5 febbraio 2016 ore: 16:55
Giustizia

Stati generali del carcere. Giostra: "Formare buoni cittadini, non buoni detenuti"

Pubblicato i risultati del lavoro di 200 esperti, guidati dal coordinatore del comitato scientifico, Glauco Giostra. Lavoro e formazione, dipendenze, donne, minori, salute, tecnologia, stranieri, giustizia riparativa: 10 mesi di lavoro per tracciare una rotta che garantisca diritti e sicurezza. “Ecco la strada maestra”
Carcere. Mano di un detenuto dietro la sbarra

ROMA – “Il carcere non è l’unica soluzione alle paure del nostro tempo e deve lavorare per formarebuoni cittadini invece che forgiare buoni detenuti. Il problema non è solo normativo: abbiamo cercato di intervenire a più livelli perché i luoghi, l’organizzazione e le mentalità incidono almeno quanto le norme”.
E’ sintetizzato nell’intervento del coordinatore del comitato scientifico degli Stati generali, Glauco Giostra, all’inaugurazione del Master di secondo livello in Diritto Penitenziario e Costituzione del dipartimento di Giurisprudenza dell’università Roma Tre, il senso del lavoro dei 200 esperti che da oltre 10 mesi studiano un nuovo modello di detenzione. Dopo la pubblicazione dei report di medio termine, sono ora a disposizione sul sito del ministero della Giustizia i rapporti finali che tirano le somme di un lavoro destinato a proseguire, nonostante l’opera degli Stati generali volga al termine.

“Più di 200 persone che non avevano mai lavorato insieme – ha spiegato Giostra -, hanno messo a disposizione le proprie competenze con tale entusiasmo che continuano a incontrarsi e ad approfondire le conoscenze sul carcere anche se l’incarico affidato loro nell’ambito degli Stati generali può considerarsi concluso”. Segno di un primo, importante risultato: “Al di là del valore delle proposte che arrivano dal nostro lavoro – ha proseguito il coordinatore – il tema carcere è finalmente percepito non più come la soluzione per i problemi e per le paure sociali ma come problema sociale in sé, che richiede interventi strutturali importanti e immediati”. Un futuro la cui strada maestra emerge con energia proprio dal lavoro degli Stati generali. Gli esperti riuniti intorno ai 18 tavoli, organizzati per aree tematiche, hanno passato ai raggi X il nostro sistema detentivo mettendo in risalto carenze ma anche buone prassi da cui ripartire per costruire il nuovo modello carcere, sulle macerie di un sistema fiaccato da decenni di interventi emergenziali. Glauco Giostra spiega come.

Quarant’anni di ordinamento penitenziario, ma nel frattempo la popolazione carceraria ha cambiato radicalmente il proprio volto, così come la realtà esterna.
Stiamo intervenendo su norme nate per una popolazione penitenziaria molto più omogenea da un punto di vista linguistico, culturale e religioso, a fronte di un’utenza che per un buon 30 per cento oggi è composta da stranieri. Mentre fuori, nel frattempo, la tecnologia ha fatto passi da gigante: un progresso che “dentro” offrirà un notevole aiuto per i contatti affettivi, di assistenza sanitaria, di acculturamento e di aggiornamento, di lavoro intramurario e per i colloqui con il difensore. Oggi disponiamo di mezzi in grado di collegare visivamente le persone da una parte all’altra del pianeta, facilitando i contatti dei detenuti che vivono lontani dalle famiglie e dalla possibilità di svolgere colloqui. Gli stranieri, appunto.

Ogni tavolo propone una rivoluzione che parte dalle fondamenta…
Sì, dal principio secondo cui la rieducazione può riguardare solo un uomo considerato come fine e mai come mezzo di una strategia politica, sia essa di sicurezza sociale, di governo dell’immigrazione o di contrasto al terrorismo. Il tempo della pena non può restare vuoto ma deve essere occasione per recuperare la propria persona.

Come cambia, secondo gli Stati generali, la vita nel carcere?
Il detenuto deve essere messo nella condizione di fare scelte consapevoli e responsabili. La pena tende davvero alla risocializzazione quando non calpesta la sua autodeterminazione: la persona che finisce in carcere non deve congelare i propri giorni ma, al contrario, consapevole dei propri diritti e doveri, deve riuscire ad autogestirsi. Per questo la vita detentiva deve ricalcare il più possibile quella esterna, anche per rendere meno traumatico il rientro nella società, al termine della pena.

Altro punto importante evidenziato dai Tavoli, in particolare da quello che si è occupato di “circuiti e sicurezza”: il condannato è titolare di un diritto alla rieducazione.
Ogni percorso rieducativo che cambia a seconda delle categorie di soggetti o dei reati è da considerarsi in contraddizione. Nessuna situazione soggettiva, come quella di tossicodipendente, immigrato o di persona senza fissa dimora può essere considerata un ostacolo per accedere alle opportunità di recupero sociale. Così come non dovrebbero esistere automatismi al contrario. Si possono prevedere anche criteri più severi per l’erogazione delle misure alternative in relazione alla natura del reato o alla gravità della pena, ma non si dovrebbe negare una misura solo in base al titolo di reato. Lo Stato deve rimuovere gli ostacoli che sono indipendenti dalla condotta e dai meriti del detenuto: il percorso risocializzativo deve essere modulato sulla persona e non sul fatto commesso. Il diritto alla speranza non può essere negato neppure in presenza di un ergastolo. Non sarà facile tradurre il nostro sforzo in concrete scelte legislative. Ma è importante aver costruito la strada che indica il modo per arrivare a un carcere migliore.  (Teresa Valiani)

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