12 maggio 2020 ore: 15:02
Non profit

Silvia Romano, sono stati rispettati tutti gli standard di sicurezza per tutelarla?

di Eleonora Camilli
Dopo la liberazione della giovane volontaria che operava in Kenya nel mondo della cooperazione si riapre il dibattito sulla sicurezza per chi opera in contesti di crisi. E sulle garanzie assicurate dalle piccole onlus. Silvia Stilli (Aoi): “Persone non vanno mandate allo sbaraglio, serve professionalità, altrimenti ci rimettiamo tutti”
Silvia Romano
ROMA - Il sequestro di Silvia Romano si poteva evitare? Sono stati rispettati tutti gli standard di sicurezza per fare in modo che la ragazza non finisse in mano ai suoi sequestratori? Da quando la giovane volontaria, rapita in Kenya è finalmente tornata a casa, 18 mesi dopo il suo rapimento, nel mirino della procura è finita anche la onlus di Fano, Africa Milele, per conto della quale Silvia Romano portava avanti un programma di educazione per bambini di strada. La ragazza avrebbe raccontato agli inquirenti di essere stata lasciata sola ad operare a Chakama, in una scuola. Unica bianca occidentale: un bersaglio facile.

Il tema della sicurezza per volontari e cooperanti non è nuovo nel mondo della cooperazione internazionale e tiene insieme diversi aspetti: il livello di strutturazione delle ong, piccole e grandi; la professionalità dell’azione umanitaria; gli inevitabili errori spesso commessi in buona fede. Errori che rischiano, però, di ricadere sull’immagine dell’intero e variegato mondo delle organizzazioni di cooperazione e volontariato.  Nel contesto pluriennale di attacco e di fake news sulle ong, anche oggi ci si concentra sulla possibile mela marcia, una questione mediaticamente strumentalizzabile - sottolinea a Redattore Sociale Silvia Stilli, portavoce dell’Associazione delle ong italiane (Aoi), la più grande rappresentanza del settore in Italia -. La sicurezza di chi opera in programmi di cooperazione e  volontariato è garantita dalle organizzazioni con cui si parte e dalle istituzioni italiane nel paese di destinazione, consolati e ambasciate. Sono i due pezzi del mosaico, da tenere presente quando ci chiediamo se, nel contesto di un’azione che riguarda l'Italia, sia stata o meno garantita la sicurezza a cooperanti e volontari”: 

Non solo, ma negli ultimi dieci anni il tema della sicurezza è stato più volte oggetto di dialogo tra le ong e l’unità di crisi del ministero degli Affari Esteri. Già nel 2008 con un documento dal titolo “La gestione della sicurezza degli operatori impegnati all’estero” si tracciavano le basi per un intervento, sollecitato da nuove situazioni di rischio, a partire proprio dai sequestri di personale delle ong. Nel settembre del 2015 le unità di crisi italiane insieme ad Aoi, Cini e Link (che insieme rappresentano la maggior parte delle ong italiane) hanno siglato un protocollo di sicurezza. Nel testo si sottolinea che “il rischio in una determinata area può essere percepito in maniera differente da diverse categorie di soggetti. Può ad esempio essere percepito come più elevato dai militari e non dalle organizzazioni umanitarie, dalle agenzie multilaterali e non da quelle non governative, o viceversa, dagli operatori di una particolare nazionalità e non di un’altra, da alcune delle persone che si stanno aiutando e proteggendo e non da altre”. Per questo l’attenzione è continuamente incentrata “sull’indispensabile equilibrio tra l’imperativo umanitario che obbliga a perseverare nell’azione di aiuto e di protezione e la valutazione del rischio per gli operatori, italiani, internazionali e locali”. L’osservanza di codici precisi e una continua  attenzione vengono dunque raccomandati. E si ricorda anche che accanto ai professionisti della cooperazione e alle organizzazioni ben strutturate esistono anche gruppi di volontariato e talvolta singoli volontari che, pur “nella positività delle loro azioni e nella generosità e fratellanza che esprimono, possono mettersi inavvertitamente in situazioni di rischio eccessivo se non sono inseriti o collegati ad un’organizzazione preparata, con esperienza in contesti di conflitto e conoscenza delle dinamiche conflittuali, politiche, sociali, economiche, claniche, se cioè non formati alle misure e procedure di sicurezza nello svolgimento della loro azione. Occorre quindi favorire una sensibilità culturale diffusa, tale da scoraggiare iniziative basate unicamente sulla generosità senza tener adeguatamente conto delle difficoltà che si possono creare, per sé e per altri. Va cioè enfatizzata l’etica della responsabilità anche rispetto alle conseguenze delle proprie scelte e la necessità di una specifica preparazione al lavoro nei contesti di crisi e in particolare quelli di conflitto”.

Silvia Romano in Africa

“Rispetto al protocollo del 2015 in questi anni siamo andati oltre, abbiamo aggiornato i nostri standard di sicurezza. L’ultimo aggiornamento lo abbiamo fatto in questo periodo di Covid 19 - spiega Stilli -. In questi giorni stiamo ancora di più dialogando con le agenzie umanitarie per individuare le misure di garanzie per gli operatori, abbiamo noi chiesto l’attivazione nelle ambasciate e nei consolati di gruppi whatsapp in cui indicare le ong e i riferimenti di tutti i cooperanti qui che seguono programmi umanitari nei diversi paesi. In alcuni realtà, come il Libano, il Senegal, il Mozambico funziona già perfettamente”. Per la portavoce delle ong italiane gli standard vanno seguiti, innanzitutto perché si ha in mano “una risorsa determinante, più importante delle donazioni, che è la risorsa umana. Ai volontari e ai cooperanti, va garantita una base di sicurezza unica, anche se il cooperante ha contratto di lavoro, e il volontario un rimborso spese. Anzi, in quest’ultimo caso la responsabilità è maggiore, perché il volontario potrebbe non avere esperienza. Quindi va fatto un lavoro che inizia dal primo colloquio e va avanti con la formazione pre-partenza fino all’accoglienza e al soggiorno nel paese. Inoltre, tutte le organizzazioni devono avere un codice etico e un protocollo di sicurezza. Le organizzazioni che chiedono l’adesione ad Aoi, Cini e link, devono averlo, consultabile sul sito, e lo verifichiamo. La onlus in questione, Africa Milele, non aderisce a nessuna di queste organizzazioni, non è nell’elenco delle organizzazioni dell’agenzia della cooperazione. Ora siamo noi per primi a chiederci se è stato fatto tutto secondo la norma, se la ragazza avesse un referente per la sicurezza in loco o se sia stata lasciata sola in una zona a rischio, senza una scorta”.

Anche  il presidente della Focsiv, federazione delle ong italiane, Gianfranco Cattai, in un’intervista al Corriere della sera, ha parlato di sicurezza dei volontari cooperanti: “Per noi la sicurezza dei nostri giovani, - ha dichiarato, - e ne abbiamo gestiti 27 mila in 48 anni, è al primo posto. Nessuna delle nostre associazioni avrebbe fatto partire una ragazza da sola e per giunta diretta ad un paese con alcune tensioni interne come il Kenya. Ogni viaggio è un investimento per la vita di chi va e ci prendiamo a carico ognuno di loro assumendoci ogni responsabilità. Per questo, neppure i più esperti partono mai da soli e ciascuno ha sempre sul luogo dove è destinato un referente che lo ha in custodia per tutta la durata della missione”.

Intanto, assicura Stilli, da quando Silvia Romano è stata rapita sono aumentate le richieste di giovani che vogliono andare all’estero. “Alcuni ragazzi li abbiamo dovuti rimpatriare a causa del Covid 19, hanno sospeso il loro programma ma vogliono tornare appena sarà possibile - aggiunge - . Il consiglio ai ragazzi è sempre di verificare bene l’organizzazione con cui si parte, andare oltre l’immagine che compare sui siti nel cercare le ong. Vanno verificati la serietà, la trasparenza e gli strumenti di sicurezza. E se si è alla prima esperienza, meglio evitare zone a rischio. Alcuni ci rimangono male se non li mandiamo in determinati paesi, dove va solo personale formato, ma la prudenza è necessaria. Serve formazione, anche culturale”. La professionalità in ambito umanitario è dunque fondamentale. “Non si chiede solo l’amore per la causa come nota determinante, servono livelli differenziati di professionalizzazione - conclude Stilli -. Bisogna mettere i volontari nella condizione di avere conoscenze di base essenziali. Non si possono mandare allo sbaraglio, ci rimettiamo tutti”.  
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