16 aprile 2015 ore: 15:07
Immigrazione

Sbarchi: la missione Moas torna in mare, ma servono ancora fondi per i droni

Il salvataggio "privato" dei profughi del Mediterraneo partirà da maggio, con l'appoggio di Msf. L'aiuto dell'ong, che si occuperò della parte medica, ha aiutato ad abbattere i costi, ma per l'utilizzo continuativo dei droni, tecnologia molto utile nei salvataggi, servono più risorse
MOAS/Darrin Zammit Lupi MOAS/Darrin Zammit Lupi 1

MOAS/Darrin Zammit Lupi

MILANO – Da maggio a ottobre nel Mediterraneo ci sarà un'altra nave pronta a soccorrere i profughi che rischiano il naufragio. Sarà la MyPhoenix, la nave di 40 metri della missione Moas (Migrant offshore aid station). La flotta dell'organizzazione conta anche due gommoni e due droni con i quali monitorare le acque del Mediterraneo. La missione aveva chiuso pochi giorni prima di Mare Nostrum, la missione umanitaria della Marina Militare. Il Moas lo scorso anno in due mesi di navigazione ha salvato circa 3 mila migranti. "Da gennaio sappiamo che ci sono già state 970 morti nel Mediterraneo", afferma Regina Catrambone, armatrice della missione.

Questa volta a prendere il mare con il Moas ci sarà anche Medici senza frontiere: "Il nostro sarà un coinvolgimento tecnico, saremo a bordo dell'imbarcazione di Moas con un'equipe sanitaria – spiega Loris De Filippi, presidente di Medici senza Frontiere -. Facciamo il nostro lavoro sanitario di sempre". L'aggiunta è un aiuto immenso per la famiglia Catrambone, la coppia di imprenditori italo-americani che ha finanziato il Moas fin dalle origini. "Ci divideremo i compiti mentre prima dovevamo pensare a tutto noi – racconta Regina Catrambone -. Sono sicura che sarà una bella collaborazione".

Grazie al supporto di Msf le missioni hanno anche dei costi inferiori. I 350-400 mila euro per un mese in mare (compresi i costi del personale a bordo) non erano più gestibili. Ora per partire è bastato oltre al contributo della famiglia Catrambone, quello dell'imprenditore petrolifero tedesco Jürgen Wagentrotz (180 mila euro) e quello del crowdfunding (a dicembre 2014, dopo un mese dal lancio, era già a 35 mila euro). La cifra raccolta è sufficiente per i sei mesi di navigazione, ma non per l'utilizzo continuo dei droni. E la My Phoenix è l'unica nave di salvataggio a disporre di una tecnologia di questo genere tra quelle impiegate per il salvataggio: "Per questo chiediamo ancora a donatori e filantropi di dare una mano. Abbiamo puntato sulla tecnologia perché pensiamo possa dare una grande mano nel salvataggio", prosegue Catrambone.

"La nostra nave sarà al servizio del Centro di coordinamento di Roma, ma a differenza delle altre navi il nostro scopo è esattamente salvare vite umane", aggiunge l'imprenditrice italiana, nata in Calabria. "Ci coordineremo con le capitanerie di porto per decidere dove sbarcare i profughi salvati", le fa eco De Filippi. Il Moas è una risposta concreta alle tragedie delle carrette del mare. Ma da sola non può farcela. "I nostri politici, invece che fare polemiche, dovrebbero chiedere a Bruxelles una sospensione temporanea del regolamento di Dublino", sostiene De Filippi, il presidente di Msf Italia. "L'Europa non è solo un Paese, sono 28 – aggiunge Catrambone – serve un aiuto non solo economico di tutti".

Dal 2002 Msf è impegnata in diverse attività a Lampedusa. E ciò che ha sempre osservato la ong è il mancato rispetto degli standard di accoglienza. "Non credo che quest'anno possa avvenire il miracolo, ciò che succederà è facile da prevedere", aggiunge De Filippi. La situazione sull'isola è già molto critica: ci sono più di 1.500 migranti con solo 400 posti in accoglienza. Guai però a definirla invasione: "Le persone in fuga sono 51 milioni nel mondo e solo qualche migliaio si ferma effettivamente – conclude De Filippi -. Non si può continuare a strumentalizzare i numeri per scopi elettorali". (lb) 

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