4 settembre 2013 ore: 12:17
Società

Stephane, una vita tra le superstizioni verso gli albini africani

Intervista al giornalista camerunense scappato dal suo paese in Italia e protagonista dell’audio documentario “Africa bianca”. “Ora la cultura sta cambiando nel continente, ci sono anche ministri albini. Ma molte credenze resistono, anche nei ceti più alti”
Albini, bambino africano in primo piano

boxTORINO - “Spesso la gente non capisce subito che vengo dall’Africa, nonostante i miei tratti somatici. Molti mi scambiano addirittura per un nordeuropeo”. Stephane è alto, ha le spalle larghe e una voce morbida e avvolgente, che induce in chi lo ascolta uno stato di calma quasi ipnotica. Eppure la storia che racconta non è rassicurante. Ha trascorso i primi trent’anni della sua vita a destreggiarsi nel labirinto delle superstizioni della cultura animista africana, che negli albini come lui vedono un presagio di sciagura. Nel 2007 è fuggito dal Camerun a bordo di una nave, quando l’eruzione del Vulcano che da il nome al paese ha fatto da detonatore all’ennesima, violenta, caccia all’albino. Si è ritrovato così in Italia, lontano dal suo lavoro di giornalista e analista politico, dalla sua gente e dalla sua famiglia. Da una moglie e un figlio che, a distanza di sei anni, non è ancora riuscito a riabbracciare, per le lungaggini di una burocrazia che non sembra riconoscere la forza del sangue che chiama a se il proprio sangue.

Quella vicenda Stephane Ebongue oggi è stufo di rievocarla. In questi anni lo ha fatto molte, forse troppe volte: parlandone in tv, alla radio, ai convegni e con i giornali. L’ultima volta l’ha raccontata ai microfoni di Docusound, una piccola casa di produzione torinese, durante le registrazioni di “Africa Bianca”, audio documentario di Barbara D’Amico e Fabio Lepore che si è appena aggiudicato il primo premio nella sezione “Radio” del Bellaria Film Festival. “Dopo sei anni passati a descrivere gli stessi scenari, sono sinceramente stufo” confessa. “Per me è arrivato il momento di passare all’azione: se devo parlare di albinismo, non lo farò più per descrivere il sangue versato dai cacciatori di uomini, che ci rapiscono per utilizzare i nostri corpi nei filtri d’amore o nelle pozioni magiche. Voglio che la gente capisca davvero cosa significhi la vita quotidiana per un albino africano. Voglio che mi aiutino a realizzare i miei progetti”.

Progetti molto concreti, in effetti: con l’aiuto delle onlus Apri (associazione pro retinopatici e ipovedenti) e Albinit (associazione albini italiani), Stephane sta raccogliendo denaro e attrezzature per costruire una biblioteca per albini e ipovedenti a Douala, in Camerun, che sarà dotata di video ingranditori e personal computer. “Di albinismo – continua - si parla molto, ma pochi sanno che queste due condizioni si presentano spesso insieme: la pigmentazione della retina è insufficiente, e l’immagine è vacua, il ché provoca una perdita graduale della vista. Così, fin da bambini, gli albini africani devono essere incredibilmente temerari per andare a scuola: perché, oltre a essere oggetto delle angherie degli altri ragazzi, devono spesso affrontare grosse difficoltà nella lettura che rallentano il loro processo di apprendimento”.

Ed è per questo che molti ragazzi finiscono per abbandonare la scuola dopo i primi anni. “Lasciare gli studi – continua Stephane – spesso comporta finire a lavorare sotto il sole per 12 ore al giorno, morendo a trent’anni per un cancro della pelle. In altri casi può portare dritti in strada, a chiedere l’elemosina, il che rende molto più esposti ai cacciatori di uomini e alle vessazioni mosse dalla superstizione”.

Le credenze alla base di queste persecuzioni sono largamente diffuse in Africa, senza distinzioni di ceto e istruzione. “La cultura animista – spiega Stephane – pervade anche ambienti con un alto livello di istruzione. Ho incontrato professori universitari e ufficiali dell’esercito che avevano studiato all’estero in grandi università ed erano comunque convinti che, con un filtro magico, potessero acquisire l’invisibilità. Certo, la società africana sta cambiando: in questo momento, in Congo e in Mozambico ci sono ministri e deputati albini. Ma questo cambiamento va alimentato e perseguito, perché può ridare fiducia a chi si trova a subire questa situazione”.

“Per questa ragione – conclude Stephane – è fondamentale l’istruzione. I miei genitori erano tutti e due insegnanti, erano persone istruite e mi hanno spiegato fin da bambino che la mia era semplicemente una condizione genetica, provocata dalla mancanza di melanina. Hanno voluto che andassi a scuola e che mi laureassi, e con la mia laurea ho potuto lavorare come giornalista culturale e politico. È per questo che ho voluto realizzare la biblioteca. Finora abbiamo sette ingranditori e stiamo cercando di raccogliere i vecchi pc che la gente non usa più. A fine settembre partiremo per il Camerun per trasportare le attrezzature e monitorare l’allestimento della struttura. Nel frattempo continueremo a raccogliere fondi e materiale. Chiunque volesse aiutarci può rivolgersi alla Onlus Apri”. Per eventuali donazioni, questo è l’indirizzo dell’associazione www.ipovedenti.it. (Antonio Michele Storto)

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