13 marzo 2021 ore: 01:05
Welfare

Ecco il Sed, il servizio educativo domiciliare che aiuta le famiglie in difficoltà

di Serena Termini
Dal 2019 ad oggi 90 le famiglie prese in carico di cui 51 ancora in corso. Rosaria Alleri: “Rispondiamo a disagi diversi ma l'obiettivo è rendere le famiglie sempre più autonome”
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PALERMO – Riuscire ad aprire delle finestre sulla loro vita che partono dalle opportunità sociali e culturali che vengono offerte. È questo uno dei principali obiettivi che stanno alla base del Sed, il Servizio Educativo Domiciliare che assiste e segue a vario livello le famiglie in difficoltà. A parlarne è Rosaria Alleri coordinatrice del servizio presso il Centro Diaconale Valdese La Noce di Palermo.

In che modo si articola il Sed?
Oggi sono coordinatrice ma per tanti anni sono stata anche io educatrice domiciliare. Attualmente, siamo inseriti nel Pon Inclusione dal 2019 quando il comune ha dato la possibilità agli enti interessati di accreditarsi. Eravamo partiti con 12 famiglie e 4 educatori ma, considerato i risultati proficui del servizio, il numero dei beneficiari e degli operatori è  successivamente cresciuto. Ogni educatore può avere in carico tre minori con le rispettive famiglie, recandosi nelle loro case per 6 ore alla settimana. Gli interventi domiciliari sono di tipo diverso perchè sono in relazione ai progetti individualizzati legati al nucleo familiare. Dentro il progetto c'è pure il sostegno individualizzato per i minori di età compresa da 6 a 14 anni. 

Oggi quante famiglie accompagnate?
Abbiamo 51 famiglie e 17 educatori professionali. Si tratta di nuclei familiari che risiedono quasi in tutta la città, interessando cinque circoscrizioni sulle otto complessive di Palermo. A queste si aggiungono inoltre le segnalazioni  sovra-circoscrizionali che ci giungono dall'Unità organizzativa tutela minori, dall'ufficio affidamento familiare e dall'Eiam (Equipe Inter-istituzionale Contro l'Abuso e Maltrattamento). Lavoriamo pure in rete con alcuni enti qualora occorresse iniziare percorsi di neuropsichiatria per i minori o la frequenza dei consultori per le famiglie.

Quali sono le problematiche delle famiglie che vengono sostenute con questo servizio?
Mentre alcuni anni fa l'aspetto prevalente nelle famiglie era quello di tipo socio-economico adesso la fascia di intervento si è allargata anche ad altre famiglie che, a causa della pandemia non disponevano di dispositivi informatici idonei alla didattica distanza e quindi con i figli a rischio di dispersione scolastica. All'inizio potevano accedere al servizio soltanto le famiglie che percepivano il reddito di cittadinanza o il Rei. Adesso non è più cosi. Abbiamo famiglie con uno stato di povertà culturale e sociale significativo che per il 70% hanno comunque  un sussidio dei servizi sociali. La pandemia ha acuito il disagio di molte di loro. Si tratta soprattutto di famiglie molto giovani, di età compresa da 20 a 30 anni, con un minimo di tre figli a testa. Parliamo di nuclei che vivono situazioni di fragilità e marginalità sociali di vario tipo che non sono solo di natura economica. In soli tre casi sui 51 nuclei ci sono familiari agli arresti domiciliari.

Che tipo di attività seguite con le famiglie?
La prima segnalazione da parte del servizio sociale avviene all'inizio nei confronti del minore della famiglia che ha uno stato di fragilità maggiore rispetto agli altri. Si parte da lui per poi attivarsi anche in maniera diversa e informale nei confronti di tutta la famiglia. Fra le azioni ci sono il sostegno scolastico e la conoscenze la valorizzazione delle risorse e delle diverse potenzialità delle persone. Oltre ad attività domiciliari vere e proprie, organizziamo, anche iniziative ricreative esterne come gite e visite dei musei. 

Come siete riusciti ad organizzare il servizio nei periodi più difficili della pandemia? Diciamo che da parte degli operatori, c'è stata, nei momenti più difficili, una sorta di adattamento alla situazione che ha dato buoni risultati. Abbiamo proposto iniziative diverse come le gite in barca a vela e, in condizioni di sicurezza, pure altre iniziative all'aperto. Anche nel primo lockdown, quando la Dad si è sovrapposta al Sed, gli educatori anche a distanza si sono saputi mettere in gioco proponendo una pedagogia creativa nuova ed interattiva offrendo percorsi artistici, ludici e tanto altro.

Riuscite a raggiungere risultati positivi?
Nel 99% dei casi riusciamo a raggiungere buoni risultati. Dal 2019 ad oggi abbiamo lavorato con 51 famiglie ma 90 sono i nuclei con cui ci siamo interfacciati a vario livello. Il 10 % di queste ha minori con disabilità di tipo cognitivo-relazionale medio-lieve. Oltre agli educatori è prevista pure una supervisione psicologica di 8 ore mensili. Per 40 famiglie delle 90, infatti, i percorsi si sono conclusi con risposte soddisfacenti opportunamente relazionate alle autorità competenti. Lo scopo non è mai quello di alimentare una relazione assistenziale ma principalmente di favorire un accompagnamento all'autonomia. Il servizio ha una durata minima che va da sei mesi ad un anno e mezzo massimo.

Come le aiutate?
Nei percorsi che attiviamo la famiglia, infatti, deve a poco a poco riuscire a trovare quella fiducia in se stessa che poi la porterà a continuare il proprio cammino in autonomia. Abbiamo avuto casi di famiglie i cui minori non conoscevano la loro città. Andare a mare a Mondello o vedere il teatro Massimo ha dato in alcuni di loro emozioni uniche. In alcuni casi coinvolgiamo nelle attività esterne per i minori anche le mamme che rispondono sempre molto bene. L'intervento degli educatori riesce a stimolare, a volte, anche altre scelte. Per esempio alcuni genitori hanno chiesto agli educatori di essere aiutati a studiare nei corsi di scuola serale per il conseguimento della licenza media. L'educativa domiciliare permette comunque di aprire delle finestre significative sul loro percorso di vita.

Quali sono i nodi da sciogliere?
Con alcune famiglie occorre impegnarsi in forma diversa per superare le difficoltà che hanno a fare rispettare la programmazione degli incontri domiciliari. In altri casi, invece, si sono create con l'educatore delle forme di interdipendenza che poi, a conclusione del servizio, è stato difficile fare venire meno. Su questi due aspetti si può migliorare mettendo al centro sempre la relazione e gli obiettivi da raggiungere per il benessere di tutta la famiglia.

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