26 maggio 2015 ore: 18:28
Economia

Stress, aggressioni, poco personale: a Torino protesta degli assistenti sociali

I dipendenti del welfare annunciano l’inizio dello stato di agitazione, con un blocco degli straordinari e delle nuove assegnazioni. Le ragioni? Un malessere epidemico che il sociale non riesce più a gestire, come testimonierebbe il boom di malattie professionali tra i dipendenti
Lavoro: stress Lavoro: stress

TORINO - Carichi di lavoro eccessivi e blocco delle assunzioni, a fronte un disagio che tra la cittadinanza sabauda starebbe crescendo a macchia d’olio. Così, a Torino, gli assistenti sociali e i dipendenti del comparto welfare iniziano a cedere sotto il peso di un malessere che non hanno più i mezzi per gestire. E che rischia dunque di contagiarli, come testimonia il boom di richieste al medico competente, che sempre più spesso si trova di fronte a dipendenti colpiti da insonnia, depressione o stress da lavoro: la definizione corretta sarebbe “Sindrome da burnout”, una forte forma di esaurimento nervoso che colpisce i volontari e il personale sanitario e assistenziale; ma che in Italia non è ancora riconosciuta come malattia professionale, nonostante i medici siano comunque “costretti a dichiarare inidonei al lavoro, per intero o parzialmente, molti colleghi”, come spiega Angelo Dubioso, operatore sociosanitario e responsabile area assistenza della Cisl.

- Il problema è che nel comparto assistenziale, con i chiari di luna attraversati dal Comune, di turnover non si parla più da un pezzo. “Soltanto negli ultimi cinque anni - continua  Dubioso - sono andati perduti tra i tre e i quattrocento posti. Quando il medico riscontra l’inidoneità, quindi, le strade in genere sono due: nei casi più gravi, il dipendente viene spostato ad altro incarico, mentre nei restanti conserva il suo vecchio posto. In entrambe le situazioni però, il settore ne risente: perché, con i concorsi e le assunzioni bloccate, ci ritroviamo ad essere sempre meno, sempre più stanchi e stressati, con un’età media del personale che ormai si va avvicinando ai 50 anni”.

Al momento, a Torino, i dipendenti del welfare sarebbero circa 900, tra operatori socio-sanitari, educatori e assistenti sociali: soltanto nel 2010, il numero arrivava a 1300. Nel frattempo, però, la mole di lavoro ha continuato a crescere di giorno in giorno: con la crisi dell’industria iniziata ben prima di quella del mercato del lavoro, il Capoluogo sabaudo si ritrova oggi tra le città più colpite da disoccupazione, cassintegrazione, sfratti ed emergenza abitativa. Casi, questi, che sono inevitabilmente destinati a finire sulle scrivanie dei servizi sociali: “Ma il problema - continua Dubioso - è che il settore dell’assistenza non ha più fondi per gestire tutte le richieste. E quando ci troviamo costretti a spiegar loro che tutto ciò che possiamo fare si limita all’ascolto, e che probabilmente non potremo intervenire con un supporto economico o materiale, è facile che la scrivania ce la tirino addosso”. Proprio le aggressioni sarebbero una delle micce che hanno dato il via a questo boom di richieste d’aiuto da parte degli operatori del sociale: secondo Dubioso, “al momento, un buon 20 per cento dei colleghi torinesi si è rivolto al Comune per casi di stress lavorativo.

Per questo, tra qualche giorno, i dipendenti del welfare torinese entreranno ufficialmente in stato di agitazione: la protesta è iniziata ieri, con un centinaio di delegati in presidio a Palazzo nuovo, sede del Consiglio comunale; ma dovrebbe entrare nel vivo il 29, quando una delegazione di dipendenti sarà ricevuta in Prefettura: se quel giorno lo strappo non sarà ricucito, i lavoratori del sociale annunciano blocco degli straordinari e si opporranno all’assegnazione di nuovi casi agli operatori. (ams)

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