13 dicembre 2013 ore: 17:34
Salute

S.Maria della Pietà: una struttura per accogliere i pazienti anoressici

L'eccellenza nel Lazio per la cura dell'anoressia è rappresentata dal centro diretto dallo psichiatra Andrea Cotugno situato nell'ex ospedale psichiatrico provinciale S.Maria della Pietà. Ma per poter seguire un maggior numero di pazienti occorre una residenza in cui poterli accogliere

ROMA - Armando Cotugno è lo psichiatra che dirige il centro per la cura dei disturbi alimentari del comportamento di Roma presso il S. Maria della Pietà, attuale ASL RME, che stamane ha ospitato la proiezione (con successiva tavola rotonda) del film documentario “Ciò che mi nutre mi distrugge”, girato proprio presso il servizio ambulatoriale per la cura dei disturbi alimentari della Asl Roma E. . Il centro è un autentico polo di eccellenza, ed è composto da ben tredici specialisti in diversi campi: si va dagli psicologi agli psichiatri, ai dietologi , ai nutrizionisti, per arrivare agli esperti in medicina generale. In quattro anni, dal 2009 al 2012, il centro ha visitato 695 pazienti, prendendone in carico 514, il 74%. La loro fascia di età prevalente è quella che va dai 14 ai 24 anni, e le pazienti sono in prevalenza di sesso femminile.

“La prima visita – dice - viene eseguita nell'ambulatorio, dove il paziente viene valutato dal punto di vista psichiatrico, con l'analisi della sua situazione familiare ed affettiva. Si passa poi alla visita medica, con l'esame delle sue condizioni fisiche e dietologiche, e la valutazione di un nutrizionista. Dei 695 pazienti visitati dal 2009 al 2012, il 38% (198) è uscito dal percorso terapeutico, il 18% (92) ha ottenuto un buon esito, imparando a convivere con il disturbo, mentre il 44% dei pazienti (226) risulta tuttora in terapia”.

Malgrado le capacità dei medici e l'elevato livello delle strutture in cui i pazienti vengono seguiti, la principale carenza di questo modello è costituita dall'assenza di una struttura residenziale, in grado di consentire agli psicologi di seguire in modo effettivo i pazienti. “Il rapporto negativo con il cibo – afferma lo psichiatra - rappresenta infatti il riflesso di altri tipi di problematicità, come ad esempio i rapporti affettivi o familiari: per queste ragioni il paziente deve poter essere seguito 24 ore al giorno, in modo da permettergli di risolvere tali criticità. L'anoressia è un disturbo comportamentale molto grave, che il paziente si porta dietro per tutta la vita, e in cui i suicidi sono molto frequenti: una ragazza affetta da anoressia è 60 volte più a rischio di suicidio rispetto ad una ragazza della sua stessa età. Per questa ragione i pazienti anoressici devono poter essere seguiti da vicino per lungo tempo”. Ma, sottolinea, per poter fare questo occorrono dei centri di accoglienza specializzati, che permettano ai medici di monitorare le terapie prescritte, senza stravolgere completamente gli affetti dei loro pazienti affetti, ed i loro stili di vita. (Claudio Meloni)

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