6 novembre 2013 ore: 11:34
Giustizia

Salute in carcere, “la riforma non è un fallimento, è incompiuta”

L’analisi di Fabio Gui (Forum nazionale diritto alla salute carceraria). “Regioni colte impreparate, ma hanno avuto nove anni per prepararsi”
Luigi Gariglio/Contrasto Corridoio carcere con celle aperte

ROMA – “Per prima cosa, smettiamo di parlare di salute penitenziaria e iniziamo a parlare di salute in carcere, per non restare ostaggi di un retaggio culturale che evoca una separazione in realtà inesistente”. È una premessa dovuta per Fabio Gui, segretario generale del Forum nazionale per il diritto alla salute delle persone detenute. “Come tutte le medicine ci sono delle specificità – aggiunge -, che però vanno considerate all’interno del servizio sanitario nazionale. Continuare a parlare di sanità penitenziaria rimanda a un’idea che la riforma ha voluto superare”.

Gui non nega le criticità che ancora permangono dopo la riforma che ha traslato la competenza dal ministero della Giustizia alle Asl, ma precisa: “Ci ricordiamo cosa ha ereditato il servizio sanitario regionale? Ci ricordiamo i materiali e gli ambienti che non erano a norma?”. Ripensando a come stavano le cose prima, Gui sottolinea dunque che “la riforma non è un fallimento, è incompiuta”. E aggiunge: “Non è arrivata all’improvviso: sono trascorsi nove anni durante i quali le regioni non si sono attivate, non hanno fatto sperimentazioni, quindi al momento del passaggio di competenze si sono trovate impreparate. Così mancano i progetti su donne, immigrati e salute mentale, mancano i livelli di salute minimale”.

C’è anche un problema di fondi: “La riforma è stata fatta nel periodo post indulto, quando i detenuti erano 40 mila, e le risorse sono state calcolate in base a quei numeri. Ora si è a 67 mila e manca la copertura”. Ci sono state, poi, delle resistenze “perché il passaggio è stato vissuto dalle Asl come onere aggiuntivo in un periodo storico oggettivamente difficile, con la riduzione dei posti letto, il blocco del turn over… Inoltre le regioni hanno dovuto anticipare i costi per le spese farmaceutiche, il personale e gli strumenti, dal momento che la copertura del ministero dell’Economia è arrivata dopo due anni”. In questo scenario di difficoltà e impreparazione il risultato è stato che “i medici che prima erano pagati dalla Giustizia sono stati assorbiti dalle Asl cambiando di fatto solo giacchetta e datore di lavoro”.

La salute mentale è uno dei principali nodi irrisolti. Un esempio è la mancata chiusura degli Opg: “Davvero non si riescono a sistemare mille persone?” domanda provocatoriamente Gui, che incalza: “Il problema è che lo stato dei servizi di salute mentale è allo sfacelo, soprattutto per i tagli al welfare. Continuare a separare l’aspetto sociale da quello sanitario fa comodo a tutti, tranne ai detenuti e a chi ci lavora”. Quello che manca davvero è una presa in carico della persona, che “non significa dare quaranta gocce per farti star tranquillo. Ci deve essere uno psichiatra che si faccia davvero carico dei problemi”.

Quindi la proposta: “Perché non si fanno le carte dei servizi per il carcere? Impegnerebbero le Asl a fare davvero quello che la riforma prevede. Perché se si scrive che il medico è presente tutti i giorni quel medico deve esserci realmente. Ne vedremmo delle belle”. Continua dunque la battaglia pèer la tutela della salute dei detenuti da parte del Forum, presieduto da Roberto Di Giovan Paolo: “Per chi volesse contattarci siamo a disposizione nella sede dell’ufficio del garante dei detenuti del Lazio”. (gig)

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