8 ottobre 2015 ore: 11:27
Immigrazione

Sordo diplomato e ragazza esclusa dai compagni: storie di rom e scuola

Le esperienze di Enrico e Deborah. Il primo, non udente, è stato l’unico a completare gli studi tra i 200 residenti nel campo di via Lombroso a Roma. La seconda ha cambiato due scuole superiori per poi abbandonare a causa del forte clima di ostilità che percepiva attorno a sé
Video rom 6 ottobre

- ROMA - Bambini seminudi si tuffano nelle pozzanghere. Le donne chiacchierano tra loro, i piedi immersi in bacinelle d’acqua fredda. Fuori dai cancelli, roghi di spazzatura rendono l’aria ancor più torrida. In Via Cesare Lombroso, periferia nordoccidentale di Roma (Monte Mario), Enrico è già alla terza serie di sollevamenti. La sua palestra è una panca logora, un bilanciere rotto, qualche copertone e un sacco da boxe appeso a un ramo. Mens sana in corpore sano: delle duecento persone del campo, è stato l’unico a portare a casa un diploma, quest’estate. Difficile per un sordo, quasi impossibile per un rom. E lui è entrambe le cose. “Al quinto anno sono stato bocciato tre volte. Ero sul punto di mollare. Ma ci tenevo a finire bene, per il mio futuro”, racconta con l’aiuto del suo interprete Roberto.

Si asciuga il sudore. Sull’orecchio un brillantino e sulle braccia muscolose il nome tatuato in caratteri gotici. “Andiamo a fare un giro, vi faccio vedere dove vivo“. Lascia i pesi a terra: ha uno sguardo sveglio, che esprime sicurezza. Ci fa strada lungo il sentiero che costeggia container di lamiera, tra carcasse di roulotte, rottami e cumuli di rifiuti. La sabbia del selciato crea nuvole di polvere e terriccio, che si attaccano ai vestiti e alla pelle. Gli abitanti, tutti di origine bosniaca, sono nervosi: non vogliono nessuno a curiosare. “Sono arrabbiati perché hanno tolto loro il mercatino”, spiega Giovanna, operatrice di Arci solidarietà, da anni impegnata al Lombroso. “Era uno dei modi con cui guadagnavano del denaro ed entravano in contatto con la gente del quartiere. Ogni domenica rivendevano gli oggetti di seconda mano che rimediavano in giro”. In effetti, la tensione è alta: “Signora di merda, vattene”.

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Video rom a scuola - deborah e enrico

“Sono il primo di sette fratelli, ma solo io ho continuato gli studi”. Ventidue anni, si è diplomato come elettrotecnico all’istituto professionale per sordi A. Magarotto. Lo dice con orgoglio Enrico, e a ragione. Finire la scuola rappresenta un doppio riscatto per lui, doppiamente emarginato. Nel campo, perché sordomuto: qui la disabilità è malvista. Fuori, perché rom e gli stereotipi sono noti: “Qualche anno fa, molti studenti mi prendevano in giro. Dicevano che rubiamo, che siamo sporchi, che puzziamo, che dobbiamo andare via dall’Italia. Solo alcuni insegnanti mi hanno spronato ad andare avanti”. Una condizione, quella dell’emarginazione, certificata persino dagli uffici comunali, dove Enrico non è riconosciuto come cittadino italiano: “Non avevo la carta d’identità e per questo non potevo sostenere l’esame di stato”. Salvato da una nota del ministero, che ha suggerito alle scuole di consentire l’accesso alla maturità anche ai ragazzi stranieri senza documenti.

Spesso sono i docenti che aiutano i giovani rom a integrarsi. Non sempre ci riescono. “I miei professori non si rendevano conto che venivo isolata e presa in giro per le mie origini, nonostante io sia cittadina italiana”, racconta Deborah, 19 anni e sette fratelli, nata e vissuta nel campo di via Lombroso. Lei di scuole superiori ne ha frequentate due, le ha lasciate entrambe. “Ho fatto due anni di alberghiero, poi uno di psicopedagogico. Non mi trovavo bene: mi facevano sentire diversa, litigavo spesso con i compagni. Per questo me ne sono andata. Avevano tanti pregiudizi contro noi rom, pensieri negativi”.

Deborah è una ragazza timida. Gonna di jeans, maglietta attillata, capelli raccolti con una molletta. Ora lavora con un contratto a termine al municipio, nel settore amministrativo: non le piace ricordare i tempi tra i banchi delle superiori. Poi si convince: “Non dimenticherò mai il primo giorno di scuola, quello delle presentazioni. Quando è venuto il mio turno, ho detto che vivevo in un campo rom. Un silenzio pazzesco è calato nell’aula. I compagni si sono subito chiusi in gruppo, sentivo che sparlavano di me. ‘No no, non ce l’abbiamo con te’ mi hanno detto, e sono subito scappati fuori. Io mi sono chiesta: ‘Ma perché questa cosa?’. Mi sono sentita esclusa, sola”.

Insulti e discriminazioni: per il suo popolo è una storia che si ripete. Quando si cerca lavoro, quando si ha bisogno di un medico, quando serve un luogo dove vivere. E soprattutto a scuola, disertata dalla maggior parte dei minorenni di origine rom. Soltanto 11.657 ragazzini di etnia rom, sinti e caminanti hanno frequentato la scuola dell’obbligo in Italia nell’anno scolastico 2013-2014, secondo i dati del ministero dell’Istruzione elaborati dall’Ismu. Vale a dire che, anche se non si conosce quale fosse all’epoca della rilevazione la quota dei minori in età scolare tra i 108 mila stimati in Italia (su una popolazione complessiva valutata in 180 unità), è plausibile che molto meno della metà di essi frequenti regolarmente un istituto scolastico.

“A scuola è stata dura”, continua Enrico sul ciglio della porta di casa. “Qui è difficile riuscire a studiare”. Per tutti questi anni l’ha fatto in una piccola dépendance pre-fabbricata: il suo rifugio dal caos del campo, l’angolo di silenzio dove cercare concentrazione. “Sono fiero di lui, ma ora mi auguro che trovi un lavoro”, interviene il padre, che ci invita a sedere in cucina. “Ogni mattina lo svegliavo alle 6.30 e lo accompagnavo alla fermata del pulmino – ricorda-. Anche i suoi fratelli e sorelle ci andavano all’inizio, ma poi hanno rinunciato. Non siamo abituati a stare chiusi in una classe”. Quando Enrico è tornato con l’attestato, hanno fatto una grande festa. Adesso pensa di iscriversi all’Università, “per diventare orafo, o forse grafico pubblicitario, ma è ancora presto per fare programmi”, precisa il ragazzo. L’istruzione è vista con sufficienza dai rom: “È grandicello ormai, deve trovarsi un lavoro”, chiarisce serio il padre, che raccoglie ferro e, quando lo chiamano, sgombera qualche cantina. Bisogna contribuire a portare il pane a casa e gli studi non rendono subito.

Ora è Enrico che insegna al padre qualche trucco da elettrotecnico. La cornice vuota per il diploma è già pronta. Fuori dalla finestra, tutto resta uguale. (Erica Manniello/Marco Cimminella)

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