6 ottobre 2017 ore: 11:44
Salute

Salute mentale, Fondazione Progetto Itaca nelle piazze contro stigma e pregiudizi

Funziona il modello delle Club House. Ughetta Radice Frassati: “La malattia mentale non è incurabile. Impegno culturale per combattere la svalutazione della persona malata e della famiglia”. Il 7 e 8 ottobre in 50 piazze la campagna “Tutti matti per il riso”
Tutti matti per il riso 2017
Tutti matti per il riso 2017

ROMA - Sono 50 le piazza italiane che, sabato e domenica prossimi, ospitano “Tutti matti per il riso”, iniziativa di sensibilizzazione sui temi della malattia mentale e raccolta fondi promosse dalla Fondazione Progetto Itaca onlus. Tra gli obiettivi della Fondazione c’è quello combattere lo stigma e il pregiudizi che circondano le patologie psichiatriche. “Il nostro è un messaggio di speranza per la salute mentale – ci dice Ughetta Radice Fossati, segretario generale di Progetto Itaca onlus -: se la persona è curata bene e vive in un ambiente favorevole nel quale la società è informata, torna a un benessere di vita. La malattia mentale non è incurabile”. Da qui l’impegno della Fondazione a “informare le persone”,  per prevenire le malattie e orientare alla diagnosi e alla cura, oltre che a “sostenere i malati e le loro famiglie nel percorso di recupero del benessere e della pienezza di vita”.

Ughetta Radice Frassati è uno dei fondatori di Progetto Itaca ed è anche madre di una ragazza che vive la malattia mentale sulla propria pelle. “Abbiamo sperimentato cosa fosse necessario affrontare”, esordisce. Sua figlia si è ammalata a 17 anni ma è stata curata soltanto dai 19: “Sono stati persi due anni di cure, impiegati a riconoscere che non si trattasse di un problema di carattere o di una questione adolescenziale; e poi, dopo la diagnosi, altro tempo è trascorso a orientarsi nella cura, a capire quale figura fosse più necessaria, se lo psicologo o il neurologo o lo psichiatra”. Un’esperienza che ha insegnato alla signora Radice Frassati e alla sua famiglia che “importantissima è l’informazione, è la strada che combatte i pregiudizi. Della malattia non ha colpa nessuno. Occorre un lavoro culturale anche per combattere la svalutazione della persona malata e della famiglia: questa svalutazione è uno degli elementi che portano le famiglie ad affrontare troppo tardi il problema”.

Per questo la prima azione come Progetto Itaca è stata l’attivazione di un numero verde (800-274 274) che accoglie 15 mila telefonate all’anno da tutto il territorio nazionale. E poi c’è l’impegno a “superare la paura dei farmaci psichiatrici da parte degli stessi malati, delle famiglie e della società: si pensa che tolgano il carattere, mentre è la malattia che toglie il carattere, non il farmaco. L’obiettivo è stare bene. Capisco che c’è un motivo nell’instaurarsi di questo pregiudizio: i primi farmaci psichiatrici avevano effetti collaterali pesanti, comportavano tremori, sedazione, sguardo fisso; non potevano essere presi a lungo, con la conseguenza che bisognava interromperli e si tornava a stare male. Oggi non è più così, abbiamo una nuova generazione di farmaci con gli stessi effetti terapeutici ma con minori effetti collaterali”. 

Una diagnosi il più tempestiva possibile, “curarsi prima e meglio, fino a quando serve” è dunque uno degli aspetti che stanno a cuore alla Fondazione, insieme a quello di “accompagnare la persona nel quotidiano e nelle relazioni”.  Per questo si organizzano non solo gruppi di auto aiuto ma anche corsi per familiari e volontari. E per questo come pilastro dell’attività c’è il reinserimento sociale e lavorativo. Mutuando il modello delle Club House d’oltreoceano, la Fondazione ha creato “Club Itaca”: una comunità organizzata che aiuta le persone con malattie mentali mentre gestiscono la loro malattia e si ricongiungono al mondo del lavoro, della formazione, alla famiglia e agli amici. Il lavoro quotidiano comporta compiti significativi, palestra per il ritorno, o l’entrata, nel mondo del lavoro. “E’ un luogo dove le persone si riattivano – spiega Ughetta Radice Frassati -. Non ci si occupa, qui, della loro parte malata, ma delle risorse che possono tirar fuori”. Non si parla di utenti o pazienti qui, ma di soci “perché hanno una parte attiva nell’associazione”. Aggiunge Radice Frassati: “Cerchiamo l’inserimento lavorativo in aziende esterne, con il supporto della legge 68. Abbiamo contatti personali con le aziende”. Come si preparano i soci di Club Itaca al lavoro esterno? “Facendo funzionare l’associazione: si esercitano nella comunicazione, nell’organizzazione di conferenze stampa, nell’attività di segreteria e contabilità. Ad esempio ogni anno organizziamo un convegno internazionale al quale i soci portano la loro testimonianza anche in lingua inglese: tutti devono sapere l’inglese e usare il pc e vengono organizzati corsi di formazione ad hoc”.

Non mancano corsi di cucina, per “acquisire anche questa competenza visto che la ristorazione è buon canale lavorativo” e addestramento nelle pulizie. Dal 2006 Progetto Itaca ha avuto contatti con 70 aziende solo a Milano, e ne sono scaturiti contratti. Che tipo di inserimento propongono le aziende? “La gradualità tranquillizza le aziende – riferisce Radice Frassati -. In genere i primi sei mesi sono di prova, di stage, di tirocinio. Dopo si può passare a impegni a tempo determinato e, in molti casi, indeterminato. Non per tutti i nostri soci il lavoro è obiettivo di benessere: qualcuno, dopo il tirocinio, rimane a essere utile per l’associazione se riesce a vivere con il sostegno della famiglia o con l’indennità di invalidità”.

Fondazione Progetto Itaca è centro diurno, le attività si svolgono dalle 9 alle 18. A Milano, grazie all’assegnazione di un bene confiscato alla criminalità organizzata, la onlus può contare su un appartamento - per tre soci – che ha la funzione di accompagnare all’autonomia abitativa (un educatore, stipendiato, è reperibile ed è presente in alcuni momenti): “Si tratta di un percorso a termine e riservato ai soci che lavorano part time: quando saranno pronti a farlo, questi soci si affitteranno una casa propria”.  Ad oggi 14 persone hanno raggiunto questo obiettivo di autonomia.
Come si può arrivare alla Fondazione? “In Italia abbiamo 11 sedi, ognuna ha il suo servizio di ascolto e accoglienza e ognuna è in connessione con la banca dati dei Centri di salute mentale. Chi telefona e non sta in cura viene orientato in primis verso i Csm”. Inoltre, “per arrivare ad essere soci è necessario che la persona lo voglia, deve arrivarci convinta”. (ep)

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