6 novembre 2020 ore: 15:33
Immigrazione

Senza dimora. In strada con le unità mobili che curano gli invisibili della pandemia

di Eleonora Camilli
Viaggio nelle stazioni di Roma con Medu, Intersos e Sanità di Frontiera per raccontare chi vive in strada e gli operatori che li aiutano. “Il virus non è una livella e non è neanche democratico: le persone vulnerabili sono più a rischio”
©️ Martina Martelloni/Intersos La distribuzione di gel ai senza dimora della stazione Termini di Roma

La distribuzione di gel ai senza dimora della stazione Termini di Roma

ROMA - La lunga veste a fiori a coprire il corpo, l’hijab dello stesso tessuto, le scarpe rosa. Amal*, ha 13 anni ed è arrivata a Roma dal Kenya da appena 10 giorni. Il padre, che abita in Sicilia da anni, è riuscito ad ottenere il ricongiungimento familiare. Ora nella Capitale aspettano di poter andare insieme a Catania ad abbracciare il resto della famiglia. Ma Amal da qualche giorno non sta bene. “Ha forti crampi allo stomaco. Ho paura che possa aver preso il coronavirus. Potete visitarla?” chiede il padre agli operatori della clinica mobile di Medici per i diritti umani, ferma all’angolo della stazione Termini, su via Marsala. Da poco sono passate le 20, il team mobile dell’organizzazione ha montato all’esterno del camper due banchetti. Nel primo si misura la temperatura corporea e si fa l’accettazione: si chiedono i dati socio-anagrafici, la provenienza, il tipo di patologie per cui ci si richiede la visita e le condizioni di vita e abitative. Ma anche la condizione giuridica e il grado di accesso alle cure, tutti elementi che servono per tenere traccia della popolazione assistita. Nel secondo tavolo, dietro un paravento medico che assicura la privacy, si svolgono le visite vere e proprie con due dottori e un mediatore. Intanto un altro team, formato da medici e operatori, si stacca dal gruppo per fare il giro della stazione e avvicinare le persone in difficoltà, che faticano a chiedere aiuto da sole.

Sentinelle in strada per intercettare le fasce più invisibili della popolazione, che sfuggono a ogni possibile tracciamento, le unità mobili delle organizzazioni umanitarie hanno continuato a lavorare, incrementando il loro impegno nel periodo della pandemia. Redattore Sociale ha seguito il lavoro di Medu, Intersos e Sanità di frontiera nelle stazioni di Roma Termini e Roma Ostiense, nelle settimane in cui i contagi hanno ripreso ad aumentare in tutta Italia.

Il nostro lavoro è continuo, ma manca il sociale

La clinica mobile di Medu alla stazione Termini di Roma

“Il nostro lavoro in questi mesi non si è mai fermato, lo abbiamo rimodulato secondo le nuove esigenze legate all’epidemia. A marzo, aprile e maggio abbiamo fatto solo lo screening per il Covid19. Da giugno abbiamo ripreso con le visite vere e proprie - spiega Anita Carriero coordinatrice della clinica mobile di Medu-. A Roma lavoriamo sia in strada che negli stabili occupati, raggiungendo quindi fasce di popolazione differenti. Ma non è facile, siamo in contatto con le Asl e fin dall’inizio abbiamo chiesto un canale di collaborazione diretto per sostenere l'intervento terapeutico: se in un’occupazione possiamo monitorare anche a distanza chi ha sintomi sospetti, su strada è più difficile, le persone te le perdi - aggiunge -. Il nostro lavoro è continuo, ma manca spesso lo step successivo, manca il sociale: non ci sono le strutture per l’isolamento fiduciario e le strutture ponte dove far trascorrere la quarantena a chi deve entrare in accoglienza”. In ogni uscita serale le visite includono lo screening clinico per rintracciare i sintomi del virus con domande sulla sintomatologia specifica. Poi si procede con la trattazione dei singoli casi: “Chi è in strada presenta patologie legate alla condizione di vita ai margini: c’è chi ha una dipendenza da sostanze, chi presenta traumi legati al percorso migratorio, chi è in Italia da anni, chi è appena arrivato o è in transito - aggiunge Andrea Brugnami, uno dei medici del team -. La situazione è diversa anche tra chi ha accesso alle cure e chi no. Spesso siamo gli unici a intercettare queste persone. Ma non vogliamo essere l’unica risposta ai bisogni: vogliamo fare da ponte perché i diritti che esistono sulla carta siano anche diritti di fatto. Il nostro obiettivo è che gli utenti siano presi in carico dai servizi, ma è sempre più difficile specialmente in questo momento”. Brugnami è un giovane neolaureato in medicina che ha iniziato l’attività medica proprio con Medu. Racconta con soddisfazione il caso di Daniel, un uomo incontrato in strada che non riusciva più a muovere una gamba: “Ci siamo attivati per assicurargli l’accesso alle cure: abbiamo ottenuto una visita con un neurologo e con un ortopedico e oggi Daniel è inserito in un percorso di cura vero e proprio. Questa dovrebbe essere la norma del nostro intervento, ma spesso non lo è”.

Negli ultimi mesi le organizzazioni che operano su Roma si sono messe in rete per coprire l’area sociosanitaria lasciata scoperta dal mancato intervento istituzionale. E dall'assenza di posti con le accoglienze bloccate. Le cliniche mobili monitorano le principali stazioni e i siti informali a giorni alterni. Insieme ci si attiva nei casi più difficili, provando a tamponare nell’emergenza la situazione dei più vulnerabili, ultimi anche nelle priorità dettate dalla situazione sanitaria in corso. In tutto sono circa 50 mila i senza dimora in Italia, ottomila solo nella città di Roma, a cui si aggiungono circa 12 mila persone nei palazzi occupati e cinquemila nei campi rom. In questi mesi a causa del Covid 19 le accoglienze nelle strutture sono state bloccate. Non solo, da poco è terminato il Piano caldo e si attendono nuovi posti per il Piano freddo. Il Comune assicura che partirà a breve un accordo quadro per mettere a sistema le accoglienze nella Capitale, ma per le associazioni siamo già in un enorme ritardo.

Il virus non è una livella, ci mostra le disuguaglianze della società

Il lavoro in strada del team di Intersos a via Giolitti a Roma

“Non è vero che il virus è una livella, tutt’altro, ci mostra ancora di più le disuguaglianze: negli anni non si è agito sulla cronicizzazione di quelle malattie che colpiscono la fascia più povera della popolazione. E l'organizzazione della sanità è stata smantellata in favore di una visione ospedalocentrica. Oggi ne vediamo le conseguenze. Non c’è niente di democratico in questa epidemia, chi vive ai margini è più a rischio” sottolinea Andrea Carrozzini, medico di Intersos. Lo incontriamo un mercoledì di uscita serale in strada a via Giolitti: la clinica mobile dell’ong è un’ex ambulanza, dentro si svolgono i colloqui e le visite. Anche qui un team formato da medici e operatori rimane fisso mentre un secondo gruppo si stacca per fare il giro della stazione e rintracciare i casi più difficili. Su Roma Intersos lavora sia in strada, che nelle occupazioni abitative che nei centri di accoglienza. “In strada abbiamo trovato spesso casi sospetti, per alcuni abbiamo richiesto un tampone, ma abbiamo riscontrato spesso anche ritardi. Nei centri di accoglienza ci capita di trovare ormai un caso a settimana, per questo è importante che il lavoro sia continuo” aggiunge Carrozzini. Intanto dentro l’ambulanza Antonella Torchiaro, la dottoressa, va avanti con le visite. I primi ad arrivare sono due giovani ragazzi del Chad, poco più che ventenni. Sono in transito, vorrebbero lasciare l’Italia e raggiungere il nord Europa, ma non sanno bene come fare. Sono senza risorse, vorrebbero prendere il primo treno verso Ventimiglia, ma non hanno neanche informazioni sufficienti sul coronavirus. La dottoressa recupera una delle brochure multilingue che spiega in dettaglio la malattia e li mette in guardia sui rischi. Anche Ousman, il mediatore culturale, cerca di spiegare la situazione. Nel frattempo, fuori dalla clinica mobile, arrivano nuovi pazienti: tra loro ci sono alcuni bengalesi che come previsto dal nuovo Dpcm alle 18 hanno chiuso l’attività commerciale e hanno deciso di venire a farsi visitare. La scorsa settimana in uno degli appartamenti condivisi da diversi connazionali un ragazzo è risultato positivo al Covid19 e ora l’intera comunità è allarmata. Il terzo paziente è un uomo senza fissa dimora proveniente della Costa D’Avorio. Non ha febbre ma tosse e problemi respiratori. “Le patologie bronchiali sono comuni tra chi vive per strada, così come il diabete o l’ipertensione. Sono patologie socialmente determinate, ma le prime si confondono più facilmente con i sintomi del virus - spiega la dottoressa -. Se a marzo chiedevamo che fossero attivati posti per l’isolamento fiduciario, ora la questione è dirimente. Con l’inverno ci troveremo di fronte a diversi casi di raffreddamento e influenza e saremo costretti di nuovo a fare quello che facevamo 8 mesi fa: chiamare il 118 per i casi sospetti, andando così a pesare sul pronto soccorso”. Una delle criticità maggiori, mi spiega, è richiedere un tampone per chi non ha la tessera sanitaria ma solo il tesserino Stp (per stranieri temporaneamente residenti). “Oggi è possibile fare un tampone molecolare solo tramite la ricetta dematerializzata, ma chi ha un Stp non ha il medico di base e non può ottenerla. Neanche gli ambulatori dedicati possono farla - spiega Torchiaro -. Stiamo chiedendo alla Regione Lazio di cambiare questa regola e fare in modo che siano accettate anche le ricette cartacee. Noi trattiamo casi casi ad alto rischio, non possiamo trovarci ancora di fronte a queste difficoltà. Dobbiamo aumentare la possibilità di fare tamponi per tracciare davvero la popolazione tutta ma anche avere posti e strutture dedicate per l’isolamento fiduciario”.

Siamo una goccia nel mare, spesso non sappiamo chi chiamare

L'unità di strada di Sanità di frontiera alla stazione Ostiense di Roma

Mentre aspetta che i volontari di Sant’Egidio inizino la distribuzione dei pasti, Domenico* chiede di poter misurare la pressione. “Sento un dolore al petto e alla schiena” ripete al medico che si avvicina per visitarlo. È italiano, ha quasi 70 anni e ormai da qualche tempo la stazione Ostiense è diventata la sua casa. Il martedì sera si dà appuntamento con altri compagni di strada fuori dalla stazione, e in attesa della cena si avvicinano alla clinica mobile di Sanità di Frontiera, un' organizzazione specializzata in medicina della migrazione, che dal 2018 ha iniziato ad operare anche su Roma. La metà degli utenti sono abituali, passano anche solo per richiedere gel e mascherine. Antonio* stasera ha portato il suo contenitore per il liquido igienizzante e chiede agli operatori di poterlo riempire. Gli altri approfittano per una visita veloce. Marcelo Teocchi, italobrasiliamo è il medico di turno. “Alcuni vengono anche solo per sentirsi meno soli o per essere rassicurati, specialmente i più anziani - racconta -. Prima facevo il ricercatore, poi ho iniziato con il lavoro in strada: è un lavoro ricchissimo, perché permette di vedere una realtà lontana dalla bolla in cui siamo immersi quotidianamente nel mondo là fuori”. Anche lui inizia le visite ripetendo sempre gli stessi gesti: la misurazione della temperatura con il termoscanner e l’igienizzazione di mani e strumenti. “Siamo consapevoli dei rischi e cerchiamo di passare le informazioni anche ai nostri utenti, per ora abbiamo trovato pochi casi sospetti e per fortuna, perché sappiamo quanto sia difficile trattare queste persone - aggiunge -. In tanti non sono consapevoli di cosa sia il Covid 19, altri hanno ormai imparato e vengono spontaneamente a chiedere sanificanti e mascherine”.

Intanto Tadesse, il mediatore culturale originario dell’Etiopia, inserisce nel database gli ultimi dati, che si aggiungono a quelli degli utenti di Colonna Traiana, piazzale Spadolini e stazione Tuscolana, visitati negli ultimi giorni. La clinica mobile opera inoltre nei campi rom della Capitale, da Tor Cervara a Castel Romano alla Monachina. “Siamo consapevoli di essere una goccia nel mare, cerchiamo di alleviare la sofferenza delle persone attraverso la distribuzione di beni o farmaci da banco - sottolinea Valeria Vivarelli, resposanbile dei progetti di Sanità di Frontiera -. Incontriamo diverse tipologie di persone: dagli italiani in difficoltà ai migranti in transito, fino alle tante famiglie con bambini nei campi rom. In questi mesi da parte delle istituzioni non c’è stata una totale chiusura ma ci manca un piano strutturato di organizzazione. Vorremmo che il lavoro che facciamo in strada servisse a stimolare una reale risposta, ma i processi ad oggi sono ancora non univoci. E spesso non sappiamo neanche chi chiamare”.

*Nel rispetto della privacy i nomi degli utenti sono stati modificati

© Copyright Redattore Sociale