sulle Rsa, tristemente protagoniste della prima ondata della pandemia e nuovamente sotto i riflettori con la seconda. Sul nuovo quotidiano Domani, approdano due posizioni diverse e distanti, ma in un certo modo complementari, a mantenere accesa l'attenzione su un tema che ha diritto e ragione di essere centrale.

Rsa, un modello “sbagliato”

Da una parte c'è Mario Giro, politologo, che afferma con chiarezza: “Case di riposo e Rsa vanno chiuse. Non si tratta di una posizione ideologica ma di onesta constatazione: i numeri degli anziani morti in istituto, e che continuano a morirvi, sono troppo alti per non trarne le dovute conseguenze. Nessuno nega che gli istituti abbiano reso grandi servigi ma la civiltà dell'assistenza evolve e il 31 marzo del 2009 è stato chiuso l'ultimo istituto per minori in Italia. Uno sforzo identico va fatto per superare il sistema Rsa. Ormai è chiaro che istituzionalizzare la vita è sbagliato: ognuno ha diritto a vivere in un contesto che possa chiamare famiglia, ravvicinato e a dimensione umana”. L'alternativa? Esiste già: “Cohousing, cioè case in comune e convivenze; domiciliarità; case e condomini protetti. Il governo ha appena istituito le unità speciali di continuità assistenziale per malati di Covid a domicilio: si può fare lo stesso per gli anziani”.

Riformare, non cancellare

Dall'altra parte c'è il sociologo Cristiano Gori, che si dice invece a favore di una “riforma” del modello, piuttosto che del suo superamento. Il suo ragionamento parte da un dato di fatto: “il profilo degli anziani che oggi vivono nelle strutture: si tratta, perlopiù, di persone che richiedono cure costanti e qualificate sul piano clinico e assistenziale, impossibili da erogare in modo adeguato a casa. Il 74% di loro ha almeno 80 anni e il 52% almeno 85. Sperimentano varie patologie concomitanti, hanno salute instabile e soffrono di forti deficit nelle attività di base della vita quotidiana. Soprattutto, sono in prevalenza malati di demenza (Alzheimer), che coniugano disturbi cognitivi, problemi comportamentali e mancanza di autonomia e richiedono, dunque, una sorveglianza continuativa per tutte le 24 ore, da fornire impiegando professionalità adeguate”. Impossibile quindi pensare di chiudere gli istituti, portando tutta l'assistenza necessaria a domicilio. “Non bisogna battersi per la chiusura delle strutture residenziali – afferma Gori - Bisogna battersi, invece, per riportare nell’agenda politica una riforma complessiva dell’assistenza agli anziani non autosufficienti, guidata da uno sguardo unitario verso questo bistrattato settore. Una riforma, pertanto, che sappia potenziare i servizi domiciliari, sviluppare anche altre soluzioni nella comunità, e riqualificare la residenzialità”.

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