10 novembre 2014 ore: 13:33
Non profit

Servizio civile, gli enti: “Resti a 12 mesi”. Il co-finanziamento non piace

Audizioni in Commissione Affari sociali. Organizzazioni divise sull’opportunità di inserire nel ddl delega di riforma terzo settore anche un riferimento ai servizi civili regionali. No alla riduzione del periodo a 8 mesi. Tutti d’accordo sulla risorse in legge stabilità: “Non bastano”
Servizio civile - ragazzi di schiena

Servizio civile - ragazzi di schiena

ROMA – Oltre al servizio civile previsto dalla normativa nazionale, e inquadrato all’interno dell’art. 52 della Costituzione come “difesa della Patria”, ci sono oggi altre e svariate esperienze di servizio civile a livello regionale: “Vi chiediamo che in questa nuova legge teniate conto di queste esperienze e che ci diciate che possiamo continuare a farle”. “No grazie, meglio di no: le regioni avranno sempre la loro autonomia ma qui parliamo di una normativa nazionale che deve avere una sua propria impostazione ed essere ovunque omogeneo”. Ci sono opinioni discordanti fra le organizzazioni ascoltate in Commissione Affari sociali sul tema del servizio civile nell’ambito del disegno di legge delega di riforma del terzo settore. In realtà, sulla gran parte dei temi le associazioni parlano un linguaggio comune e condiviso, ma sul tema dei rapporti fra il servizio civile nazionale e le varie forme di servizio civile regionale sorte negli ultimi tempi le divergenze sono evidenti.

A portarla è Claudio Di Blasi, presidente di Associazione Mosaico, realtà che opera esclusivamente sul territorio della regione Lombardia: è un’associazione di promozione sociale alla quale fanno riferimento 261 enti pubblici e privati. Di Blasi prima afferma che il servizio civile “sembra un vagone agganciato casualmente al treno della riforma” e poi invita a considerare che il servizio civile nazionale si sviluppa anche nel terzo settore ma non solo in esso, visto che il 46% degli enti sono enti locali e il 1% sono enti dello Stato centrale.

Di Blasi dice che in passato vi sono stati “sprechi e malgestione”, il che è dovuto a due fattori: la “mancata responsabilizzazione” degli enti del servizio civile che “spesso chiedevano volontari senza porsi dei limiti tanto pagava lo stato” e in secondo luogo la “mancata definizione di standard definiti, come ad esempio la divisione delle risorse del servizio civile sulla base di criteri e indicatori certi”. Ma è sulle esperienze regionali – a partire da quella lombarda – che ci si divide: Di Blasi nota che il servizio civile nazionale nasce di fatto da una sentenza della Corte costituzionale che nel 2004 consentì questa esperienza purché non legata alla difesa della Patria e afferma che le esperienze regionali spesso sono andate ben oltre quella nazionale: “In Lombardia – è un esempio - accogliamo da tre anni gli stranieri, e non gli stranieri lungo soggiornanti, ma semplicemente gli stranieri con un qualsiasi permesso di soggiorno”. Per questo, dice, visto che nella legge delega delle esperienze regionali non si parla, “chiediamo che la si inserisca e venga chiarito che tutto questo le regioni possono continuare a farlo. Lasciate libere le regioni che possono e vogliono di andare avanti”. Ma anche no, ribatte Enrico Maria Borrelli, presidente del Forum nazionale servizio civile. “Si tratta di esperienze differenti, e credo non sia pertinente un invito a recepire nella normativa nazionale il fatto che le regioni possano svolgere autonome esperienze di servizio civile”. Borrelli sottolinea che il servizio civile universale “deve essere un istituto omogeneo”.

Si parla anche di co-finanziamento. “Lo Stato finanzia il rimborso dei giovani ma qualcuno, da sempre, paga le strutture, le utenze, la programmazione, e questo qualcuno sono gli enti: ora si parla di co-finanziamento, ma deve essere chiaro che sono quarant’anni che gli enti cofinanziano il servizio civile”, dice Borrelli del Forum nazionale servizio civile. E a proposito di chi paga, Borrelli coglie l’occasione anche per precisare che la certificazione delle competenze acquisite dal volontario deve restare a carico dello Stato: “L’onere della certificazione va mantenuto in capo allo Stato e non scaricato addosso ai giovani”.

Licio Palazzini, presidente della Cnesc, giudica positivamente “il cuore costituzionale del provvedimento”, quindi il mantenimento del servizio civile sotto l’orbita della difesa della Patria, e conferma la bontà della scelta dell’accesso su base volontaria. Ma senza parlare di obbligo, perché del resto, come dice anche Borrelli, “abbiamo superato l’obbligo di leva, sarebbe anacronistico metterne un altro”.

Sul periodo di durata – come noto il ddl delega apre alla possibilità di effettuare periodi più brevi degli attuali 12 mesi – ai deputati della Commissione Affari sociali arriva la perplessità degli enti: “Per noi – dice Palazzini (Cnesc) – deve rimanere a 12 mesi, periodo che si è dimostrato il più proficuo per garantire la profondità di interventi, a maggior ragione se c’è anche un’esperienza all’estero”. “Auspicabile mantenere la durata a 12 mesi ma piuttosto che consentire al volontario di scegliere un periodo più breve – dice Borrelli (Forum nazionale servizio civile) – è meglio dare agli enti la possibilità di presentare progetti di durata inferiore all’anno”.

Preoccupazione grande, e condivisa da tutti, infine, sulle risorse disponibili: “La proposta annuale di 65 milioni inserita in legge di stabilità è così limitata – dice Palazzini di Cnesc – da rendere quasi inutile l’esame del testo di riforma: se invece il Fondo venisse portato ad una cifra tale da consentire ad almeno 45 mila giovani di partire nel 2015 allora auspichiamo un esame approfondito che possa portare alla luce il provvedimento nei primi mesi del 2015”. (ska)

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